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Eroica Fenice

Richard Gere in “Franny”

Il nostro protagonista è un milionario sessantenne di bell’aspetto, è estroverso, impiega la sua ricchezza e tutto il suo tempo per scopi filantropici; percorre le corsie dell’ospedale pediatrico che possiede dispensando saluti e consigli, organizza eventi di beneficenza di grande rilevanza.

Franny: una personalità eccentrica e misteriosa.

È sempre accompagnato dal suo bastone, residuo permanente di un tragico incidente che lo ha precedentemente coinvolto insieme ai suoi due migliori amici: Mia e Bobby, i brillanti genitori di Puzzola, che a cinque anni dall’evento che l’ha resa orfana decide di tornare a casa, a Philadelphia, con un marito e il pancione.

Franny si prepara a riaccoglierla cercando di dismettere il dolore vecchio e pungente che non lo abbandona mai, scostando le tende, accendendosi con un abbigliamento policromatico, accorciandosi la barba e i capelli. Si rimette a nuovo e si dice che forse sarà una svolta anche per lui, dopo un periodo troppo lungo trascorso tra l’assunzione di medicinali e l’affacciarsi puntuale di angosciosi flashback. Gli si presenta in effetti un’occasione ghiotta: Luke, il marito di Puzzola alias Olivia, è un intelligente pediatra che tanto gli ricorda il vecchio amico, e soprattutto questo spingerà Franny a procurare per lui un posto prestigioso nel proprio ospedale, nel consiglio di quest’ultimo nonché un’intera casa in cui creare la sua nuova famiglia. A ciò corrisponderà però una stressante indiscrezione da parte dell’anziano amico di famiglia che, col suo bisogno quasi ossessivo di intervenire su ogni aspetto della vita della neo-coppia, ne mette a dura prova perfino l’affiatamento.

Interessante sarà proprio la figura di questo giovane medico, interfaccia del brio spesso eccessivo di Franny, coinvolto con quest’ultimo in un confronto intergenerazionale che segnerà l’emergere delle profonde differenze tra i loro due mondi, e che permetterà allo spettatore di costruire un profilo sempre più dettagliato dei difetti e delle paure che rendono entrambi questi personaggi umani.

Uno sposino timoroso di diventar padre insegnerà all’anziano più di quanto quest’ultimo si aspettasse, intuendo il significato redentore celantesi dietro la sua filantropia eccessivamente invadente e la sua incapacità di abbandonare un dolore che lo attanaglia fino a renderlo incapace di dare un senso e un ordine allo stesso. Talvolta non si scappa dalla sofferenza tanto quanto non si riesce a scappare da ogni tipo di dipendenza. E c’è sempre tempo per crescere.

Queste sono le considerazioni che Andrew Renzi vuole far emergere attraverso il suo primo film indipendente. Si avvale di un cast scarno ma valido, a partire dall’intramontabile Richard Gere, la cui fisicità molto si presta a una simile interpretazione, e finendo con un sorprendente Theo James, che interpreta un personaggio davvero interessante con una espressività consona ad esprirmerne al massimo le caratteristiche. Alquanto insipida, invece, Dakota Fanning, sicuramente per il suo ruolo alquanto irrisorio e perché è una quiete, quella di Olivia, davvero marginale rispetto alla esuberante personalità di Franny.

Pellicola complessivamente soddisfacente, non manca qualche momento di suspance e agitazione che impedisce al film di assumere una tonalità melanconica e piuttosto monotona.

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