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Eroica Fenice

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Lo chiamavano Jeeg Robot: un eroe de’ Borgata

A Tor Bella Monaca le cose vanno per il verso sbagliato e nessuno riesce a porvi rimedio, ma per fortuna arriva Jeeg Robot che salverà l’umanità o almeno è ciò che crede Alessia quando conosce Enzo, schivo e anonimo vicino della porta accanto, dotato di una forza sovrumana. Lui è l’opposto di un supereroe: misantropo e scontroso, per campare si arrangia come può, non ha amici, non vuole legami, vive di furti e affari torbidi, si nutre di budini e film porno.

La storia raccontata in “Lo chiamavano Jeeg Robot” ricorda da molto vicino le vicende di eroi della tradizione in cui c’è una bella da proteggere, il cattivo da sconfiggere e il mondo salvare, eccetto un elemento che rende la storia molto più vicenda a noi.

Jeeg Robot: un eroe de’ Borgata

Si tratta di una storia semplice, se non fosse che lo sfondo su cui si svolge è Roma, la periferia abbandonata a se stessa, la violenza dei quartieri ghetto, la solitudine di chi non ha più voglia di dare fiducia al prossimo. Enzo conosce Alessia per caso, deve sbrigare un lavoro insieme al padre di lei,  ma qualcosa va storto e l’uomo viene ammazzato. Da quel momento inizia una relazione tormentata: la ragazza ha, infatti,  na fissazione maniacale per il famoso cartone animato “Jeeg Robot d’acciaio” e quando scopre  i poteri di Enzo, si convince che sia proprio Hiroshi Shiba, il protagonista dell’anime che ha il compito di salvare la terra dalla regina Aniba.

Enzo non si sente un eroe e non ha il cuore nobile, la vita lo ha indurito e  solo a fatica emergeranno i suoi sentimenti per Alessia che a poco a poco farà breccia nel suo cuore.

Un film che strizza l’occhio ai classici del genere con omaggi a pellicole cult come Toxic Avenger e Batman. La sua originalità sta nella capacità di tradurre in un hero-movie la brutalità della periferia romana, crudele come i “cattivi” che la abitano. Il mix tra cinema di tradizione e lo sviluppo dei personaggi de’ Borgata conferisce alla pellicola l’originalità che la distingue ampiamente dal solito “polpettone” alla americana. Primo lungometraggio per il regista Gabriele Mainetti, un esordio che promette veramente bene con una regia semplice, asciutta e ben equilibrata che non forza mai la narrazione, lasciando allo spettatore tutto il tempo di gustare questo piccolo capolavoro. L’ennesima dimostrazione che in Italia si possono ancora fare film belli e che vale la pena assolutamente di vedere al cinema.

Claudio Santamaria interpreta Enzo/Hiroshi dimostrando ampiamente le sue doti di recitazione con una prova attoriale convincente che riesce a commuovere e a strappare delle risate amare. Il cinismo tagliente con cui commenta le sue disavventure e lo sguardo disilluso che lo accompagna per tutta la durata del film, creano il giusto legame empatico col pubblico. I suoi guai sono gli stessi di tanti signor nessuno costretti a sopravvivere, i super-poteri sono la scusa per porsi delle domande, per uscire fuori dalla parte che la vita gli ha imposto.

Un film imperdibile.