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Eroica Fenice

Hunger Games: the last one

“Benvenuti ai settantaseiesimi Hunger Games”!

Gli ultimi… forse. È la resa dei conti: Katniss Everdeen, la ghiandaia imitatrice, costituisce il simbolo della ribellione di tutti i distretti di Panem contro il “cuore” del paese, Capital City. Attraverso dei pass-pro, dei video di promulgazione che incitano ogni cittadino ad abbracciare la rivoluzione, il Distretto 13, sopravvissuto al Presidente Snow e alle insidie di una vita vissuta interamente sotto terra, si munisce di armi e valorosi soldati e organizza la presa di Panem tutta.

Dinnanzi a un evento storico di tale portata, in cui suo malgrado si trova non solo coinvolta ma anche ad incarnare uno dei protagonisti, a Katniss non rimane neanche il tempo di pensare a sé. Devastata dagli Hunger Games, non sa più nemmeno cosa importa di quello che resta, quando nonostante i suoi sacrifici ogni persona importante della sua vita continua ad essere in grave pericolo e la tirannia di Snow ha trasformato le persone che ama in un soldato spietato e in un’arma creata per ucciderla. 

Quando la posta in gioco è alta, non c’è più differenza tra civili e soldati, tra vittime e carnefici. Il confine tra nemici e alleati è sempre fragile. Il tempo del “Panem et Circenses” è terminato anche per i ricchi abitanti della sfarzosa Capital City, costretti ad abbandonare le periferie circondate dai ribelli e a cercare rifugio presso il palazzo del presidente, che diventerà scenario della resa dei conti. “È la guerra”. Non c’è più spazio per l’amore, per la gioia, se non qualche illusorio sprazzo prima della battaglia.

E come in tutte le guerre, chi perde? Come alla fine di tutti gli Hunger Games, esistono vincitori o solamente sopravvissuti? Suzanne Collins ha prodotto un capolavoro fantasy perché il mondo che descrive è tanto surreale quanto effettivamente possibile; la politica del mondo si studia attraverso l’umanità, ed è nei suoi meandri che l’autrice ci introduce, con una sensibilità unica e attenta.

“Ma un giorno dovrò spiegare i miei incubi. Perchè sono venuti. E perchè non se ne andranno mai del tutto. Dirò loro come li supero. Dirò loro che, nelle mattine brutte, mi sembra impossibile trarre piacere da qualcosa perchè temo che possano portarmelo via. E che in quei momenti faccio mentalmente un elenco di ogni atto di bontà che ho visto fare. È come un gioco. Ripetitivo. Persino un po’ noioso dopo più di vent’anni. Ma esistono giochi peggiori a cui giocare!”

Dopo il primo film di Gary Ross (Pleasantville, Seabiscuit – Un mito senza tempo), a riportare la saga in pellicola è stata la regia di Francis Lawrence (Constantine, Io sono leggenda, Come l’acqua per gli elefanti) che ha prodotto gli ultimi due film di cui l’ultimo, “Hunger Games – Il canto della rivolta” è stato presentato nelle sale di tutto il mondo in due parti distinte (2013 – 2014). Questo spiega la presenza del defunto Philip Seymour Hoffman nel ruolo di Plutarch Heavensbee, all’interno di un cast che vanta la presenza di Julianne Moore, Elizabeth Banks, Woody Harrelson e, tra i più giovani, di Jena Malone, oltre ovviamente ai grandi protagonisti di questa riuscita trasposizione cinematografica: Jennifer Lawrence (Katniss Everdeen), Josh Hutcherson (Peeta Mellark) e Liam Hemsworth (Gale Hawthorne).

Spettacolarmente parlando, i film di Lawrence sono ben costruiti e mozzafiato nella riproduzione dell’immaginario di questo mondo incredibile che è Panem. La più fedele regia di Gary Ross, comunque, rende la prima pellicola della serie più fedele al libro della Collins, nonostante sia sicuramente arduo rendere l’intensità del suo racconto in prima persona e tradurre gli stream of consciousness della protagonista in immagini.

Per tutti gli appassionati, “Il canto della rivolta – parte 2” costituisce l’ultimo emozionante incontro con i protagonisti di Hunger Games, che segna la fine di un’altra era, di un altro classico dei nostri tempi destinato a rimanere nei cuori di tutti.

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