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Eroica Fenice

Attualità

Rai e omofobia: il delitto perfetto

L’Italia, si sa, è un po’ come il paese dei balocchi dove tutto sembra essere oro, anche se, in realtà, questo tutto nasconde, coperto da uno spesso strato di lustrini, una certa natura bigotta e, diciamolo pure, ormai antiquata. Caposaldo estremo di questo atteggiamento a dir poco fuori tempo è lei, la fonte suprema della conoscenza dell’italiano medio, la signora degli italiani che passa sotto il nome di Radio Televisione Italiana. Sì signori, è la Rai. In tempi in cui il belpaese si sta avviando, seppur con lentezza, all’introduzione nel proprio sistema legislativo dell’istituto del matrimonio tra persone dello stesso sesso; in tempi in cui si festeggia, o meglio si dovrebbe festeggiare, la nascita del figlio di un importante uomo politico dichiaratamente omosessuale, ancora persiste, negli studi Rai, una certa ritrosia a mostrare, in prima serata, scene erotiche apertamente omosessuali. A fare le spese di questa anacronistica censura proveniente dai piani alti della Rai è la famosa serie tv Le regole del delitto perfetto che, in onda venerdì scorso sul secondo canale, si è visto privare di una scena di intimità tra due dei protagonisti. In Rai, la regola del delitto perfetto è che non siano coinvolti omosessuali Presa da un improvviso quanto falso retaggio di pudore, la Rai ha preferito non mandare in onda la scena in cui Connor (Jack Falahee) e Oliver (Conrad Ricamora) hanno un rapporto intimo. Questo atteggiamento è sintomo di una grave forma di incomprensione che, brutto da dire, evidenzia quanto la Rai sia lontana dalla realtà che pure dice di rappresentare fedelmente nei mille talkshow, grazie ai quali puoi imparare a cucinare, a pulire la casa, a comprare l’abito da sposa ed altre amenità simili, ma non puoi imparare a fronteggiare lo status quo dei tempi che vivi. Perché questi sono i tempi in cui viviamo, tempi di evoluzione e accoglienza. Tempi in cui una scena di sesso può essere istruttiva, data l’evoluzione che la relazione tra Connor e Oliver avrà di qui a poco con la scoperta della sieropositività del secondo. Può darsi che in Rai non si sia fatto caso alla sceneggiatura o forse, nonostante i tempi nuovi, l’unico sesso “pudico” e trasmissibile è quello edulcorato e rigorosamente eterosessuale di certe fiction serali. La reazione dei telespettatori della Rai non è tardata ad arrivare Lanciato l’hashtag #RaiOmofobia, c’è stata subito un’esplosione di commenti. Lo stesso autore della serie Pete Nowalk e l’attore Jake Falahee hanno espresso il proprio disappunto in tweet al veleno: «I haven’t heard of this until now. Schocked and disappointed» scrive il primo; «Damn, this is crazy» il secondo. In risposta alla bomba mediatica ormai esplosa, la Direzione Rai si è detta disposta a ritrasmettere in prima serata la puntata integrale, senza censure di sorta, questa sera, Domenica 10 luglio alle ore 21:00 su Rai 2. Che si tratti di reale comprensione o di paura da abbassamento dello share, non è dato ancora saperlo. Quello che sappiamo è che noi staremo a vedere. Stasera come sempre.

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Culturalmente

Sei la mia vita di Ferzan Ozpetek

«Quando mi sento affondare dentro l’onda della disperazione, ecco, allora penso all’amore. Perché è l’amore che ci salva, l’amore che cambia tutto, l’amore che rende possibile l’impossibile, bello il brutto, accettabile l’inaccettabile. Anche se ti toglie il sonno, ti accorcia il respiro, ti invade ogni pensiero, senza darti requie.» Sei la mia vita, seconda fatica letteraria del regista italo-turco Ferzan Ozpetek, è una di quelle letture che vuoi ingollare tutte d’un fiato a dispetto del lavoro, degli impegni, della vita che reclama la tua attenzione. Con quella limpida dolcezza, tipica del regista e dell’ormai affermato scrittore, Ozpetek delinea sotto i nostri occhi un mondo fatto di amori, sesso, passioni, dolori. Lo stile che i fan dei suoi film hanno imparato ad amare è interamente trasfuso sulla carta, mentre mette nero su bianco la sua sceneggiatura più importante, più vera, più intima: l’autobiografia. Sei la mia vita è, infatti, la vera storia della sua anima. La lingua è chiara, i sentimenti sono sinceri, tutto viene fuori con nitidezza. Eppure, alla fine della lettura, un dubbio t’assale e ti chiedi, stordito, se le parole che hai letto e le immagini che si sono accavallate nella tua mente siano reali o solo il ricordo di un film, visto anni prima. Nel romanzo c’è tutto il suo cinema, dal caotico palazzo di Le fate ignoranti, alla testardaggine di Ernesto che dal suo compagno ha «voluto tutto, anche la malattia», a Mara, transgender in procinto di rivestire i panni del bravo figlio, all’atmosfera da mille e una notte di Harem Suaré, al dolore per la morte inaspettata di Saturno contro.  C’è tutto. C’è l’Ozpetek regista affermato e c’è Ferzan, il ragazzino turco che non fa altro  nella vita che rincorrere la felicità. Lasciare il lettore in bilico sul filo dell’incertezza, raccontare di persone reali che hanno ispirato personaggi immaginari che, grazie alla lente straniante della telecamera, hanno potuto ridimensionare tragedie realmente avvenute, sono le cifre caratterizzanti il romanzo. Sei la mia vita è anche la storia di un grande amore, profondo, maturo, puro. Un amore che una malattia terribile minaccia di distruggere, o meglio ancora cancellare. L’alzaimher. Il male dell’oblio, il vortice nero che risucchia tutto, passato, presente e futuro. Soprattutto il futuro, che deve essere preservato, salvato in estremis con un viaggio a ritroso nel tempo, alla ricerca delle origini affinché il ricordo possa salvare dalla morte. Affinché davvero si possa assaporare la felicità, quel «sentirsi, anima e corpo, in assoluta armonia con l’universo, insieme a chi ami». Affinché sia vero che «quando ami, vivi, e ne vale sempre la pena».

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Culturalmente

G&T, intervista agli autori della webserie

G&T è una webserie italiana a tematica omosessuale completamente ideata e realizzata da Francesco D’Alessio e Matteo Rocchi che, oltre ad esserne i produttori, ne sono anche interpreti nei ruoli dei due protagonisti Giulio Benassi e Tommaso Tebaldi. Fondatore dell’associazione RtaMovie (associazione produttrice della serie) l’uno; attore e regista l’altro, Francesco e Matteo hanno dato origine al progetto di G&T, acronimo dei nomi dei protagonisti, nel 2012, dopo aver lavorato insieme alla produzione teatrale Il marito di mio figlio. Pur trattandosi di una serie autoprodotta, G&T ha poco da invidiare alle grandi produzioni americane e internazionali, complice la professionalità dei collaboratori ed ideatori. Colpiscono per la nitidezza e per il realismo pervasivo le scene più forti, dai baci rubati al sesso passionale, dalle furiose litigate agli intrighi di potere. Il senso complessivo, insomma, è quello di osservare la realtà così come potremmo vederla noi stessi giorno dopo giorno. Eppure, nonostante quest’aspetto che potremmo dire domestico, G&T non smette mai di stupire con i suoi colpi di scena, primo tra tutti il finale della seconda stagione. Proprio a proposito di questi aspetti Francesco e Matteo hanno gentilmente accettato di scambiare quattro chiacchiere con noi di Eroica Fenice. Ecco cosa ci hanno confidato. Intervista agli autori di G&T Da chi o da cosa nascono i personaggi di G&T? Cosa vi ha ispirato nel crearli? F: I personaggi non nascono sicuramente da ispirazione proveniente da altre serie, ovviamente quando si scrive una storia ci si guarda intorno e si prende spunto da cose che possono essere successe a persone che ti sono vicine. M: Può capitare che i personaggi nascano anche stravolgendo eventi che ti sono realmente accaduti, romanzandoli in qualche modo. Crediamo che sia sicuramente meglio trasfondere in video ciò che accade nella realtà. A differenza di altre webserie italiane, la vostra è molto esplicita soprattutto nelle scene di sesso. Avete mai ricevuto critiche in proposito? M: Riguardo alle scene esplicite di G&T, in realtà penso che chiunque abbia visto la nostra serie abbia capito che il sesso c’è semplicemente perché il sesso fa parte della vita delle persone. Non ci sono mai scene particolarmente esplicite nel senso che non si vede mai più di quanto si debba vedere. Questo è un aspetto che ci piace sottolineare perché abbiamo scelto di non puntare su voyerismo legato alle parti fisiche. Sono tutte cose che vengono nascoste o seminascoste. Uno dei punti fermi che ci siamo dati è stato proprio quello di non scendere a compromessi, di non tratteggiare personaggi in maniera edulcorata, con tinte pastello. Mancava forse nella produzione italiana un po’ di crudezza in senso positivo, crudezza come carnalità, come naturalezza nelle reazioni dei personaggi che amano, odiano, si arrabbiano come persone reali. Quanto il vostro lavoro è stato influenzato dal vostro background culturale e professionale? F: Sicuramente l’esperienza di ognuno è un piccolo mattoncino che metti sempre l’uno dopo l’altro per creare qualcosa. Ogni lavoro fatto in precedenza ha insegnato a me e Matteo diversi aspetti della cinematografia così come della recitazione. […]

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Attualità

Why Not, un’intervista agli Attribution

All’uscita del nuovo album intitolato Why Not gli Attribution hanno accettato di rispondere a qualche domanda per noi di Eroica Fenice. Scopriamo insieme cosa nasconde di interessante il loro nuovo lavoro.  Come nascono gli Attribution? Gli Attribution nascono nel 2009 da una mia idea (Marco Pasinetti) di avere finalmente una mia band con la quale suonare solamente la musica che amo di più, con tanta libertà di riarrangiare e di improvvisare. In origine si trattava di realizzare cover, poi abbiamo cominciato con gli inediti. La prima persona che ho coinvolto è stata Sebastiano Pezzoli con il quale già suonavo in altre formazioni. Dopo qualche prova con altri batteristi è arrivata l’opportunità di chiedere a Stefano Guidi, uno dei migliori batteristi della bergamasca e non ce la siamo lasciata scappare. Da lì la cosa è cresciuta sempre di più in sala prove e durante i numerosissimi live durante tutti questi anni. Why not: cosa rappresenta per voi questo “perché no”? È la risposta a tutte le volte che ci hanno chiesto il motivo per il quale nella nostra musica mischiamo generi così diversi tra loro. Non crediamo minimamente in nessuna idea di “purismo musicale” e “perché no” sta ad indicare la nostra apertura a qualsiasi input nuovo. Sleet e jazz. Raccontateci questo brano. È una critica alla gente che non si schiera, che rimane in quello stato indeciso fra neve e acqua che è il nevischio e che secondo me non ha nessun fascino, anzi dà solo fastidio. L’idea mi è venuta finendo in una pozza di nevischio prima di una serata in una discoteca dove suonavo da solo prima del dj. Ha un sound molto nervoso e scattante come l’ambiente delle discoteche visto dagli addetti ai lavori. Musicalmente è costruita su una struttura blues alla Robben Ford, ma suonata con piglio rock funk e con l’aggiunta dei fiati sui riff e nel solo dove dialogo col sax di Guido Bombardieri. Dal jazz al rock il vostro album sembra contenere tutto, ma da quale genere vi sentite meglio rappresentati e perché? In verità non ci sentiamo meglio rappresentati da nessuno dei generi che tocchiamo. Se proprio dovessimo scegliere probabilmente il nome del contenitore sarebbe quello del rock, tenendo anche conto del fatto che noi tre membri della band siamo nati e cresciuti con quel genere. Insomma, chitarra, basso e batteria fusi in toni rock, funk, blues, jazz e psichedelia. Why Not contiene dieci tracce di tiratissimo e multiforme rock settantiano in inglese, espanso in multiformi rivoli sonori. È un disco che culla nella penombra di un blues jazzato e psichedelico per poi colpire con manrovesci di chitarra funky mentre basso e batteria dettano un travolgente beat negroide. Ascoltarlo è un’esperienza totalmente spiazzante ed energizzante e di energia, di questi tempi, c’è sempre bisogno. Tutti pronti ad acquistarlo? In fondo Why Not? – Why Not, un’intervista agli Attribution –

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Eventi/Mostre/Convegni

La luce vince l’ombra, l’arte della legalità

La luce vince l’ombra è il titolo della mostra inaugurata lo scorso 21 giugno a Casal di Principe e che espone alcune delle opere più significative della Galleria degli Uffizi di Firenze. L’intento di La luce vince l’ombra è dare nuova linfa ad un territorio, quale quello di Casal di Principe, vessato e incancrenito dall’alto tasso di criminalità organizzata, dal basso tasso di occupazione e dall’apparentemente scarsa volontà dei cittadini di dire no a certi compromessi. Eppure, un nugolo di forze, uno zoccolo duro fatto di giovani e meno giovani con l’idea di bonificare una città che, tutto sommato, considerano come casa, ha deciso di urlarlo il proprio no. No alla camorra, no allo sfruttamento illegale, no al ricatto del “se stai zitto, ti faccio lavorare”. E così con la collaborazione dell’Assessorato alla Cultura l’Associazione R-rinascita ha potuto mettere in piedi una mostra che, più che uno spiraglio di luce, lancia un fascio abbagliante. C’è una confessione da fare, innanzitutto. Chi scrive vive in quella stessa realtà, declinata in chiave ancora minore. Non posso negare che entrando nel cortile di Casa Don Peppe Diana, bene confiscato alla camorra, nel vedere l’affluenza di visitatori il mio sorriso si è allargato a dismisura. Non posso negare che un senso di soddisfazione e commozione mi ha pervaso. Non posso negare che l’unico pensiero, in quell’istante, è stato “stiamo vincendo noi”. Sì, perché La luce vince l’ombra vuole lanciare proprio questo messaggio, un messaggio di vittoria, di rivincita sugli abusi troppo a lungo sopportati, sulle ingiustizie troppo a lungo taciute, sulla volontà di riabilitarsi ad una vita civile troppo a lungo dimenticata. Il ringraziamento più sentito non può che andare ai volontari che hanno investito in questo progetto forze e tempo, alle guide così capaci e tenaci, sempre cortesi e disponibili al dialogo e all’approfondimento; agli sponsor che hanno donato ogni singolo centimetro di cavi elettrici, di pittura, di pavimento, affinché il mondo capisca che un corpo sano si costruisce così, con la collaborazione senza scopo di lucro. Colpisce, come una fitta al cuore, l’installazione sotterranea che raffigura l’Adorazione dei pastori di Gherardo delle Notti andata completamente distrutta durante l’attentato del 1993 alla Galleria degli Uffizi di Firenze e riportata in vita grazie ad una proiezione video che riesce a rendere l’immagine integrale del dipinto originale. Fate presto ancora grida Andy Warhol con le tre stampe sul terremoto del 1980. La sensazione è che finalmente quell’idea di urgenza sia stata compresa e accolta, tanto da rimboccarsi le maniche per ricostruire partendo dalle macerie. Sono sicura che se oggi Don Peppe Diana fosse vivo, camminerebbe per le strade della città con la testa ancora più alta, con negli occhi l’orgoglio di un padre che vede i propri figli mettere a frutto quanto egli stesso, con fatica e in altri tempi, ha seminato, con nel cuore la commozione che solo chi nella terra dei fuochi ci è nato può provare di fronte a questo immenso tentativo di spegnere, una volta per tutte, l’incendio della camorra. E […]

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Attualità

Un raggio di sole, intervista a Tullio Imperatore

Un raggio di sole è il cortometraggio insignito del premio Platinum Remi Award – WorldFest 2015 della città di Houston, nonché dell’Award of Merit – Best Shorts Competition della città di San Diego. Un raggio di sole è stato realizzato dal giovane regista, sceneggiatore e fotografo napoletano Tullio Imperatore che, laureatosi in Giurisprudenza nel 2013, ha deciso di dedicarsi a tempo pieno alla sua passione, ovvero al cinema. Precedentemente, nel 2009, aveva vinto il premio Plaxtech per la Green Economy con il video Green Economy, dedicandosi poi alla direzione di numerosi spot commerciali. Nel 2014, sulle ali del proprio sogno, si è trasferito a New York per approfondire le sue conoscenze e per fare esperienza nel settore cinematografico, collaborando ad una serie di progetti realizzati insieme agli studenti della scuola di cinema Tisch School of the Arts della New York University. Nello stesso anno scrive, dirige e produce Un raggio di sole a proposito del quale Tullio ha accettato di rispondere alle nostre domande. Alcuni elementi del tuo cortometraggio “Un raggio di sole”, come l’alternarsi del bianco e nero, del colore e il trillo insistente della sveglia sembrano rimandare a significati altri. Cosa simboleggiano in realtà? Per me simboleggiano il passaggio dalla negatività alla positività e la prigione della routine, che sono tra gli elementi protagonisti del cortometraggio. “Il vero male te lo fanno le persone che ami”. Quanto è vera questa frase nella società odierna? Quanto il tuo lavoro ci parla di questa verità? Penso semplicemente che solo chi ti conosce davvero sa come farti del male. Lo sguardo di un cineasta è sicuramente privilegiato nell’osservazione delle dinamiche umane. Cosa vedi attraverso la telecamera? Più che vedere attraverso la telecamera, uso la telecamera stessa per far vedere al pubblico la mia visione delle cose, il mio punto di vista. Un premio così importante ti apre sicuramente molte strade. Dove e come ti vedi tra cinque anni? Indubbiamente è stato un premio che inciderà nella mia vita professionale. Tra cinque anni? A dire il vero non ne ho idea, spero di essere su un set a fare quello che amo fare. Hai già in mente un nuovo progetto da realizzare? Sì, al momento sto lavorando ad un mio nuovo progetto, insieme con la KNÈF CREW, si chiama Combatto per vivere. È un progetto cinematografico indipendente, creato da me e prodotto da NPS MULTIMEDIA PRODUCTION-STUDIO che racconta la vera storia di come cinque ragazzi napoletani, ballerini di break dance (nome d’arte KNÈF), riconosciuti oggi a livello internazionale, siano riusciti a superare tutte le difficoltà che una città come Napoli costringe ad affrontare quando si decide di inseguire un sogno. Il corto sarà girato prevalentemente a Napoli e avrà un target internazionale, sarà un po’ un tuffo nella cultura underground napoletana, senza trascurare i tratti storici e culturali che la rendono una delle città più belle al mondo. Chi volesse avere maggiori informazioni può visitare il sito www.combattopervivere.it. Tutti gli aggiornamenti su Un raggio di sole saranno pubblicato sul sito www.npsmultimedia.it.  Salutiamo e ringraziamo Tullio. Appuntamento al prossimo corto! – Un raggio di sole, intervista a Tullio Imperatore –

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Attualità

Autonomia dirigenziale. Preside, mi assume?

A proposito di autonomia dirigenziale, poco meno di un anno fa ci lasciammo con un’amara riflessione chiedendoci, in fatto di scuola, quanti sarebbero stati i Presidi amici dei nostri padri che con la riforma, allora solo temuta ed oggi, ahimè, in via di approvazione, avrebbero avuto il potere di scegliere gli insegnanti da un nugolo di entusiasti candidati per conferire loro un incarico triennale. Da giorni non si fa che deprecare questa Buona Scuola che di buono ha, forse, solo certe ambizioni che, se tradotte in pratica, potrebbero far fare all’Italia quel salto in avanti necessario in materia di istruzione, salto che ovviamente tarderà a venire. Il punto della riforma su cui nessuno può e deve transigere è, invece, quello che lascia al Dirigente Scolastico la piena autonomia nello scegliere il team di insegnanti da inserire nell’organico di diritto dell’istituto di cui è capo. Non si può e non si deve transigere non perché il principio sia in sé perverso, ma perché perverse potrebbero essere  le vie di applicazione di tale diritto. Badiamo bene: che il Preside sappia meglio di chiunque altro quale insegnante si impegni al massimo nel proprio lavoro e quale, inutile nascondersi dietro un dito, consideri l’insegnamento un mezzo per ottenere uno stipendio, è un dato di fatto assodato, riconosciuto e naturalmente taciuto. Eppure il pericolo che un insegnante per il quale la parola scuola significa assicurarsi uno stipendio a fine mese, godere di ferie retribuite, poter fingere malattie fittizie – tanto chi vuoi che controlli – sia parente, amico, parente dell’amico o amico del parente del Dirigente X è uno di quei pensieri che ossessiona, che non fa dormire. È uno di quei pensieri che fa desiderare la rivoluzione e fa venire voglia di denunciare tutti quelli che non rispettano le regole. Se non fosse per un piccolo particolare che gli ideatori della riforma tengono a precisare. L’articolo 9 del DDL sulla riforma scolastica, infatti, recita così: il Dirigente Scolastico (ndr) “è tenuto a dichiarare l’assenza di cause di incompatibilità derivanti da rapporti di parentela o affinità entro il secondo grado con i docenti iscritti nel relativo ambito territoriale“. Evidentemente chi ha suggerito questa prescrizione ritiene che il problema del favoritismo in ambito lavorativo sia facilmente risolvibile con un comma che lo vieti. E quanto siamo cattivi e malfidati noi a credere che quattro parole non bastino a curare la piaga, che non bastino ad educare le persone al rispetto delle regole e delle graduatorie, del merito e del lavoro onesto. Quanto siamo cattivi noi a pretendere che in ogni angolo della nostra nazione si rispettino nello stesso modo le stesse regole. Non troveremmo strano, noi che siamo malfidati, che il famoso Dirigente X riuscisse a sistemare uno di quei parenti ed affini entro il secondo grado nell’Istituto diretto da un collega che – quanto è piccolo il mondo – ha a sua volta un parente o affine entro il secondo grado, da sistemare per i prossimi tre anni, meglio ancora se per tutta la vita. Non si può e non si deve accettare che […]

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Culturalmente

LSB, intervista alle autrici Geraldine e Floriana

LSB è una web-serie italiana, sottotitolata per la comunità sorda, interamente pensata e realizzata da Geraldine Ottier e Floriana Buonomo. Ormai vicina alla realizzazione della terza stagione, LSB racconta le vicende sentimentali di un gruppo di amiche lesbiche che, tra momenti esilarati e crisi di identità, si affacciano al mondo dell’affettività e dell’amore. Le loro storie sono raccontate con taglio sincero, delicato, morbido, come canta la sigla. E con la stessa sincerità sono caratterizzati due dei personaggi più pregnanti della serie, Nick e Filo, amiche antitetiche che permettono alla sceneggiatura di raggiungere una sorta di equilibrio dei contrari. Geraldine e Floriana hanno risposto a qualche domanda a proposito dei personaggi e del loro progetto. Ecco quanto hanno condiviso con noi. Quale aspetto della vita sentimentale rappresenta, nel vostro progetto, il personaggio di Nick? Ci sono dei momenti nella vita di ognuno, in cui, dopo una delusione, si perde la fiducia nell’altro: Nick rappresenta quel momento di disincanto. Si mostra fredda e “spezzacuori”, in realtà è un personaggio molto sensibile, che si darebbe interamente in una relazione di coppia o affettiva, ma è frenata dalla paura dell’abbandono. In più avendo un carattere estremamente introverso difficilmente riesce a stabilire una comunicazione bidirezionale. Filo, così leggera e sorridente, così “sciantosa”, cosa vuole trasmettere, in realtà? Filomena è l’atteggiamento positivo nei confronti di una sorte avversa. Ha un’indole romantica e sognatrice, nonostante non riesca a coronare il suo sogno di trovare l’anima gemella. È un personaggio un po’ sopra le righe, inopportuna in senso buono e molto ricettiva: nonostante le apparenze e il fare da sciantosa, è la più perspicace del gruppo. È la maschera della tragedia che indossa quella della commedia: ha un bisogno estremo di piacere agli altri, anche a costo di annullare se stessa. LSB richiama un po’ altre serie che affrontano l’amore tra donne. Quanto e a cosa vi siete ispirate per creare la sceneggiatura? Quando abbiamo deciso di avventurarci in questo progetto, l’abbiamo fatto per l’esigenza di parlare di ragazze lesbiche. E l’unica possibilità per arrivare a chiunque era la rete. Stavano nascendo le prime web-series e abbiamo deciso di puntare su questo genere per arrivare anche nelle piccole province, dove le ragazze lesbiche fanno più difficoltà ad accettarsi. Volevamo lanciare un messaggio: ragazze, non siete sole e non abbiate paura! Naturalmente ci siamo ispirate a chi prima di noi ha percorso questa strada affrontando, queste tematiche come la serie “The L word”. Abbiamo cercato, però, di essere quanto più vicine alla nostra realtà creando dei personaggi simili a noi o che incarnassero fasi della nostra vita. Per questo motivo in ognuno di loro c’è una storia che fa parte del nostro vissuto o di quello di persone a noi vicine. Colpisce molto la vicenda di Sofia perché tocca un tema caldo, quello dei figli in coppie omosessuali. Cosa possiamo aspettarci dalla terza serie, ci sarà di nuovo questa possibilità per uno dei personaggi? Con la storia di Sofia abbiamo avuto la possibilità di abbozzare una famiglia composta da due donne. Il tema ci è molto caro […]

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Culturalmente

Le radici del mare di Leonardo Guzzo

“Le radici del mare”, edito da Italic Pequod, è l’esordio letterario di Leonardo Guzzo esperto di Scienze Politiche ed Organizzazione Internazionale, nonché titolare di cattedra presso la Libera Università Maria Santissima Assunta di Roma. Il suo lavoro sarà presentato al pubblico durante il Mò.dì – Maledetto Festival della Parola che si terrà a Sapri (SA) dal 30 aprile al 3 maggio. “Le radici del mare” è una raccolta di racconti che ha come protagonisti indiscussi da una parte il mare, dall’altra l’uomo colto nel momento in cui si rapporta al mare stesso. I racconti, di varia lunghezza, sono in sé autosufficienti e non presentano particolari raccordi tra loro, eccetto che per l’immagine del mare cui uomini di ogni tempo e luogo devono necessariamente rapportarsi per la loro sopravvivenza. Il mare, dunque, viene affrontato con la forza virile di chi dalla pesca trae sostentamento, di chi dall’uccisione di un mostro marino trae la salvezza, di chi dalla traversata atlantica trae la speranza e la certezza di un domani fulgido e sereno. Tra tutti i racconti colpisce, e non a caso, il terzo dal titolo “Un altro mare” e significativamente dedicato dall’autore al proprio nonno e a tutti «quelli che hanno attraversato l’Oceano, alle loro Americhe», che presenta una realtà che gli italiani in generale e i meridionali in particolare conoscono bene da tempi ormai immemori, poiché costretti dallo status quo del dopoguerra ad emigrare lungo le rotte oceaniche in cerca dell’America. Leonardo Guzzo ha accettato di rispondere a qualche domanda a proposito del suo libro, ecco cosa vorrebbe condividere con noi. Intervista a Leonardo Guzzo Perché una raccolta di racconti in un periodo in cui sembra essere tornato in auge il romanzo unitario? L’editoria italiana trascura perlopiù i racconti, considerati un genere difficile ed ostico per i lettori. C’è una parte di verità: i racconti richiedono al lettore un’attenzione più profonda, una vera collaborazione; contengono  però pregi troppo spesso ignorati. Un racconto è una prova di stile, di concisione, di colpo d’occhio, di tensione emotiva: un’opera letteraria con piena dignità. E una raccolta come la mia è una specie di esercizio di “cubismo”: lo stesso elemento scomposto e guardato da più prospettive. È chiaro che l’esercizio non basta. Cosa deve contenere un racconto più di un romanzo per essere preso davvero sul serio? Più di un romanzo, un racconto deve contenere qualcosa di profondo, insinuante se non proprio travolgente, immediatamente esplosivo. Perché funzioni un racconto ha bisogno di un nucleo incandescente, un senso o un’emozione abbastanza forte da imprimersi, presto e con poco. È una sfida complicata e affascinante, ma assolutamente istintiva per me, legata al piacere di raccontare storie. Il rapporto col mare dei protagonisti della raccolta è forte ed eminentemente pratico. Trovi, tuttavia, che sia qualcosa di celatamente simbolico nel loro mare? È giusto cogliere un riferimento “pratico” nelle mie storie. Questo, a mio parere le rende in qualche modo concrete e credibili, ma non si tratta mai di storie fini a se stesse, così come il mare non è mai soltanto il “mare”, […]

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Libri

Come donna innamorata di Marco Santagata

Il protagonista del nuovo romanzo di Marco Santagata,“Come donna innamorata”, edito da Guanda, è un Dante inedito, imprevisto e, forse, mai immaginato. Dall’amicizia con Guido e Lapo, alla sottintesa gelosia di sua moglie Gemma, Santagata mostra Dante scrittore e uomo in tutta la sua intimità ed intrinseca semplicità di cuore nobile, avvezzo, per sua stessa natura, all’amore. Non un amore qualunque, beninteso, ma quello che ingentilisce, che nobilita, che illumina, l’Amore che è Beatrice. Apparentemente, infatti, la vera protagonista del nucleo narrativo è Bice Portinari, sposa dell’arido Simone de’ Bardi, che Dante cerca in quanto «non donna da salotto» bensì «un angelo». E l’angelicità della cara e bella Bice si esplica proprio nel fatto che la giovane sopporti umilmente e serenamente la totale assenza del proprio marito, camminando per strada con la testa sempre ben eretta. Bice è per Dante l’amore che dà estasi, «la dama dagli occhi di smeraldo, la signora triste che calamitava l’attenzione dei presenti e li rendeva più gentili, più rispettosi, più affabili», ma che rimaneva ancora e troppo una donna terrena per poter ispirare l’alta poesia. Solo la morte prematura della donna riuscirà a liberare la mente di Dante che, confuso ancor più che amareggiato, troverà la soluzione al suo dilemma. Non di Bice parlerà nella sua opera, bensì di Beatrice, colei che rende beati così che «forse la sua Beatrice non sarebbe morta insieme a  Bice. Sarebbe sopravvissuta nella sua poesia».  Tuttavia, si diceva, il protagonismo univoco di Beatrice è solo apparente, poiché a fare da contraltare a tanta perfezione c’è il personaggio di Guido Cavalcanti, intimo amico di Dante e fautore di un’idea d’amore più mondana e pratica, nel senso proprio dei termini. In effetti l’intero romanzo dipana le riflessioni che Dante espone al suo Guido il quale, con la solita veemenza, cerca di ridimensionarne le elucubrazioni. Seguendo il corso degli eventi, Santagata racconta dell’esperienza politica di Dante, del suo contrapporsi alle idee dell’amico, del suo tentativo di salvarlo da una morte a suo dire immeritata, ma Guido non tornerà sui suoi passi, non si guarderà indietro nel momento più tragico. Negli anni sarà stato Guido, ancor più di Bice, a far provare a Dante il vero amore contrastato, fatto di continue discussioni sul fare poetico e sul fare politico; un amore fatto di ripicche e di spicciola gelosia; un amore eterno che travalica i confini della morte e della separazione ideologica. Separazione che, di fatto, Dante sembra superare solo nel momento dell’ispirazione finale che porterà al compimento della Commedia. E a Guido penserà come al suo Battista. Chissà se, questa volta, la vera donna innamorata non sia proprio l’amico ritrovato.   – Come donna innamorata di Marco Santagata –

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Culturalmente

Coppia gay in Rai, sì o no?

Coppia gay in Rai sì, coppia gay in Rai no. Elucubrazioni notturne su quello che sembra il caso del momento. Un posto al sole è una soap opera che, tra bello e cattivo tempo, tra temi scottanti e incoerenze imbarazzanti, da quasi vent’anni (il primo episodio fu trasmesso nel 1996, ndr) accompagna la cena delle famiglie italiane e non solo di quelle napoletane, credetemi. I suoi personaggi sono diventati delle persone di famiglia tanto che, incastrata in una strettissima curva, chi scrive ha salutato la persona alla guida del S.U.V. che bloccava il traffico con un “Ciao Raffaele!” (nome  del personaggio interpretato dal simpaticissimo Patrizio Rispo, ndr). Essendo diventati, appunto, delle persone di famiglia, i personaggi sono esposti alle critiche più dure soprattutto quando la loro evoluzione sembra non gustarci troppo. Il caso del momento è quello di Sandro, disgraziatissimo figlio di Roberto Ferri, che finalmente dopo anni di sofferenza ed insicurezza, sembra aver fatto pace con se stesso ed aver accettato l’idea di essere omosessuale. Omosessualità, la sua, coerente col personaggio, dal momento che con un padre cinico e sciupafemmine come Roberto o viene fuori un Christian Grey con tanto di contratto e stanza delle torture, o viene fuori una persona che cerca un uomo che dia importanza ad altre cose rispetto al potere ed ai soldi. Da osservatrice più che da fan, mi sono sempre aspettata questa seconda ipotesi e adesso che, finalmente, Sandro può sorridere felice ecco che, come un avvoltoio, l’opinione pubblica comincia a mordicchiarne il cadavere. “Si sono baciati…non me lo aspettavo dalla Rai” “Meno male che non hanno fatto vedere niente…quella è la Rai” “No, la Rai non lo doveva fare…” Ma perché scusate, la Rai è eterosessuale? Forse vivo in un altro mondo e non mi sono accorta che mettendo piede in Rai Ilona Staller diventerebbe una suora di clausura e Platinette un uomo sobrio che passa inosservato? Andiamo, non siamo bigotti. La programmazione la fanno lo share, l’opinione degli ascoltatori, il sano ed il marcio che c’è nella mente di chi guarda. Tutto questo polverone di ingiurie e storture di naso per non voler accettare la realtà delle cose? “Sì, ma stava con Rossella…glielo doveva dire…” Ah, sì? E perché? Perché la gente ancora si aspetta che i gay si alzino al mattino e convochino una conferenza stampa per annunciare a colleghi e conoscenti, a parenti ed amici che si sono innamorati di una persona del loro stesso sesso? Forse che gli eterosessuali fanno lo stesso? Non mi sembra proprio. Tuttavia mi sembra che sia questo l’aspetto più triste della nostra società, il fatto di doverci ancora appigliare a delle definizioni, a delle etichette, a dei cavilli. Ho smesso di meravigliarmi davanti ad un bacio tra due persone dello stesso sesso quindici anni fa, quando ho scoperto che degli uomini venivano torturati in più parti del mondo a causa della natura del loro amore. Non nascondiamoci dietro un dito, sono altre le cose che dovrebbero scandalizzarci oggi e, dunque, ora e sempre: sì, […]

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Attualità

Papa Francesco a Napoli: tra speranze, lacrime e preghiere

Papa Francesco a Napoli, la speranza è nei cuori dei partenopei! Il primo giorno di primavera è stato, per Napoli, il vero giorno della rinascita sancita dalla visita del tanto amato Papa Francesco che, obbedendo alla sua indole di missionario tra poveri e derelitti, ha deciso, poco più di un anno fa, di recarsi nelle piazze della bella città di Partenope per portarle, finalmente, uno spiraglio di luce e di speranza. Proprio questa, in effetti, è stata la parola d’ordine di un viaggio compiuto nel cuore più profondo di un Sud malato e bistrattato, perennemente flagellato dall’antico cancro che è la camorra e dal nuovo cancro che è la morte per avvelenamento, vessato dalla mancanza di aspettativa, derubato del futuro per i suoi giovani. Papa Francesco a Napoli, “C’a Maronn t’accumpagn”! E moltissimi erano i giovani radunati in Piazza del Plebiscito, lungo Via Caracciolo e Via Poggioreale a far sentire al pontefice il loro calore, il loro affetto e la loro voglia di riscatto. Con la dolcezza che abbiamo imparato a conoscere ed accettare in questi due anni di pontificato, Francesco è andato dritto al cuore del problema che attanaglia Napoli ed i napoletani: convertitevi è stata la sua richiesta. Il Pontefice ha tenuto, inoltre, a precisare che in questa terra dove la corruzione «spuzza», l’unica salvezza è la volontà di venire fuori da quei meccanismi distorti che fanno ottenere il potere e il successo in cambio di azioni deplorevoli e, talvolta, disoneste. Una conversione, in fin dei conti, ma quello che serve a Napoli è non solo e non tanto una conversione spirituale, quanto, piuttosto, una conversione delle abitudini, una conversione della mente che deve liberarsi della vecchia e cattiva consuetudine del laisser faire, laisser passer. Quanto serve a Napoli è una conversione del pensiero che trovi, finalmente, il coraggio di essere se stesso. La città di Napoli è nei guai. Lo è da anni. Eppure, da altrettanti anni, tante persone oneste combattono, a costo della vita, per liberarla da questi guai. Il momento del riscatto è arrivato, o adesso o mai più. La speranza è che prevalga l’adesso sul mai più. E così, con lo stesso calore e trasporto con cui Papa Francesco a Napoli ha salutato la folla riunita intorno al suo altare, con le stesse parole un augurio nasce, oggi, da questa penna: un augurio di speranza, di fiducia e di coraggio nel pretendere il futuro che spetta a tutti e, forse, ai napoletani un po’ di più. Bella e cara Napoli, forza! “C’a Maronn t’accumpagn”!

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Fun & Tech

Wirecard, new contactless payment

La Wirecard AG, società tedesca di tecnologie e servizi finanziari, grazie al lavoro dei proprio collaboratori in estate potrà presentare al vecchio continente la sua nuova perla: il braccialetto pagante. L’Europa degli ultimi tempi non è nota per essere all’avanguardia. Tra crisi economica, produttiva e minacce terroristiche sembra si sia perso di vista l’obiettivo primario dell’avanzamento sociale  e tecnologico. Eppure il team tedesco si è sforzato di elaborare una nuova idea che faciliterà ulteriormente  i pagamenti virtuali. Ma come comincia esattamente la storia del contactless payment? Per poterlo scoprire bisogna tornare indietro nel tempo fino al 1950 quando, negli Stati Uniti d’America, si pensò ad un nuovo e più comodo modo di pagare al ristorante ovviando al problema del portare molti contanti in tasca. Nacque così la prima carta di credito che, in base al suo scopo, prese ed ancora conserva, il nome Diners. Naturalmente i tempi cambiano, la società si evolve e cambia anche il tipo di servizi di cui si ha necessità per cui pian piano i pagamenti e lo spostamento di capitale sono diventati sempre più un affare virtuale nel senso più intrinseco della parola. Sì, perché da circa trent’anni, di fatto, a spostarsi da un conto all’altro, dal debitore al creditore, sono perlopiù numeri che corrispondono a dei soldi che materialmente non esistono fino all’atto del loro prelievo in contante. Il ragionamento può sembrare cavilloso, ma a ben vedere è piuttosto semplice: quello che si possiede è denaro virtuale che esiste nell’etere dei sistemi bancari e questo denaro viene virtualmente spostato all’atto di un pagamento. In sostanza, a poco a poco, siamo stati educati a non vedere più coi nostri occhi e toccare con le nostre mani il denaro che possediamo, ma ad operare una serie di trasferimenti la cui unica prova tangibile sono le ricevute dei POS (letteralmente Point of sale) . È poi una tendenza degli ultimi anni, quella di pagare senza carta di credito: chiunque possegga uno smartphone può, infatti, abilitare il proprio dispositivo al pagamento virtuale del conto alla cassa semplicemente facendo scorrere il proprio cellulare accanto ad un lettore laser. Tuttavia, dal momento che, come dicevamo, la società si evolve, anche questa tecnologia sta diventando obsoleta. Sembra, infatti, che la nuova frontiera dei pagamenti sia il bracciale Wirecard. Si tratta di un apparentemente comune braccialetto che racchiude al suo interno un microcip basato sulla tecnologia Host Card Emulation (HCE) e che, nel completo rispetto delle norme di sicurezza e privacy, permetterà al suo proprietario di pagare alla cassa mostrando il proprio polso. Sarà forse questo l’accessorio più trendy della nuova estate? Chissà, vedere per credere! – Eroica Fenice Wirecard, new contactless payment –

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Attualità

Embargo Cuba, mangiamoci su!

Cuba, anno duemilaquindici. Immaginate di passeggiare per le sue strade ad ora di pranzo sotto un sole bollente; voi, turisti occidentalizzati in tutto e per tutto, cominciate a dare ascolto al vostro stomaco, cominciate a sentire l’odore del fast food, il chiacchiericcio dei clienti affamati in coda alla cassa ed ecco che, tra stomaco e cervello, il desiderio si concretizza nell’immagine di un gran panino con hamburger e di un bel bicchierone di Coca Cola con ghiaccio, rigorosamente alla spina. Subito dopo realizzate di non poter realizzare il desiderio delle vostre viscere per il fatto stesso di essere sotto il sole di Cuba, ultimo baluardo del socialismo comunista, e così, un po’ demoralizzati, vi accontentate di mangiare il famoso “piatto tipico”. Sì, perché a Cuba anche l’alimentazione è soggetta alla politica. Sull’isola, infatti, non troverete prodotti, di qualsivoglia natura, di stampo capitalistico a causa della guerra economica tra governo cubano e Stati Uniti d’America. Ancora dopo più di cinquant’anni, esattamente dal 1960, dura l’embargo, quel provvedimento cioè, che impedisce l’importazione di prodotti ed idee provenienti dall’America del Nord, quella economicamente e tecnologicamente avanti, per intenderci. Eppure, qualcosa sembra stia per cambiare.            Embargo Cuba e Mc Donald’s Nonostante lo storico conflitto tra i due governi, Alex Castro, figlio cinquantaduenne del ben famoso “lider primero” Fidel, lascia intendere, in una serie di interviste, di voler prendere in considerazione l’idea di aprirsi, finalmente, a qualche aspetto dell’Occidente, nella fattispecie di Big Mac e bibite gasate. Avete sentito bene: l’obiettivo che tanti anni di trattative e di proteste non sono riusciti a perseguire, sarà, con buone probabilità, servito sul vassoio di plastica delle società capitaliste per eccellenza, Mc Donald’s e Coca Cola. E noi che credevamo che la grandi questioni internazionali si dovessero discutere intorno ad un tavolo, sì, ma di trattative. Poveri illusi: il tavolo c’è, ma per essere imbandito con cibi poco salutari e l’unico piccolo scotto da pagare da parte degli Stati Uniti sarà la fine dell’embargo e la cessione della sovranità di Guantanamo al governo cubano. Come altri avrebbe detto in altri tempi, Guantanamo varrà bene un Big Mac!

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Notizie curiose

Letto prêt-à-porter. La nuova frontiera del riposo

Letto, letto, letto. Quante volte, tornando a casa da un lungo e spossante viaggio pensiamo al nostro letto. Soprattutto d’inverno, in attesa lì davanti al gate ci sembra quasi di sentire la morbidezza delle lenzuola, il calore della coperta che avvolge il nostro corpo, l’abbraccio di Morfeo tra tutti i comfort. Così, con questi pensieri, ci appisoliamo sereni su una gelida panchina o, nel peggiore dei casi, stesi sul pavimento di un aeroporto in attesa di un aereo che non sembra voler partire. Immaginate quanto sarebbe bello, invece, se si potesse avere un letto vero, un posticino riservato dove rilassarsi per qualche ora. Ebbene, tutto ciò oggi può accadere all’aeroporto di Monaco dove è possibile usufruire dei servizi di NapCabs, una cabina che garantisce un angolo di privacy e comfort ai viaggiatori con i suoi 4 metri quadri di puro relax comprensivi di un letto, una scrivania e varie prese per ricaricare cellulari ed altri dispositivi elettronici. Facile entrarci: basta, infatti, strisciare la carta di credito sul Led esterno per aprire la porta ed entrare in quella che è, a tutti gli effetti, una camera d’albergo versione pocket. Le tariffe per usufruire dei servizi di NapCabs variano dai 10 ai 15 € l’ora e comprendono una serie di servizi all’ospite tra cui la possibilità di scegliere  più lingue per i touchscreens interno ed esterno, la possibilità di ascoltare musica e guardare film in streaming  grazie all’accesso alla rete internet o da presa USB. Non ultimi e forse più utili sono i servizi di informazione sui voli, il servizio sveglia e il servizio di pulizia. Quest’ultimo aspetto è quello che colpisce di più dal momento che al termine di ogni uso, la cabina avverte autonomamente il personale di servizio che procede ad una pulizia e disinfezione approfondita di letto e superfici. Stando così le cose che altro dire se non speriamo che il prossimo aereo parta in ritardo!   – Letto pret à porter. La nuova frontiera del riposo –

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Attualità

Laureati Artigiani: la nuova frontiera del lavoro

Laureati Artigiani, far di virtù necessità I laureati italiani, ormai, sembrano essere troppi per poterli impiegare tutti nel settore di pertinenza dei rispettivi studi. È per questa ragione che un gruppo di laureati ha deciso di rivoluzionare completamente il proprio progetto di vita trasformandosi da inteligenzia ad artigiani propriamente detti. Ecco cosa ha da raccontarci in proposito Elisa Di Battista, ideatrice del blog  LaureatiArtigiani.it, nel quale raccoglie  le più disparate esperienze riguardo alla scelta di convertire lo studio in lavoro pratico e manuale. Da cosa nasce il bisogno di virare così fortemente la rotta della propria vita passando da un’attività intellettuale ad una manuale? Nasce da diversi motivi. Innanzitutto la passione per l’artigianato, un’attività manuale e creativa, tradizionale e da riscoprire. In alcuni casi, infatti, sono proprio i laureati con “lauree forti”, come gli ingegneri, a scegliere di diventare artigiani e in altri casi c’è chi lascia un lavoro sicuro e una carriera manageriale per il mestiere artigiano. In altri casi invece si trasforma un hobby nel proprio mestiere, vuoi per attitudine, vuoi per la difficoltà di trovare un lavoro in linea con la propria formazione accademica. Qual è il senso dell’artigianato oggi? Oggi artigianato vuol dire recupero della tradizione, ma con un’attenzione particolare all’innovazione, ai nuovi strumenti e alle nuove tecnologie. Oggi l’artigiano non può essere lo stesso del passato, deve comprendere e apprendere i nuovi strumenti digitali, i nuovi canali di comunicazione, marketing e promozione, intercettare nuovi clienti, sfruttare la Rete e i social per farsi conoscere e vendere. Cosa si prova, secondo te, quando si lavora con le mani? I laureati artigiani che mi raccontano la loro storia mi dicono che il lavoro manuale è catartico, li fa stare bene, li gratifica molto più di un lavoro d’ufficio. Mi raccontano la soddisfazione di vedere realizzato un prodotto con le proprie mani, di ricevere i complimenti dei clienti, di osservarli felici indossare o usare un manufatto. Perché un blog? LaureatiArtigiani.it raccoglie le storie di chi, dopo la laurea, ha scelto un mestiere artigiano, per raccontare percorsi di vita e professionali originali, fuori dagli schemi. Per parlare di giovani che si rimboccano le maniche, che coltivano le proprie passioni e trovano la propria strada proprio in un momento di forte crisi nel mercato del lavoro. Per mostrare la voglia di fare e di creare, di tornare alla tradizione, innovando. Inoltre, le storie hanno l’obiettivo di individuare il valore aggiunto che una laurea offre al lavoro artigiano, per mostrare come formazione accademica  e lavoro manuale vadano di pari passo e anzi si integrino in sinergia tra loro. Se fosse un prodotto d’artigianato cosa sarebbe o di cosa sarebbe fatta Eroica Fenice? Sarebbe bello chiederlo a ognuno dei laureati artigiani del blog. Potrebbe essere qualsiasi prodotto di artigianato, proprio perché per la sua originalità e il suo carattere di voce fuori dal coro è simile a un manufatto che non ha eguali, che non è in serie, che trae il proprio valore proprio dal fatto di essere un prodotto assolutamente unico perché […]

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Attualità

Mycroft, gatto detective. Intervista a Serena Venditto

Mycroft è il gatto protagonista di Aria di neve, ultimo giallo di Serena Venditto, ora nel pieno del giro di presentazioni ufficiali del volume edito da Homo Scrivens. Riesco a strapparle un’intervista in un inesorabile giorno di pioggia. Imperterrite, nonostante l’acqua scrosciante, ci sediamo in Piazza Bellini, nel cuore della Napoli letteraria, a bere un buon tè. Senti di essere nel posto in cui dovresti essere in questo momento della tua vita? Credo proprio di sì. Mi sento una persona molto realizzata e non perché abbia raggiunto chissà quali obiettivi nella vita, semplicemente sono una persona equilibrata, serena. Ecco, sono serena di nome e di fatto. La Serena scrittrice è amica della Serena responsabile della sicurezza, o quest’ultima snobba la prima perché, in fondo, è lei a portare a casa la pagnotta? Le due Serena sono molto amiche perché la Serena museale lavora in quel museo da 15 anni e quindi il posto dove lavoro, di fatto, è casa. I miei colleghi sono la mia famiglia tanto che due delle mie colleghe sono le coprotagoniste de “Le intolleranze elementari” (primo romanzo della scrittrice, ndr). In realtà credo che la Serena scrittrice non sarebbe mai nata senza la Serena museale perché il contatto con la gente ti tiene sempre viva, è la tua ispirazione in fin dei conti. Parliamo di Mycroft: quando, dove e come è nato? La genesi di Mycroft è molto articolata. In realtà ha origine da un esercizio del “La bottega della scrittura” (seminario di scrittura organizzato ogni anno dalla casa editrice che pubblica il volume in questione, ndr) in cui ci veniva chiesto di inventare un personaggio detective. A questo personaggio affiancai un gatto rosso, ispirato al gatto di una mia amica. Poi, qualche anno fa, mia sorella trovò un cucciolino nero, il nostro Marechiaro, che è diventato il protagonista del mio libro. Quale dei tuoi personaggi ti rappresenta maggiormente? Io sono un po’ Ariel e un po’ Malù. Con la seconda sicuramente condivido l’aspetto della formazione archeologica, della passione per le cose belle che mi ha spinto a frequentare la facoltà di Lettere; con la prima, invece, condivido l’amore per Napoli. Credo proprio che sarei una napoletana anche se fossi nata in un altro continente. Mycroft, infine, è quello che vorrei essere: vorrei rinascere gatto sdraiato sulla poltrona, per godere delle coccole di chi mi sta intorno. Posso sperare in un’Aria di neve 2.0? Certo, ci sto già lavorando! Non ci resta che aspettare, allora. L’appuntamento è al prossimo miagolio. – Mycroft, gatto detective. Intervista a Serena Venditto –

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