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Eroica Fenice

Marnie

Quando c’era Marnie: tra testamento e innovazione dello Studio Ghibli

Quando c’era Marnie: Anna

Anna è una ragazzina di Sapporo, taciturna e solitaria. Vive con la sua apprensiva “zietta”, la madre adottiva Yoriko, il cui ruolo affettivo nei confronti di Anna risulta essere ambiguamente delineato sin dall’inizio; del padre adottivo si conosce solo il volto, ritratto nelle foto di famiglia, e si viene a sapere che si trova spesso fuori casa per lavoro. Anna è diversa dalle altre, a partire dal colore dei suoi occhi e dei suoi capelli. È un’ottima disegnatrice: i suoi lavori sono caratterizzati da tratti delicati ma angoscianti. Soffre di asma, il che la fa sentire ancora più distante dal mondo che ritrae, dalle coetanee come dai suoi tutori. Eppure il suo desiderio più grande è “che ogni giorno possa trascorrere normale”.

L’Hokkaido

Perché la bambina respiri dell’aria salubre, come consigliato dal medico, Yoriko decide di farle trascorrere del tempo in un villaggio dell’Hokkaido orientale, presso una coppia di suoi parenti. I paesaggi dell’Hokkaido sono incantevoli, Anna sembra rigenerarsi sin dall’arrivo nella nuova casa, quando dal suo piccolo terrazzo scopre di poter ammirare una distesa di verde lussureggiante che incornicia il luccicante blu cobalto di un lago. Libera di esplorare un mondo così in sintonia con la sua personalità, fa l’incontro di personaggi austeri che comunicano con la grazia del silenzio, come le onde che rimangono immobili fino al crepuscolo.

Quando il sole si rispecchia tra i flutti e inizia a scomparire, il lago si gonfia come l’angosciato cuore della bambina. Arriva l’alta marea e ill suo mondo si agita, diventa irrequieto, Anna torna a porsi le sue domande e anela a scoprire il segreto che l’attrae dal primo giorno, quello nascosto nella magnifica villa che si trova aldilà dell’acquitrino, la cui immagine sinistra sembra rispecchiare lo stile degli schizzi sul suo blocco da disegno.

Marnie dello  Studio Ghibli

Marnie è l’abitante della villa, vive lì con i genitori, la tutrice e due cameriere gemelle. È bella, aggraziata ed estroversa e, incredibilmente, sembra amare la compagnia di Anna, mascolina e scontrosa, che invece si detesta. Sembra provenire da un altro mondo, è ancora più diversa dagli altri, l’azzurro dei suoi occhi è solo di qualche tonalità più chiara rispetto a quelli di Anna. La loro amicizia diventa il loro segreto condiviso, la gioia degli incontri è indescrivibile, si prova la sensazione di assistere alla nascita di una relazione di tipo amoroso. Eppure tutto ciò che riguarda Marnie è misterioso e confuso, e condurrà Anna ad una ricerca dentro e fuori di sé che lascerà tracce indelebili nella sua anima.

Lo Studio Ghibli: Marnie dei ricordi

Quello che non si spera essere realmente il film testamento dello Studio Ghibli, è orfano di entrambi i padri: i fondatori Miyazaki e Takahata (il primo dei quali annunciò il suo ritiro già nel settembre 2013) non hanno contribuito alla sua realizzazione. “Marnie dei ricordi”, questo il titolo originale, è una trasposizione del romanzo della britannica Joan G. Robinson ed è stato diretto da Hiromasa Yonebayashi.

A tal proposito è interessante notare l’adattamento cinematografico in termini topologici: la Anna della Robinson ha traslocato dalla contea di Norfolk, sul mare del Nord, fino a un’isola dell’arcipelago giapponese, di cui Sapporo è il capoluogo. Hokkaido è la maggiore produttrice agricola di tutto il Giappone, tant’è vero che una delle scene più casalinghe del film vede Anna e la zia raccogliere floridi pomodori dall’orto di casa. La baia che si ammira dalla terrazza dell’abitazione, inoltre, sembra in tutto e per tutto una cartolina del lago Masshu.

Coerente con le pellicole precedenti quanto a delicatezza registica e attenzione psicologica, anche “Quando c’era Marnie” ha una protagonista dalla connotazione unica. I figli dello Studio Ghibli sono fanciulli, personaggi dalla forte sensibilità emotiva, squassati da sensazioni fortissime all’interno ma espresse esteriormente solo con tenui rossori sulle guance e con una silenziosità elegante come quella dei paesaggi, dai colori sobri ma incantevoli.

La teatralità dei dialoghi contribuisce alla musicalità evanescente e all’atmosfera sublime, sognante del film, perfetto scenario del mondo surreale nel quale i personaggi sono sempre immersi. Il mondo dell’infanzia, forse, o dell’inconscio. Anna e Marnie sono incastonate come perle rare in queste realtà alternative, inadatte alla normalità l’una per la sua singolare personalità, l’altra perché appartenente a una temporalità ascientifica. “Anche fingerti normale è inutile, perché vedi, tanto tu mi sembri proprio quel che sei”.

Durante l’intera visione è impossibile distaccarsi dal proprio mondo interiore: l’acquitrino che separa le due amiche, l’antico silos imponente e pauroso, le barche che traghettano Anna lungo le sponde opposte altro non sono che simboli atavici che ogni spettatore può facilmente ritrovare nel proprio immaginario più recondito. Come Anna, ci si toglie le scarpe e si attraversa con coraggioso timore il lembo di terra e acqua che ci spinge verso l’ignoto e, forse, verso la salvezza.

“Quando c’era Marnie” è un anime caratterizzato da una rilassata dinamica narrativa e da una luminescenza antica ben distante dalle agitate, chiassose pellicole d’animazione occidentali. Profonda, a tratti patetica, più che in un mondo di fantasia ci fa inoltrare nei meandri del nostro Io, elemento che la rende universalmente accattivante.