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Eroica Fenice

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Per capire Trump, presidente degli Stati Uniti d’America

  Donald J. Trump è il quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti d’America, ora a tutti gli effetti. Dopo l’insediamento del 20 gennaio, il tycoon statunitense è succeduto all’ormai ex presidente democratico Barack Obama. Ma cosa è successo in questi due mesi di limbo che hanno separato l’elezione di Trump, decisa dagli americani lo scorso 8 novembre, dall’insediamento ufficiale alla Casa Bianca? Il neo presidente statunitense è una delle figure più controverse al mondo e, ancor prima di ricoprire ufficialmente il suo ruolo, ha fatto parlare tanto di sé. L’estenuante – e spesso deludente – campagna elettorale, che lo ha visto contrapposto alla candidata democratica Hillary Clinton, ha destato scandalo e scetticismo in ogni angolo del mondo. Ma ridurre Donald Trump a fenomeno populistico e ad arrogante miliardario significa, ancora una volta, prendere sottogamba l’espressione di una volontà popolare che parte da molto lontano e che è nata e cresciuta nell’arco di un intero decennio. Al di là delle reazioni post-elettorali che, come qualcuno ha pensato guardando un video postato da Beppe Grillo, sembravano gridare all’unisono: “Populisti di tutto il mondo, unitevi!”. Trump e le promesse-minaccia in campagna elettorale Ma così non è perché la realtà è sempre molto più complessa e ricca di sfumature rispetto a come la si descrive. Se Donald Trump mantenesse tutte le promesse che ha fatto in campagna elettorale (e ha i numeri al Congresso per riuscirci) avremmo: un muro chilometrico tra Stati Uniti e Messico, lungo quanto la distanza tra Napoli e Mosca; l’espulsione di tutti gli immigrati clandestini dal paese; enormi passi indietro sulla questione climatica; il ritiro dell’Obamacare (parzialmente ritrattato qualche giorno dopo l’elezione); un’arma per ogni cittadino americano, molestie legalizzate e un indice sempre pronto a sganciare la bomba atomica. Si tratta, chiaramente, di provocazioni rivolte ai catastrofisti che, nonostante l’appello di Obama alla vigilia delle elezioni, temono ancora che il sole non sorga più. Ma cosa ha fatto davvero il tycoon in questi mesi che lo hanno separato dall’insediamento? Dopo la vittoria su Hillary Clinton, Trump si è scrollato di dosso per pochi giorni la luce abbagliante dei riflettori che tanto lo esalta, per poi tornare a far parlare di sé a modo suo. Una sera di novembre, senza avvisare il transition team che lo seguiva, il presidente eletto si era recato con la sua famiglia in un ristorante di Midtown. Ma le prime vere polemiche che hanno seguito la vittoria di Trump riguardano le scelte della squadra di governo: il nome più controverso è quello di Michael Flynn, lobbista vicino al presidente turco Erdogan e contrario alla protezione offerta dagli USA a Fetullah Gulen. Flynn è stato scelto da Trump come consigliere alla sicurezza nazionale. Altre voci si sono sollevate intorno alla decisione di inserire Jared Kushner, marito della figlia Ivanka, nella squadra di governo, come inviato in Medio Oriente. Per non parlare, poi, della controversa telefonata di inizio dicembre con la presidente di Taiwan, governo con cui gli USA hanno interrotto i rapporti nel 1979, in virtù del miglioramento delle relazioni diplomatiche […]

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Napoli, de Magistris – Saviano: si potrebbe evitare?

Si dice spesso che i napoletani riescono ad adattarsi: la disoccupazione, il traffico, l’abbandono dello Stato, il ritardo cronico dei mezzi di trasporto. Tutti mali guaribili, anche se poi non guariscono mai. Ma uno sfortunato cittadino che, ignaro, passeggia per strada e rischia la vita a causa di un’azione criminale della camorra, è un tragedia a cui neanche Napoli potrà mai abituarsi. Soprattutto se a rischiare la vita sono minorenni. Napoli e il sottile filo della paura Allora non deve sorprendere se quanto successo lo scorso 4 gennaio al mercato della Maddalena alla Duchesca susciti indignazione e polemiche. Anche se, in alcuni casi, si supera il limite, come è successo nella diatriba a distanza tra il sindaco Luigi de Magistris e lo scrittore Roberto Saviano. A Napoli si spara. E da troppi anni giornali e TG si riempiono del sangue versato dalla camorra o di blitz delle forze dell’ordine che arrestano questo o quel boss, questo o quell’affiliato. A Napoli si spara, e sempre da troppo tempo. Gli ultimi anni non hanno certo fatto eccezione. Perché la camorra non guarda in faccia a nessun’amministrazione comunale, per quanto capace, trasparente e onesta essa possa rivelarsi. In quasi sei anni il sindaco de Magistris – che dal 19 giugno 2016 ha iniziato il suo secondo mandato da primo cittadino – è riuscito a realizzare molti importanti progetti, a risanare il bilancio comunale e a raggiungere alcuni dei precetti che si era prefissato all’inizio della sua carriera politica. Uno su tutti, il rilancio dell’immagine di Napoli a livello internazionale che ha riportato in città un importantissimo flusso di turisti. Saviano, de Magistris e la polemica che non serve a nessuno Risultati importanti che, però, non possono bastare a coprire o ad ammortizzare una realtà terrificante. La camorra (e la mafia) si sono diffuse a macchia d’olio su tutto il territorio nazionale, vestite in giacca e cravatta e armati di politica e finanza. Il problema è che a Napoli, e al Sud, oltre alla cravatta, le mafie continuano ad indossare anche jeans e tute e ad armarsi delle armi tradizionali. Edulcorare la realtà è inutile, insistere inefficacemente sullo stesso punto lo è altrettanto. Dopo i dibattiti culturali e politici che hanno preceduto il referendum dello scorso 4 dicembre, stavolta, nelle sabbie mobili più basse della comunicazione, sono caduti proprio de Magistris e Saviano. Entrambi agguerritissimi su Facebook, sempre più ultima frontiera dei duelli a distanza: il primo si chiede se l’autore di Gomorra sia diventato “nulla di più che […] un brand che tira se tira un certa narrazione”; il secondo, che aveva già stuzzicato il primo cittadino di Napoli dopo la sparatoria, è certo “che quando le mistificazioni della sua amministrazione verranno al pettine, a pugnalarla saranno i tanti lacchè […] dei quali si circonda per edulcorare la realtà, unico modo per evitare di affrontarla“. Et voilà, la frittata è ormai fatta: il sindaco istrionico e spettacolare e l’intellettuale appollaiato su di uno scranno in un paese estero, pronto a sferrare unghiate piene di rimorso alla […]

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Napoli, UnPopoloinCammino contro la camorra

Non è un capriccio, quello di Napoli ma la semplice, spontanea e inarrestabile reazione ad una situazione che, da troppi anni, una delle città più conosciute e apprezzate al mondo non riesce a superare. Dice no, Napoli. Continua a dire no, sull’onda lunga del risultato referendario di domenica scorsa sulla riforma costituzionale, in occasione del quale la provincia di Napoli ha espresso il suo parere in maniera molto netta (il No alla riforma firmata Renzi-Boschi ha stravinto col 70.4% dei voti, quasi 950.000 elettori). Molti – premier (ormai ex premier) compreso – hanno letto il risultato di domenica 4 dicembre come un giudizio deciso e definitivo anche sull’operato del governo negli ultimi due anni, oltre che sul merito della riforma. Probabilmente, a Napoli – dove durante il mandato renziano è spesso esploso il malcontento della città sui provvedimenti e sulle scelte governative – questo discorso poggia su argomenti ancora più radicati e profondi rispetto al resto del Paese. Unpopoloincammino: marcia per Napoli venerdì 16 dicembre da piazza Dante, ore 9.30 Il No del capoluogo campano parte da molto più lontano, rimbalza tutti i giorni tra le pietre di tufo e le robuste mura del centro storico, dei quartieri, della provincia. È un no sicuro sicuro ma impaurito, urlato e che si strozza in gola. Contro le ingiustizie, le ristrettezze economiche, la disoccupazione, l’ingiustizia sociale… la camorra. È il no che ancora una volta i membri del movimento Unpopoloincammino porteranno in strada venerdì 16 dicembre, facendo di Napoli l’indiscussa capitale del Mezzogiorno, che rifiuta le mafie, chiede aiuto con dignità e alza la testa. Perché il disagio di Napoli e del Meridione vanno ben al di là di una cabina elettorale. Per chiarire ancora una volta che nella parte geograficamente più bassa della penisola si cerca giustizia e appoggio. E che il malcontento dei suoi onesti cittadini (tanti) non è rivolto solo allo Stato, assente ingiustificato, ma anche a chi questa zona la abita e la distrugge dall’interno rendendo quasi eroica la resistenza di chi non parte e continua a difenderla. Dopo il grande seguito ottenuto il 5 dicembre dello scorso anno, la marcia organizzata da Unpopoloincammino stavolta avverrà con qualche giorno di ritardo, il 16 appunto, proprio a causa del recentissimo appuntamento referendario. Gli organizzatori dell’evento partiranno alle 9.30 da piazza Dante e termineranno il loro percorso nei pressi della prefettura di piazza del Plebiscito. Marcia in memoria delle vittime innocenti di camorra. Napoli chiede lavoro e giustizia sociale per i suoi figli Un cammino che quest’anno si carica di ulteriori significati da aggiungere a quelli, già molto sentiti, che si susseguono da tempo in manifestazioni simili. Come nell’ultima marcia organizzata proprio da Unpopoloincammino, quando fu portato all’attenzione delle istituzioni il drammatico caso di Genny Cesarano, diciassettenne vittima innocente di camorra, ucciso da un colpo di pistola il 6 dicembre 2015 mentre era in compagnia di alcuni suoi amici proprio accanto alla chiesa di Santa Maria della Sanità. Lì, in suo onore, è stata costruita una statua in marmo, posta proprio nel […]

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Saviano a Napoli: “La paranza dei bambini”

Non poteva passare inosservato il ritorno di Roberto Saviano a Napoli che, per presentare il nuovo romanzo nella sua terra, ha scelto il piccolo palco del Nuovo Teatro Sanità. Una scelta ben precisa e soprattutto significativa, dato che Saviano in passato ha contribuito al perfezionamento della struttura, animata dai ragazzi del Rione Sanità che ne compongono la giovane ed entusiasta compagnia. La location dice già molto: il piccolo teatro si nasconde bene nel patrimonio artistico della Sanità. Timido, in un angolo di piazzetta San Vincenzo e mascherato da una chiesa sconsacrata. È in questa cornice che Saviano presenta La paranza dei bambini, libro edito da Feltrinelli. Ma la giornata partenopea non comincia con i migliori auspici. Al ritorno in città, Saviano è anzi accolto da uno striscione firmato “Napoli nazione”, “abbarbicato” – come scrive lui stesso su Facebook – al ponte della Sanità che recita: «La camorra e i rinnegati non hanno nazionalità. Napoli ha bisogno d’amore, non di fango». Un colpo al cuore di cui, tuttavia, l’autore di Gomorra dichiarerà che «un po’ me lo aspettavo». Ma la risposta, affidata allo stesso post pubblicato sulla sua pagina social personale, è puntuale oltre che precisa: «Fango non è raccontare, fango è uccidere, spaventare, terrorizzare, togliere ogni speranza e azzerare ogni futuro possibile». Un concetto che Roberto Saviano ripete da anni e che ribadisce anche sul palco del Nuovo Teatro Sanità. La storia dei paranzini e gli atti dei magistrati De Falco e Woodcock Prima della presentazione, però, la piccola piazza del rione si anima di giornalisti e lettori, alcuni dei quali arrivano addirittura con più di tre ore d’anticipo rispetto all’orario d’inizio dell’evento. Perché la scelta simbolica piace, ma il teatro è piccolo e conta solo novantuno posti. A pochi minuti dall’inizio, i più fortunati riescono ad accomodarsi sulle piccole poltrone della sala, mentre altre cento persone circa hanno comunque l’opportunità di seguire l’incontro dall’esterno grazie al maxischermo installato apposta per l’occasione. Dopo le perquisizioni all’ingresso, con tanto di metal detector, le poche decine di persone che possono accomodarsi accolgono con calore l’arrivo sul palco di Roberto Saviano, pronto ad interloquire col suo amico Mario Gelardi, direttore del Nuovo Teatro Sanità e ad assistere alle performance dei giovani attori della compagnia. Gelardi precisa che gli avvenimenti fittizi narrati nel romanzo prendono in realtà spunto dagli atti giudiziari di De Falco e Woodcock. È proprio l’intervento iniziale di quest’ultimo a dare il via alle impressioni dell’autore. Aspetto umile e voce timida, poco avvezza al microfono, il magistrato parla della scintilla che ha ispirato La paranza dei bambini, un romanzo di pietà e riflessione: «Bello vedere qui tanti giovani che vogliono ascoltare Saviano, ma mi piacerebbe vedere, oltre alle camionette di carabinieri e polizia che fanno il loro lavoro e lo fanno bene, anche il Ministero dell’Istruzione qui, con dei gazebo». E aggiunge: «Prima di andare in aula a chiedere la segregazione per un essere umano di 19 o 20 anni, a volte avverto un senso di malinconia, di pietas quasi di epoca […]

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Stati Uniti, Obama e il successore sbagliato

  Negli Stati Uniti la famiglia è un elemento importante nella vita politica e amministrativa del Paese. Il caso dei Kennedy è solo il più famoso, con John Fitzgerald eletto presidente nel 1960 e Robert Francis senatore dal 1965 al 1968. Entrambi nelle fila del Partito Democratico, lo stesso che lo scorso 8 novembre ha provato a riprendere questa secolare tradizione nella maniera più spettacolare che si potesse immaginare. Hillary Diane Rodham in Clinton ha rischiato di riportare il cognome del marito Bill dietro la scrivania più pesante dello Studio Ovale. Tutti sappiamo bene com’è andata e in che modo si sono infranti i sogni di gloria della candidata democratica. Anche se la maggior parte dei commentatori di tutto il mondo – ma soprattutto quelli statunitensi – hanno capito realmente in che direzione stavano andando le cose solo a partire dai primi scrutini, che interessavano Indiana, Kentucky e Vermont. E’ l’una e venti minuti circa in Italia, e Donald Trump è in vantaggio su Hillary Clinton, 19 grandi elettori contro 3. Partito Democratico, Clinton e sondaggi: i tre grandi sconfitti delle elezioni negli Stati Uniti Ciechi, sordi o solo superficiali? Volutamente o in maniera del tutto inconscia? Qualunque sia stato l’atteggiamento della maggior parte degli opinionisti e dei sondaggisti degli Stati Uniti, il risultato è che l’improponibile – secondo i più – candidato repubblicano Donald Trump ha letteralmente ricoperto il ruolo del perfetto outsider. Come? Sbranando avversari, a partire dai suoi compagni di partito durante le primarie, contro politici di professione e sostenitori di lunga data al seguito, molti dei quali, fino alla fine, hanno lasciato trasparire le loro perplessità sulla credibilità del tycoon nelle vesti di presidente. Stracciando pronostici, nonostante le uscite poco felici praticamente su tutto: donne, omosessuali, afroamericani, ispanici, immigrati. E ignorando, e a volte ridicolizzando, le polemiche riguardanti il suo rapporto non proprio trasparente col fisco degli Stati Uniti. Visti oggi, questi particolari sembrano aver indignato più l’opinione pubblica mondiale che l’elettorato americano, soprattutto quello di campagne e periferie. Al contrario, Trump ha vinto proprio sfruttando queste armi. Si è mostrato schietto, dall’inizio, e politicamente scorretto, in un momento in cui molti statunitensi stentano più del solito a mantenere la calma e non hanno voglia di approfondire troppo le questioni (stato d’animo condiviso anche in molti paesi europei). Così, al risveglio in un mondo con Trump presidente degli Stati Uniti, ma dove il sole sorge ancora (come ha scritto Obama alla vigilia delle elezioni), in Italia c’è chi, nel Partito Democratico nostrano, vive il risultato dell’8 novembre come “una tragedia peggiore del terremoto”, a leccarsi le ferite stavolta è un altro Partito Democratico, quello d’oltreoceano. Dopo otto anni di presidenza Obama, in cui gli Stati Uniti hanno vissuto momenti difficili e cambiamenti significativi, dalla crisi economica alle modifiche al sistema sanitario, passando per gli immancabili interventi militari in altri paesi, il Partito Democratico dice addio alla Casa Bianca, insieme alla sua candidata, Hillary Clinton. Hillary Clinton: siamo sicuri non ci fossero altre strade da percorrere? Già, Hillary. Perché proprio lei? Certo, il peso […]

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