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Eroica Fenice

Piero Messina Attesa

L’attesa, il primo film di Piero Messina

Sicilia. Un funerale.

Un aeroporto alle pendici dell’Etna. Una antica villa di campagna che ospita la proprietaria, Anna e Pietro, il suo tuttofare. Improvvisamente, una delicata ragazza francese giunge in paese. È stata invitata a trascorrere lì le vacanze dal fidanzato: Giuseppe, il figlio di Anna. La quale non è nemmeno in grado di accoglierla, afflitta da un lutto profondo e impronunciabile.
Quando riesce a farsi forza e ad accogliere l’ospite, le dice che Giuseppe sarà di ritorno in tempo per festeggiare la Pasqua. Eppure lui non risponde nemmeno ai suoi messaggi in segreteria. Jeanne lo aspetta, confusa. Si interroga, si guarda intorno. Nell’immensa solitudine della villa c’è solo Anna a smorzarne il silenzio, ma non sa farlo se non con altri vuoti di parole, di significato.
C’è come un non detto che aleggia nelle stanze che le accolgono, e nelle quali iniziano a condividere pasti, e poi racconti, piccole confessioni. Pian piano, è come se l’una leggesse di Giuseppe negli occhi dell’altra; lo rappresentano, lo mettono in scena attraverso i ricordi.

Quando era lontano io dicevo:«Se in questo momento mi pensa , io sono viva per lui». E questo mi sosteneva, mi confortava nella mia solitudine. […] Ma sì che egli è vivo per me, vivo di tutta la vita che io gli ho sempre data: la mia, la mia; non la sua che io non so!
L. Pirandello, La vita che ti diedi

In fondo cosa è un essere umano, se non una serie di rappresentazioni? William James, psicologo e filosofo statunitense, diceva che di ogni uomo esistono “tanti Selves sociali quanti sono gli individui che lo conoscono e portano nella loro mente un’immagine di lui”.
Luigi Pirandello, nel suo sovracitato dramma, parla di una donna divorziata che ha visto il figlio partire senza vederlo tornare se non dopo sette anni. Durante i quali il suo amore di mamma si è nutrito semplicemente del ricordo, di una memoria che col tempo si è trasfigurata, fino al punto che il prodotto dell’immaginazione materna ha in qualche modo dato nuovamente alla luce suo figlio. Un Giuseppe presentificato, incarnato da una fantasia da lei nutrita nel corso degli anni. Un Giuseppe ormai diverso da quello reale che sarebbe potuto tornare a trovarla.

Piero Messina sceglie proprio di fare riferimento a questa profonda tematica per la sua opera prima. Sceglie di narrare di Anna, una donna che è madre anche quando (soprattutto quando) l’oggetto del suo profondo amore è assente. Fino al punto da farci dubitare che esso sia reale. O che il reale non sia, infine, ben diverso dalla verità che lei si rappresenta.

“L’attesa” di Piero Messina

è il racconto di un silenzio gravido di interrogativi, una taciturnità di parole e immagini. Una fotografia e una tecnica di ripresa di sorrentiniana memoria accentuano la sacralità dei dettagli, vi si soffermano a lungo da prospettive geniali, alla ricerca di quei punti magici in cui la luce e l’ombra si scontrano, infrangendo la geometria degli spazi, spezzando i volti.

L’atmosfera lugubre dell’incipit è solo un’introduzione al buio saturo d’angoscia che per l’intera durata del film accompagna lo spettatore, il quale finisce con l’agognare costantemente una svolta, un dialogo più intenso e aperto che faccia esplodere quel dolore trattenuto, compresso, senza volume. E che solo alla fine lascia il segno, solo uno, piccolo: una lacrima condivisa che bagna il tessuto.

Sempre impeccabile Juliette Binoche (Anna), intensa Lou de Laâge (Jeanne). La maggior parte dei loro dialoghi è in lingua francese.

Pregevoli le location, siciliane come l’opera pirandelliana: Ragusa Ibla, la Diga di Santa Rosalia, Villa Fegotto di Chiaramonte Gulfi; si è girato anche tra i Carruggi di Caltagirone, nonché sulla famosa scalinata della stessa città, nel Bosco di Santo Pietro e sui Crateri Silvestri del vulcano catanese. “È la Sicilia del ragusano, del Barocco. Il Barocco ha a che fare con la morte, come il film” (Piero Messina).

Notevole anche la colonna sonora, curata insieme alle musiche dallo stesso Messina, già compositore, vincitore del 50° “Taormina Film Fest” nonché assistente alla regia per “This must be the place” e “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino. Un giovane da cui si potrebbe aspettare parecchio.