Seguici e condividi:

Eroica Fenice

Joy: il sogno americano che non coinvolge pienamente

Joy, il nuovo film di David O. Russell, è nelle sale italiane da qualche giorno.

Joy, trama

Joy (Jennifer Lawrence) è una casalinga come tante altre che vivono in America tra gli anni ’80 e gli anni ’90. La sua famiglia, però, è allo sbando: Joy è divorziata e il suo ex-marito (Edgar Ramìrez) dorme nel seminterrato perché non può permettersi un appartamento proprio. Inoltre vive, insieme ai suoi due figli, in casa con la madre (Virginia Madsen) – una “malata immaginaria” che vive di solitudine, continuamente attaccata alla TV a vedere soap opera – e con sua nonna (Diane Ladd), l’unica persona che crede in lei. Ha un rapporto contrastato persino con la sua sorellastra (Elisabeth Rohm), che la denigra di continuo per invidia, e con suo padre (Robert De Niro), a cui vuole bene ma che si dimostra immaturo e continuamente in cerca di una nuova donna.
In tutto questo marasma Joy, che fa un lavoro noioso ed inquadrato per portare avanti la famiglia, ha perso la gioia di vivere e la creatività che da sempre l’ha contraddistinta.
Un evento fortuito permette a Joy di mettere a punto un’invenzione che le cambierà la vita: un nuovo mocio (miracle mop) che può essere utilizzato senza essere toccato e strizzato con le mani.
Gli ostacoli che la donna è costretta ad affrontare per convincere suo padre e la sua nuova compagna a finanziarla prima per portare avanti la sua invenzione e brevettarla, e poi per farla fabbricare, lasciano emergere gli aspetti disfunzionali della famiglia. Suo padre e la sua sorellastra non l’agevolano, continuando a non credere in lei e nelle sue capacità. Joy mette anima e corpo nel suo lavoro; dopo moltissime difficoltà e sempre nuove sfide che le si presentano inaspettatamente, riesce finalmente a dimostrare di cosa è capace a chi l’aveva derisa per quella che era considerata una bizzarra invenzione.

Una realtà ai limiti dell’irrealtà

Il film comincia in maniera molto originale, con la scena in bianco e nero di una vecchia soap opera in cui i personaggi interloquiscono in maniera caricata, con sguardo alienato e fisso nella telecamera. Sin da subito, quindi, il regista ci proietta in una realtà bislacca, diversa dalla nostra. Non è tanto dissimile la realtà in cui vive Joy. Una realtà in cui, dovendo ospitare suo padre nello stesso seminterrato che occupa il marito, divide gli spazi con una lunga striscia di carta igienica per fare in modo che uno non invada gli spazi dell’altro. Una realtà in cui, per addormentarsi, beve dello sciroppo scaduto che le provoca intontimento. La realtà di Joy è tutta così: al limite dell’irrealtà, nonostante la vita dura e faticosa. Lo dimostrano anche i sogni ricorrenti che lei fa, immaginando di essere un personaggio della fiction preferita di sua madre.
Nonostante nella sua mente viva in un mondo così surreale, la sua vita è caotica e piena: Joy potrebbe essere definita una tuttofare, infatti è lei a svolgere i piccoli lavoretti di manutenzione della casa, oltre che occuparsi delle mansioni che normalmente spettano ad una donna della sua epoca.
O. Russell vuole sottolineare in qualche modo la fragilità dei rapporti familiari che spesso possono schiacciarci invece che sollevarci: è ciò che accade a Joy, denigrata ed umiliata continuamente quando le cose non vanno come dovrebbero.

Joy non è un capolavoro

Anche se la pellicola promette benissimo durante i primi minuti, non può definirsi un capolavoro. A metà del primo tempo comincia a scadere nella banalità: l’ascesa per il successo, la determinazione, gli ostacoli, la caparbietà, la vittoria. È un copione che, da qualche parte, abbiamo già letto.
La recitazione di Jennifer Lawrence, comunque, è un punto a favore di Joy, che acquista moltissimo grazie alla credibilità della giovane attrice. La Lawrence ha ricevuto proprio per questo film la nomination all’Oscar come miglior attrice protagonista. A favore della storia è anche l’interpretazione pertinente di Bradley Cooper.
Joy ha un messaggio forte ed incisivo, e questo è un altro degli elementi positivi attribuibili al film. I continui flash-back, delicati come se fossero sogni, si alternano al presente, che rappresenta la dura realtà. Quasi nel finale Joy, con un secco colpo di forbici, taglia i suoi lunghi capelli in un gesto che, ad una visione superficiale, potrebbe sembrare insensato, ma che sta a significare il cambiamento di vita che la donna sta per intraprendere. Nonostante gli elementi a favore, il film non coinvolge pienamente, e sembra essere persino troppo lungo per gli avvenimenti che si vogliono raccontare.