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Eroica Fenice

Cinema e Serie tv

“Truth”, il film sul caso Rathergate

“Truth – Il prezzo della verità” (qui il trailer) è il nuovo film di Vanderbilt ambientato nel 2004, quando la giornalista Mary Mapes (Cate Blanchett) intraprese, per il programma “60 minutes”, un’indagine sull’allora presidente George Bush nota come “Rathergate”. In base a quanto scoperto dalla Mapes e dal suo team, Bush avrebbe ricevuto una serie di agevolazioni per favorire il suo ingresso presso la Guardia Nazionale Aerea, e avrebbe poi disertato il servizio presso di loro. Con una squadra di esperti, la giornalista portò avanti un’inchiesta, affiancata da un’indagine sui documenti di cui erano venuti in possesso, che provavano la veridicità di quanto dichiarato. I blog conservatori, per supportare Bush, erano riusciti a virare l’attenzione sulla presunta inautenticità dei documenti in questione. Mary Mapes e Dan Rather (Robert Redford), che faceva parte del suo team, furono messi sotto torchio ed ostacolati dalla stessa CBS, per cui lavoravano. Vanderbilt racconta della contrapposizione tra la politica americana e la libertà d’informazione sul caso Rathergate “Truth” si basa sulla contrapposizione tra la politica americana e la libertà d’informazione e sulla manipolazione delle notizie. La storia rispecchia spaventosamente la situazione odierna, che non è andata migliorando di molto nel corso degli ultimi anni. Non esiste una libertà d’informazione a tutto tondo, ed è quello che ci vuole mostrare Vanderbilt: inchieste come quella di cui tratta “Truth”- inchieste scomode – non sono supportate da giornali e da trasmissioni televisive. Difatti le indagini di Mary Mapes vengono osteggiate, e nessuno dei superiori di Bush della Guardia Nazionale è disposto a dire la verità. Sembra che contrastare il potere, in qualche modo, faccia paura. E “Truth” analizza proprio la paura degli uomini del nostro tempo di distruggere un sistema corrotto, la paura di rivelare la verità. Vanderbilt mette in luce aspetti oscuri della storia politica e giornalistica americana, e tratta l’argomento in modo schietto e sincero. “Truth” e la figura del giornalista moderno Un altro tema che sta a cuore a Vanderbilt, e che emerge in modo incisivo e nitido, è quello dello sciacallaggio mediatico a cui sono sottoposti casi importanti, in questo caso politici. Anche questo argomento sembra particolarmente affine a quelle che sono le abitudini giornalistiche di quest’epoca: non parliamo solo di casi che riguardano l’informazione politica, ma anche di quelli che con la politica non hanno niente a che fare. Ed è proprio in questi termini che Vanderbilt disegna la figura del giornalista moderno, figura spesso in crisi poiché soggetta a manipolazioni. Ciò che viene manipolata, però, nel caso del “Rathergate”, come in tanti altri, è l’opinione pubblica, sempre più debole ed influenzabile, tanto che nella vicenda narrata, molti arrivano a convincersi dell’inattendibilità delle fonti di cui la Mapes e il suo team disponevano, pur di non credere a quanto in realtà sembrava palesarsi con una certa sicurezza. Finale non-finale in “Truth” Il racconto di Vanderbilt, comunque, può risultare difficile da seguire con partecipazione per chi non conosce bene i fatti del 2004. A tratti eccessivamente didascalico, il film si regge in piedi discretamente grazie all’interpretazione di Cate […]

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Ave, Cesare: viaggio nel cinema attraverso il cinema

Ave, Cesare (qui il trailer), il nuovo film dei fratelli Joel ed Ethan Coen, è un prodotto metatestuale che racconta le vicende del divo di punta degli studi Capitol, ambientato in una Hollywood degli anni ’50. Baird Whitlock (George Clooney), recita nel ruolo di protagonista nel film Ave, Cesare, considerato un prodotto destinato a fare la storia del cinema. Mentre sono in corso le riprese, Whitlock viene rapito da una setta di sceneggiatori comunisti, che vorrebbero ottenere più compensi e che si sentono trascurati e sfruttati dalla Capitol, con l’intento di richiedere un riscatto. Intanto Eddie Mannix (Josh Brolin), responsabile dei problemi che sopraggiungono negli studios, fa di tutto per ritrovare l’attore e continuare le riprese di Ave, Cesare, ormai quasi concluse. Quest’atmosfera di tensione è smorzata dallo sviluppo delle vicende di altri protagonisti, tra cui quelle di una famosa diva di film acquatici (Scarlett Johansson), che aspetta un bambino ma non sa chi sia il padre. Il racconto nel racconto in Ave, Cesare Uno degli elementi di maggior interesse del film è dato dall’alternanza tra i momenti in cui si racconta della messa in scena delle varie pellicole, e in cui i protagonisti sono in costume, e i momenti che riguardano la vita quotidiana delle star del cinema. Ave, Cesare, la pellicola raccontata all’interno dell’omonima pellicola, narra la storia di un centurione romano che si converte al cristianesimo dopo aver incontrato Cristo. Il pathos comico che pervade i momenti che riguardano il racconto “metacinematografico” non è meno intenso nei momenti in cui si narra, invece, la storia primaria. Quest’espediente, che permette la messa in scena dell’alternarsi di due momenti storici diversi, sottolinea l’importanza che nella pellicola assume il cinema, vero protagonista della storia. L’inno al cinema dei fratelli Coen Traspare in modo prepotente, nell’opera surrealista, ai limiti dell’assurdo, tutta la dedizione dei fratelli per il cinema. Il film risulta, per intero, una loro dedica personale al cinema, alla passione a cui hanno dedicato la vita. In particolare il personaggio di Mannix, che risulta essere il più energico e che prevale su tutti gli altri, è la trasposizione, nel film, della dedizione al cinema, dell’amore di chi gli dedica una vita, tanto che, alla fine, sceglie di perseguire l’istinto del cuore piuttosto che fare una scelta lavorativa di comodo. Whitlock, alla fine, soggiace alle imposizioni di Mannix, così come fanno tanti altri personaggi. Si sottolinea così il valore del cinema come espressione artistica, un cinema depurato dalle considerazioni logistiche e di mercato che investono la setta comunista. Ave, Cesare: un film estetico Il nuovo lavoro dei Coen è un piacere per gli occhi. Chi entra in sala e non sa cosa gli aspetta ne uscirà piacevolmente sorpreso da diversi punti di vista. Siamo al cospetto di un film completo, che ha dei tocchi “broadwayani”, da musical. Passa dalla scena d’acrobazia di un attore western, ad un momento di tip-tap, ad uno di nuoto acrobatico sincronizzato, tutto con una naturalezza che colpisce. Ci si trova proiettati in tanti ambienti diversi, in situazioni da […]

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La vita segreta di oggi in Perfetti Sconosciuti

“Ognuno di noi ha tre vite: una pubblica, una privata ed una segreta”, recita la locandina di Perfetti Sconosciuti (qui il trailer), il nuovo film di Paolo Genovese. Ed è davvero così. Solo che, se un tempo la vita “segreta” di ciascuno restava custodita nel luogo più sicuro ed inaccessibile che esista al mondo, ovvero nella propria mente, oggi esiste un oggetto che, se interrogato, potrebbe rivelare i più oscuri ed inconfessabili segreti di ognuno: il cellulare (o smartphone, come direbbe chi è più “internazionale”). Lo svelamento di intimi segreti è proprio al centro della storia raccontata da Genovese, che si interroga e ci lascia interrogare sull’amicizia e sull’amore. Ci si conosce mai davvero a fondo, o – seppur si è amici da trent’anni – si è comunque dei “perfetti sconosciuti”? Durante una cena, che vede coinvolti un gruppo di amici che si conoscono da sempre, o che – almeno – credono di conoscersi, ad Eva (Kasia Smutniak) viene un’idea, quella di mettere sulla tavola da pranzo tutti i cellulari e di rendere pubbliche tutte le telefonate ed i messaggi che nel corso della serata avrebbero ricevuto. Pur con molta reticenza da parte dei mariti si decide di cominciare quello che inizialmente sembrerebbe un gioco non troppo pericoloso, ma che presto si dipinge di altre tinte. Perfetti sconosciuti: un film sorprendente Perfetti sconosciuti è un film che sa sorprendere, e come tutte le cose sorprendenti, che accadono quasi per combinazione, si sviluppa in modo del tutto diverso da come ci si aspetterebbe. Se, vedendo il trailer, si potrebbe pensare che si tratti di una commedia italiana alla stregua di tante altre, senza troppe pretese, sviluppata senza acume, bastano i primi minuti della pellicola per far cambiare idea. Perfetti sconosciuti, così come altri lavori di Genovese (Una famiglia quasi perfetta, Tutta colpa di Freud), è una commedia, ma non per questo può essere considerata un film di serie B. Dimentichiamoci i cine-panettoni, dimentichiamo l’ambiente in cui sguazzano altri registi italiani come De Sica, Siani, Zalone. Questo film è tutta un’altra storia. È sorprendente, arguto, intelligente. Si susseguono, infatti, così tanti colpi di scena che è impossibile tenerli tutti a mente ma, nonostante ciò, si riesce a seguire la storia, a sentirsene dentro. I protagonisti del film sono tutti interpretati da eccellenze del cinema italiano: Kasia Smutniak, Giuseppe Battiston, Anna Foglietta, Marco Giallini, Valerio Mastandrea, Edoardo Leo e Alba Rohrwacher. Un cast in cui nessuno sembra inappropriato o non all’altezza. È straordinaria la scena in cui tra i personaggi interpretati da Mastandrea e Battiston si crea un equivoco e i due attori, con i soli sguardi che si rivolgono, stabiliscono un equilibrio col quale verrà portata avanti la successiva mezzora del film. È straordinaria anche l’Anna Foglietta sopra le righe e perfettamente in linea con il personaggio che interpreta, così come lo è Kasia nell’interpretazione dell’enigmatica Eva, e Alba Rohewacher nel mostrare l’evoluzione inattesa di Bianca. Il coinvolgimento dello spettatore nel film Perfetti sconosciuti Genovese punta su ciò che oggi ci sta particolarmente […]

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The hateful eight: il giallo di Tarantino e quel danno inestimabile

The hateful eight, la trama The hateful eight (qui il trailer), l’ottavo film di Quentin Tarantino, si apre con una scena dal forte impatto emozionale: un’immagine di un crocifisso ricoperto per metà da un manto di neve, mentre è in atto una tempesta. La scena è accompagnata dalla musica di Ennio Morricone che la carica ulteriormente di pathos. Marquis Warren (Samuel L. Jackson), un cacciatore di taglie, chiede ospitalità nella carrozza di John Ruth (Kurt Russell), un altro cacciatore di taglie che sta trasportando a Red Rock, per condurla alla forca, una fuorilegge: Daisy Domergue (Jennifer Jason Leigh). Per strada i due raccattano un altro passeggero: Chris Mannix (Walton Goggings), nuovo sceriffo di Red Rock. A causa di una bufera i compagni di viaggio sono costretti a fermarsi all’emporio di Minnie. Qui non trovano la proprietaria, ma un uomo che la sostituisce momentaneamente, e altri tre sconosciuti: un veterano sudista (Bruce Dern), un fattore (Michael Madsen) e un boia di origine britannica (Tim Roth). Tra loro comincia un diverbio dovuto alle diffidenze di tutti che sfocerà in uno scontro vero e proprio dalle solite tinte “tarantiniane”. In questo clima le identità dei personaggi diventano sempre meno chiare. La colonna sonora che rimarca il clima che si respira nell’emporio, firmata da Ennio Morricone, esalta le scene principali rendendo la storia ancor più carica di tensione, quando necessario. The hateful eight: il giallo e lo splatter The hateful eight ha una storia particolare: nel gennaio scorso la sceneggiatura del film era stata diffusa, all’insaputa di Tarantino, da uno dei pochi ad avere il privilegio di possederla in anteprima, tanto che il regista – in un primo momento – aveva deciso di rinunciare al progetto. Pochi mesi dopo, poi, cambiò idea e tornò a lavorare al film apportando qualche modifica alla pellicola. Per la prima volta Tarantino si approccia al genere giallo, mettendo in scena il classico mistero di un omicidio avvenuto in una stanza chiusa, e le conseguenti indagini per scoprire il colpevole. Nel marasma che si crea a causa di una tanica di caffè avvelenata si arriva a sospettare di tutti. La recitazione dei personaggi è ineccepibile, e nonostante il film sia proiettato in un’epoca molto lontana dalla nostra, i fatti risultano verosimili: Tarantino ci proietta in un’altra dimensione, nella bufera di neve e poi nell’emporio di Minnie. Ci coinvolge nel clima teso e oscuro che vige nell’emporio, ci scaraventa nel mondo western. Non si riesce a non provare empatia per i personaggi, nonostante si tratti di cacciatori di taglie e banditi. Non si riesce a discostarsi dalla dimensione personale di questo film, che vede i rapporti personali (quelli tra fratello e sorella, tra padre e figlio, e persino i rapporti di amicizia) come il filo conduttore di tutto il film. Si tratta, naturalmente, di uno splatter tipicamente “tarantiniano”; non si può dividere Tarantino dal suo stile e non si può, quindi, considerare lo sfoggio eccessivo di sangue e le cruente uccisioni come un elemento negativo di questo film. Si tratta di un marchio di fabbrica, […]

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Joy: il sogno americano che non coinvolge pienamente

Joy, il nuovo film di David O. Russell, è nelle sale italiane da qualche giorno. Joy, trama Joy (Jennifer Lawrence) è una casalinga come tante altre che vivono in America tra gli anni ’80 e gli anni ’90. La sua famiglia, però, è allo sbando: Joy è divorziata e il suo ex-marito (Edgar Ramìrez) dorme nel seminterrato perché non può permettersi un appartamento proprio. Inoltre vive, insieme ai suoi due figli, in casa con la madre (Virginia Madsen) – una “malata immaginaria” che vive di solitudine, continuamente attaccata alla TV a vedere soap opera – e con sua nonna (Diane Ladd), l’unica persona che crede in lei. Ha un rapporto contrastato persino con la sua sorellastra (Elisabeth Rohm), che la denigra di continuo per invidia, e con suo padre (Robert De Niro), a cui vuole bene ma che si dimostra immaturo e continuamente in cerca di una nuova donna. In tutto questo marasma Joy, che fa un lavoro noioso ed inquadrato per portare avanti la famiglia, ha perso la gioia di vivere e la creatività che da sempre l’ha contraddistinta. Un evento fortuito permette a Joy di mettere a punto un’invenzione che le cambierà la vita: un nuovo mocio (miracle mop) che può essere utilizzato senza essere toccato e strizzato con le mani. Gli ostacoli che la donna è costretta ad affrontare per convincere suo padre e la sua nuova compagna a finanziarla prima per portare avanti la sua invenzione e brevettarla, e poi per farla fabbricare, lasciano emergere gli aspetti disfunzionali della famiglia. Suo padre e la sua sorellastra non l’agevolano, continuando a non credere in lei e nelle sue capacità. Joy mette anima e corpo nel suo lavoro; dopo moltissime difficoltà e sempre nuove sfide che le si presentano inaspettatamente, riesce finalmente a dimostrare di cosa è capace a chi l’aveva derisa per quella che era considerata una bizzarra invenzione. Una realtà ai limiti dell’irrealtà Il film comincia in maniera molto originale, con la scena in bianco e nero di una vecchia soap opera in cui i personaggi interloquiscono in maniera caricata, con sguardo alienato e fisso nella telecamera. Sin da subito, quindi, il regista ci proietta in una realtà bislacca, diversa dalla nostra. Non è tanto dissimile la realtà in cui vive Joy. Una realtà in cui, dovendo ospitare suo padre nello stesso seminterrato che occupa il marito, divide gli spazi con una lunga striscia di carta igienica per fare in modo che uno non invada gli spazi dell’altro. Una realtà in cui, per addormentarsi, beve dello sciroppo scaduto che le provoca intontimento. La realtà di Joy è tutta così: al limite dell’irrealtà, nonostante la vita dura e faticosa. Lo dimostrano anche i sogni ricorrenti che lei fa, immaginando di essere un personaggio della fiction preferita di sua madre. Nonostante nella sua mente viva in un mondo così surreale, la sua vita è caotica e piena: Joy potrebbe essere definita una tuttofare, infatti è lei a svolgere i piccoli lavoretti di manutenzione della casa, oltre che occuparsi […]

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La Corrispondenza: l’antiretorico film d’amore di Tornatore

La Corrispondenza, l’ultima pellicola di Giuseppe Tornatore attualmente presente nelle sale italiane, rivela sin dal titolo il punto cruciale attorno al quale si svilupperà tutto il film: la corrispondenza tra Amy (Olga Kurylenko)- una studentessa di astrofisica che si mantiene facendo la stunt-woman – e Ed (Jeremy Irons), un suo ex professore, di cui è amante, ormai da sei anni. Tra i due è in corso una relazione a distanza, ma, anche se si sentono quotidianamente, riescono a vedersi solo saltuariamente, spesso senza farlo per molti mesi. È subito chiaro l’attaccamento di lei ad ogni momento di condivisione del suo tempo, seppur virtuale, con lui, tanto che fatica a vivere la realtà e non riesce a godere della compagnia delle persone “in carne ed ossa”. Il personaggio di Ed appare molto più enigmatico sin dal principio, tanto che ci si chiede se contraccambi il folle amore di Amy, e se non le nasconda qualcosa. Difatti, quasi ad inizio film, le telefonate e le video-chiamate di lui terminano bruscamente e cominciano ad arrivare solo e-mail e CD-ROM con video pre-registrati. La natura della loro relazione cambierà. Amy apprenderà con grande dolore che il suo amato Ed è morto di una grave malattia. Senza averle comunicato ciò che stava per accadere l’uomo è scomparso fisicamente, ma a lei continuano ad arrivare i suoi messaggi tramite un sistema che lui ha architettato per non abbandonarla del tutto. La corrispondenza dalla scomparsa di Ed Da questo momento la storia prende una piega che sembrerebbe inaspettata: comincia la caccia ai ricordi e alle paure che Amy non ha mai affrontato, e il professore – o, meglio, il ricordo di lui – l’aiuterà a superare il dolore della perdita. Grazie alla corrispondenza che continuerà ad intercorrere tra i due, anche se unilaterale, la storia sembra continuare. L’idea non è nuova: Richard LaGravense l’aveva già ripresa con la pellicola P.S. I love you, l’omonimo romanzo di Cecelia Ahern, in cui si tratta lo stesso argomento. Ma se LaGravense e Ahern si muovono su un terreno diverso, che conserva una componente umoristica e leggera, la pellicola di Tornatore è un film drammatico a tutto tondo. Non c’è spazio per momenti di leggerezza: alla morte del professore si affiancano ricordi di un dolore indelebile che Amy porta con sé sin da quando è bambina, e di cui solo verso la fine del film si svelerà la causa. Pian piano si scoprono tutti i pezzi della storia che inizialmente erano rimasti oscuri. Il dolore di Amy, il suo burrascoso passato, il motivo della rabbia verso se stessa e i sentimenti dei familiari di Ed diventano le tessere di un sempre meno confusionario puzzle. La storia d’amore tra i due protagonisti è certamente una storia poco canonica per il fatto stesso che ci sia una grande differenza d’età, a cui si aggiunge che i due non riescono mai a vedersi se non per rari e spesso fugaci momenti. Nonostante la distanza, però, tra gli amanti c’è molta sintonia, tanto che ideano un linguaggio tutto loro […]

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Il piccolo principe: film d’animazione per bambini e per adulti

Il primo gennaio è arrivato nelle sale italiane Il piccolo principe, un film d’animazione italo-francese ispirato all’omonimo romanzo di Antoine de Saint-Exupéry. Il regista, Mark Osborne, ha sviluppato come cornice alla già conosciuta trama del romanzo la storia di una bambina dei giorni nostri, che si trasferisce con la mamma in una grigia città per poter studiare alla prestigiosa Accademia Werth. Questa trama s’intreccerà poi con quella che riguarda il piccolo principe. Accanto alla casa in cui vanno a vivere c’è, infatti, una capanna diroccata in cui abita un vecchio strambo. L’uomo – un vecchio aviatore – fa amicizia con la bambina e le racconta la storia del piccolo principe, un ragazzino che lui stesso ha incontrato nel deserto. Si sviluppa così un racconto nel racconto. I doppiatori del film sono, per la maggior parte, grandi nomi: Toni Servillo, Alessandro Gassman, Stefano Accorsi, Paola Cortellesi, Pif, Alessandro Siani, per citarne solo alcuni dei più noti. Il tipo di animazione con cui è realizzata la pellicola si diversifica: la vicenda della bambina, e quindi tutto ciò che si svolge sul piano della realtà, viene realizzato con una canonica animazione tridimensionale, mentre le vicende che riguardano il piccolo principe, e quindi tutto ciò che è ripreso dal romanzo, è realizzato secondo la ricercata tecnica dell’animazione a passo uno (o stop-motion), che rispetta perfettamente le immagini presenti nel libro di de Saint-Exupéry. La scelta risulta azzeccata. Questa diversificazione permette, infatti, non solo di riconoscere le due diverse storie che s’intrecciano in maniera immediata, ma anche di distinguere in questo modo le due realtà diverse in cui la storia si sviluppa: quella eterea in cui si ambienta la favola del piccolo principe e quella a noi contemporanea. In bilico tra i due mondi de Il piccolo principe È significativa la contrapposizione visiva tra la casa grigia ed asettica in cui vive la bambina con sua madre, e quella diroccata, confusionaria e coloratissima dell’aviatore, corredata di un giardino che sembra un luogo incantato. Tale contrapposizione, che rimarca la differenza tra la madre e l’aviatore – l’una dal carattere rigido e dai modi di fare metodici, l’altro folle ed infantile – è alla base dell’intera pellicola. La ragazzina è in bilico tra i due mondi per tutta la durata del film. La realtà non è mai rifiutata, né si cerca di aggirarla rifugiandosi nel mondo della fantasia. Tutt’altro. La realtà è accettata, ma non il comportamento di alcuni adulti che perdono il contatto con la bellezza delle cose, con la purezza del bambino che è in loro. Il piccolo principe non è il solito film d’animazione per bambini Malgrado la pellicola sembri rivolgersi ad un pubblico giovane, non si tratta del solito film adatto soltanto ai più piccoli. Il piccolo principe appassiona un pubblico variegato e di tutte le età. Certamente molti particolari non saranno colti dai bambini e molte sfumature non saranno notate, ma il senso ultimo del film è chiaro. Infatti, per renderlo adatto a tutti, il finale non risulta drammatico o angoscioso, nonostante ci fossero […]

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Notizie curiose

Sanremo 2016: talent e grandi nomi

Mancano poche settimane al ritorno del Festival di Sanremo, uno dei programmi più seguiti dagli italiani. Inutile negarlo, è impossibile esimersi dal guardarlo almeno di sfuggita. Anch’io , come tutti, cado nella solita “trappola-da-Sanremo”: inizialmente mi fingo disinteressata persino ai nomi dei partecipanti alla gara. Poi, però, non riesco a fare a meno di lasciarmi trascinare dall’entusiasmo degli italiani. Basta aprire qualsiasi social per essere inondati di informazioni riguardanti Sanremo.  Quest’anno, quindi, ho deciso che non fingerò indifferenza, e mi sono informata sin da subito su chi fossero i partecipanti. In un primo momento mi sono chiesta se si stesse parlando di Sanremo o di un nuovo programma, che potrebbe chiamarsi “Amici di Sanremo”. La prevalenza di nomi usciti dai talent show negli ultimi anni, rispetto ai nomi già noti da tempo, è davvero importante. I big di Sanremo 2016 Ecco i nomi di chi calcherà il palco più famoso d’Italia dal 9 al 13 Febbraio: Deborah Iurato e Giovanni Caccamo, Da qui Molti si chiederanno chi siano questi due cantanti semi-sconosciuti. Lei ha vinto Amici  nel 2014, lui le “Nuove proposte” di Sanremo nel 2015. Noemi, La borsa di una donna Una delle presenze note a Sanremo. Noemi è il frutto artistico di un talent show (X-Factor), ma è riuscita a scollarsi di dosso l’etichetta di “cantante da talent”.  Alessio Bernabei, Noi siamo infinito Questo nome non dirà molto ad alcuni di voi. Ma forse tutto sarà più chiaro aggiungendo “ex frontman dei Dear Jack”. Pochi mesi fa Bernabei ha lasciato il suo gruppo con cui ha partecipato ad Amici due anni fa, piazzandosi al secondo posto, per intraprendere una carriera da solista. Fino a qui, tutto bene. Dear Jack, Mezzo Respiro E proprio qui sta la sorpresa. Non solo a Sanremo si presenta Bernabei da solista, ma ci saranno anche i suoi ex colleghi. Una connubio che ha dei contorni decisamente trash. I fan degli ex Dear Jack dovranno decidere da che parte stare. Bernabei sarà sostituito dal nuovo cantante Leiner Riflessi. Enrico Ruggieri, Il primo amore non si scorda mai Uno dei pochi Big davvero Big di questa lista. Un grande cantante ed un grande autore. Potrà dare a questo Sanremo soltanto un valore aggiunto. Arisa, Guardando il cielo Presenza ormai abitudinaria di questo palco. Negli ultimi anni Arisa ha partecipato a Sanremo ben quattro volte (a partire dal 2009 con Sincerità, quando si presentò con un look stravagante e l’aria da svampita), ed è stata co-conduttrice dell’ultima edizione. Rocco Hunt, Wake up Il rapper salernitano ha vinto nella categoria “Nuove proposte” nel 2014. Il titolo in inglese potrebbe fuorviare, ma probabilmente la canzone sarà un rap napoletano come Nu juorno buono. Stadio, Un giorno mi dirai Grande sorpresa di questo Festival. Nessuno aveva avanzato l’ipotesi di poter vedere questo grande nome. Potrebbero aver portato un gran pezzo, uno di quelli che non si dimentica con gli anni. Lorenzo Fragola, Infinite volte Nessuna sorpresa con il vincitore della scorsa edizione di X-Factor, che ha già partecipato a Sanremo un anno fa. Viene da chiedersi come si faccia a […]

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Cinema e Serie tv

Mon Roi: la storia di un rapporto malsano

Mon Roi, tra amore e ossessione   Mon Roi, l’ultimo film di Maïwenn Le Besco, racconta l’atipica storia d’amore tra Tony (Emmanuelle Bercot) e Georgio (Vincent Cassel). I due, che si erano già conosciuti in passato, si ritrovano in un locale; Georgio non riconosce Tony, ma lei è decisa a farsi notare da lui, perciò fa in modo di attirare la sua attenzione. Da quella sera comincia tra i due una relazione fuori dal comune. Georgio è un uomo brillante che subisce ancora l’influenza della sua ex fidanzata Agnès (Chrystèle Saint Louis Augustin), una modella dal carattere fragile, emotivamente instabile. Quando Georgio e Tony decidono di sposarsi perché lei aspetta un bambino, Agnès, che è ancora innamorata di lui, tenta il suicidio, masi salva in extremis. L’uomo, profondamente sconvolto dalla reazione della sua ex fidanzata, si prende cura di lei trascurando per molti mesi la moglie. Prossima al parto e vedendosi messa da parte, Tony decide di abbandonare la casa in cui vive con lui. Da qui comincia la parabola discendente del rapporto tra i due amanti. Mon Roi e l’utilizzo del flash back  La storia si sviluppa in un crescendo d’intensità. Le vicende accadute ai due amanti sono intramezzate da una serie di flash-back che raccontano il momento il cui Tony cerca di recuperare le funzioni motorie dopo un incidente sciistico probabilmente autoindotto. Le cicatrici con cui Tony deve fare i conti durante la sua riabilitazione non sono quelle fisiche, ma quelle che hanno a che fare con la sua psiche: il rapporto altalenante durato ben dieci anni con Georgio l’hanno distrutta da un punto di vista soprattutto emotivo. Il tema della droga, così come quello del ricorso agli psicofarmaci, è trattato variamente e in tante sfaccettature. Sia Agnès che Tony, distrutte dalla storia con Georgio, ne fanno uso per cercare di migliorare la propria condizione emotiva. Il rapporto malsano raccontato in Mon Roi   Centrale nell’andamento del film è il gioco pericoloso tra i due protagonisti. La violenza psicologica, più che quella fisica, fa da padrona in questo rapporto: l’abuso di Georgio su Tony si consuma sempre e solo in termini psichici, senza esplodere in un tipo di violenza corporea e passionale. Nonostante ciò il film sottolinea in modo via via incalzante quanto la manipolazione psicologica porti ad un rapporto malato quanto quelli di violenza. Georgio è incline alla manipolazione, all’instabilità, e continua a mentire a Tony per tutta la durata del loro rapporto. Lo spettatore non può far altro che sentire una forte empatia nei confronti della donna che si ritrova a subire i maltrattamenti del marito nonostante non li meriti affatto. Eppure Tony resta accanto a lui per molto tempo, inizialmente perché non riesce a liberarsene, e poi perché ogni volta che ci prova Georgio fa di tutto per tenerla legata a lui. Il rapporto malsano continua, e a nulla valgono i consigli del fratello di Tony e dei suoi amici: la donna è ormai irrimediabilmente stretta nella morsa dell’uomo che ama. Mon Roi è stato definito […]

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Culturalmente

Stefania Rossella Grassi: “Robert De Niro ha plagiato il lavoro di cinque anni”

Stefania Rossella Grassi è una sceneggiatrice ed autrice emergente che negli ultimi anni ha dedicato anima e corpo alla realizzazione di un progetto: “L’uomo in frac”. La Grassi aveva intrapreso una corrispondenza con i collaboratori di Robert De Niro per stabilire una trattativa con lui. Avevo letto sul web che qualcosa, poi, era andato storto, e che il film “L’uomo in frac” non era stato realizzato. Stefania Rossella Grassi aveva accusato De Niro ed i suoi collaboratori di aver commesso un plagio. Sosteneva che molto di quanto appare nel trailer del cortometraggio “The ghost of Ellis Island”, diretto da JR, che vede come protagonista proprio De Niro, era frutto della sua creatività, e che le erano state rubate le idee ed il lavoro di cinque lunghi anni. Durante il primo minuto di telefonata ho avuto subito l’impressione che Stefania Rossella Grassi fosse una donna forte, ma, al momento, particolarmente provata. Traspariva qualcosa dal suo tono di voce, dalle sue parole, che mi ha subito fatto capire quanto questa faccenda l’abbia molto scossa. Tuttavia, si è mostrata subito disponibile a rispondere a tutte le mie domande. Sei una sceneggiatrice ed autrice emergente, quanto è difficile far sentire la propria voce e diffondere il proprio lavoro nella tua situazione? Direi tantissimo. È una difficoltà che presumo riscontrino tanti giovani emergenti, dalla non assoluta tutela degli autori sino al dover investire sulla propria arte. Molti come è accaduto anche a me arrivano ad indebitarsi.  Passiamo a “L’uomo in frac”. Com’è nata l’idea di affidare il ruolo di Giosuè, il tuo protagonista, a De Niro, e come sei entrata in contatto con lui? Inizialmente “L’uomo in frac” era un cortometraggio. Ho iniziato a lavorarci nel 2010, poi mi sono fermata per un periodo perché è mancata mia mamma. Quando nel 2014 ho ripreso questa sceneggiatura ed ho iniziato a pensare di fare un lungometraggio, mi sono messa in contatto con Danilo Mezzetti, in arte Mattei, un caro amico di De Niro. Siamo nel Maggio del 2014. Ho mandato questa prima versione a Mattei che mi ha convinto – diciamo che ci sono cascata completamente – del fatto che ne stava parlando con De Niro. Mi ha inoltrato una mail rivolta a lui in cui De Niro diceva: “Danilo, io ti voglio aiutare. Questo “Uomo in frac” suona bene. Vieni qui e vediamo di concludere.” Questa mail mi ha fatto compiere il passo di indebitari. Ho ceduto poi il 5% degli utili della sceneggiatura ad un’attrice con la clausola che, qualora non ci fosse stato De Niro, io avrei dovuto restituire questi soldi. Mattei a Giugno è partito per l’America, ed io intanto gli ho fatto tutti i bonifici bancari perché tornasse in Italia con il pre-contratto con De Niro. Mi disse che aveva accettato, ed ho tantissime mail a testimoniarlo. Dopo aver portato avanti per un po’ le trattative, ti è stato riferito che il progetto non si sarebbe più fatto? Quando Mattei torna dall’America mi chiede altri 15.000 euro, soldi che io non ho, e gli […]

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Cinema e Serie tv

Mustang di Deniz Gamze Ergüven: le durezze della Turchia

Mustang – un film di Deniz Gamze Ergüven – è la storia di cinque sorelle orfane, Lale (Günes Sensoy), Nur (Doga Zeynep Doguslu), Ece (Elit Iscan), Selma (Tugba Sunguroglu) e Sonay (Ilayda Akdogan), che vivono in un villaggio turco retrogrado e anti-progressista, in cui il ruolo della donna è ancora strettamente legato all’ambito domestico. Al termine del loro ultimo giorno di scuola, le giovani sorelle festeggiano tuffandosi in mare con i loro compagni di classe e giocano a cavalcioni sulle spalle dei ragazzi. L’avvenimento, riferito alla nonna delle ragazze come un atto osceno, genera una serie di conseguenze: le ragazze vengono visitate da un dottore che possa certificare la loro verginità. È un momento che immette subito lo spettatore nell’atmosfera che caratterizzerà l’intera pellicola. Successivamente la nonna, insieme allo zio delle ragazze, si attiverà perché le nipoti si sposino. Lo scopo principale, oltre a quello di “accasarle”, è di mettere a tacere le voci che iniziano a circolare sulle scanzonate ragazze. Proprio per questo lo zio decide di chiuderle in casa, adibendo questa a vera e propria prigione, con tanto di sbarre alle finestre, fin quando non avesse combinato un matrimonio per ognuna di loro. Il punto di vista di Lale e i momenti “oscuri”secondo Deniz Gamze Ergüven La storia è raccontata dal punto di vista della sorella più giovane, Lale, che sogna di trasferirsi ad Istanbul. Lale vede le proprie sorelle promesse in sposa, una ad una, a sconosciuti (fatta eccezione per Sonay). Non tutte, però, porteranno a compimento il matrimonio. Un’ombra oscura si abbatte sul film, un’angoscia costante che lo accompagna dall’inizio fino al finale, crudo e amaro. Presentato alla Quinzaine des Réalisateurs al Festival di Cannes 2015, vincitore del premio Label Europa Cinemas, Mustang è un film psicologico e duro, che non lascia spazio a inutili e retoriche commiserazioni. Persino i momenti più drammatici, sono presentati con partecipazione, ma non con identificazione. Lo spettatore non dovrà affrontare i due momenti più difficili del film, che vengono presentati quasi en passant. Ciò che, invece, viene trasmesso generando una forte e assoluta connessione con lo spettatore sono lo stato d’animo ed i pensieri di Lale, la ragazzina che non intende arrendersi come hanno fatto le sorelle alla vita che gli altri avrebbero scelto per lei. È solo grazie al suo coraggio e alla sua forza che la penultima sorella si salva dal un destino terribile toccato invece a Selma, o da quello ancor peggiore di Ece. C’è in Mustang un messaggio di speranza Mustang è un film dal giusto ritmo per tutta la sua durata, e che tiene sempre vivo l’interesse dello spettatore. La spensieratezza delle ragazze, la loro voglia di riscatto, e, infine, il loro progressivo perdere l’allegria e la giovinezza, diventa il filo conduttore delle emozioni provate dallo spettatore. L’identificazione nei sentimenti, però, non si spinge oltre le ragazze, e anche le scene dure vengono viste sempre dal punto di vista di Lale, che sente, immagina, ma non vede mai. La Ergüven lascia lo spettatore volutamente in disparte, probabilmente per […]

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Lo stagista inaspettato: uno scarto generazionale

Lo stagista inaspettato: la trama. Ben Whittaker (Robert De Niro), un settantenne annoiato dalla vita vuota d’impegni di un pensionato, decide di aderire ad un programma che l’azienda di Jules (Anne Hathaway) ha avviato per questioni d’immagine. Il programma prevede l’assunzione di “stagisti senior” che dovranno essere coinvolti nel mondo dell’azienda operante nel campo dell’e-commerce. Lo “stagista” Ben viene assegnato alla fondatrice dell’azienda, Jules. Nonostante un’iniziale diffidenza da parte della donna, tra i due nascerà un’insperata sintonia che porterà ad un legame sempre più stretto e confidenziale. Il film di Nancy Meyers coordina le vite dei due protagonisti, diversissimi eppure così simili, che esemplificano due categorie: De Niro rappresenta uno stagista inaspettato, un pensionato appartenente ad un’altra generazione, con modi di fare ormai fuori tempo, demodé nel vestire e dal carattere preciso e meticoloso, specie nel lavoro; la Hathaway è invece una giovane e brillante donna che ha fondato un sito di e-commerce dedicato al commercio di abiti femminili. È evidente quanto Lo stagista inaspettato della Meyers voglia sottolineare come stia cambiando il mondo dell’azienda e, più in generale, il mondo del lavoro, a partire dagli strumenti utilizzati È esplicativa a tal proposito la scena che riguarda il primo giorno di lavoro degli stagisti: lo stagista giovane tira fuori dalla sua tracolla un ipod, una pen-drive e sa usare perfettamente il pc che ha in dotazione, mentre Ben ha con sé, nella vecchia ventiquattrore in pelle, una calcolatrice, penne e matite, e non sa neppure come si accende un pc. La già conclamata duttilità di Robert De Niro diventa ancor più sorprendente per chi si approccia a Lo stagista inaspettato. L’attore si distacca dai ruoli tutti uguali nei quali stava recitando negli ultimi anni, e si svincola dal solito personaggio affibbiatogli. Ben sembra un vero pensionato di oggi, identificabile con i genitori o i nonni di ognuno, che ha difficoltà ad utilizzare un cellulare moderno e che non sa come iscriversi a Facebook. Anche la Hathaway riesce particolarmente nel ruolo, interpretato già in passato, di donna in apparenza forte ma con molte fragilità ed insicurezze. Una comicità delicata e leggera per un feel-good movie L’improbabile duo, contro ogni aspettativa, riesce a coinvolgere e divertire, ma lo fa in maniera delicata e leggera. Non siamo di fronte al comico indecoroso o sguaiato. Lo stagista inaspettato fa sorridere – e anche ridere – ma lo fa con eleganza e garbo. Il tema chiave del film è certamente lo scarto generazionale: la prima generazione è abituata a sgobbare, la seconda è più concentrata sul modo di lavorare, sull’ idea, sulla modernità. È il confronto tra due persone che appartengono a due epoche diverse, ma che, con un po’ di impegno da parte di entrambi, riescono ad incontrarsi. Jules riesce a fermarsi nonostante il ritmo frenetico della sua vita, e Ben si adatta invece ai tempi e ai ritmi del suo capo. Lo stagista inaspettato è un commedia americana non troppo classica, dai risvolti spesso non scontati. Un feel-good movie (film per stare bene) […]

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Attualità

Assoluzione per Erri De Luca: il fatto non sussiste

Da oggi Erri De Luca si sente di nuovo un cittadino qualunque. L’ha affermato lui stesso, dopo essere stato assolto dall’accusa di istigazione a delinquere per aver dichiarato, in un’intervista ad Huffington Post del 2013, di essere a favore dei sabotaggi alla linea ferroviaria ad alta velocità tra Torino e Lione. Per il giudice, Immacolata Iadeluca, “il fatto non sussiste”. Erri De Luca aveva manifestato la convinzione che la TAV, sigla con cui si usa definire i treni ad alta velocità, dovesse essere intralciata e sabotata per difendere il suolo, l’acqua e l’aria. L’accusa, sostenuta dai pubblici ministeri Antonio Rinaudo e Andrea Paladino, aveva chiesto per lui otto mesi di reclusione per aver incitato a commettere reati. Lo scrittore napoletano non era disposto a farsi censurare, e in questi anni ha continuato a sostenere la tesi precedentemente affermata, tanto che ancora oggi, dopo il processo, ha ribadito il suo inalterato pensiero. “Confermo la mia convinzione che la linea sedicente ad Alta Velocità vada intralciata, impedita e sabotata per legittima difesa del suolo, dell’aria e dell’acqua”, ha affermato, “ Se quello che ho detto è reato, l’ho ripetuto e continuerò a ripeterlo”. Erri De Luca: attacco alla libertà di espressione In questi anni il processo è diventato il simbolo dell’attacco alla libertà di espressione in Italia ed alcuni intellettuali francesi (tra cui Salaman Rushdie, Wim Wenders e Paul Auster) hanno firmato un appello: Liberté pour Erri De Luca. Lo scrittore ha espresso la sua gratitudine nei confronti delle persone che lo hanno sostenuto sia in Italia che in Francia; questa mattina, appena entrato in tribunale, ha rimarcato che i suoi colleghi stranieri non hanno compreso le ragioni del suo processo. I lettori affezionati a De Luca hanno creato un movimento di protesta, tanto che è diventato virale l’hashtag #iostoconerri. Con degli striscioni su cui era stampata questa stessa frase i lettori si sono incontrati – diverse volte ed in occasione del processo – in alcune librerie di Napoli, mettendo in piedi quelle che hanno chiamato “letture a sostegno di Erri De Luca”. Anche alcuni scrittori napoletani, di cui ricordiamo Roberto Saviano e Maurizio De Giovanni, hanno sposato la causa di Erri. La sentenza della Iadeluca ribadisce il valore dell’articolo 21 della Costituzione. La “parola contraria” di Erri De Luca su cui tanto si è discusso in questi anni rimane tale Lo scrittore continuerà ad “usare il vocabolario per esprimere le proprie convinzioni”.

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