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Eroica Fenice

Spy, la commedia di Paul Feig

Tra feste di compleanno nell’orario di servizio, pipistrelli e topi, la vita negli uffici degli analisti della CIA non è molto più semplice di quella degli agenti speciali che, in prima linea, rischiano le penne durante le loro missioni. Susan Cooper, alle prese con le più innovative apparecchiature tecnologiche dalla sua assai poco eccitante postazione, segue il “perfetto” e attraente collega Bradley Fine (cognome affatto casuale) durante le sue missioni, segnalandogli passo per passo eventuali pericoli e pilotandone i movimenti.

Se non fosse che, nel corso di una delle operazioni, si verificano delle anomalie nel collegamento tra i due e Bradley viene assassinato. Improvvisamente, Susan si rivela essere l’unico agente idoneo alla missione che ha portato alla scomparsa del collega, proprio perché la sua anonima condotta non desterebbe sospetti nei criminali coinvolti nella vicenda.

C’è sempre posto, nelle commedie d’azione, per l’eroe goffo e inaspettato che, proprio perché tale, riesce a sorprenderci. Se il Johnny English di Rowan Atkinson aveva dalla sua unicamente la fortuna, possiamo almeno dire che la protagonista scelta da Paul Feig si era rivelata in passato la prima della classe in informatica e incredibilmente agile nelle prove fisiche. Inoltre, è una donna.

Paul Feig sceglie Melissa McCarthy

L’eroina di “Spy” è la sorniona e vitale Melissa McCarthy che troppo poco, forse, riesce a costruire un’immagine di sé diversa da quella della grassottella, rubiconda Sooki di “Una mamma per amica”. La sua figura, quasi a contrasto con quella bellissima di Bradley (alias Jude Law) e affiancata da una sorta di amica gemella, sciatta e decisamente fuori dalle righe, sembra rappresentare il gruppo di “invisibili” nel mondo dei belli e potenti; a poco serve, per riscattarla, che venga rispettato lo stereotipo che la vuole, se non affascinante, per lo meno intelligente.

La commedia riesce facilmente dinnanzi a scontri a colpi di baguette e padelle, a inseguimenti folli in giro per la città e alle assurde identità fittizie (parrucche e t-shirt esilaranti comprese) assegnate dalla CIA alla povera Susan, la cui parola vale talmente poco da non consentirle nemmeno di rifiutare che come falso nome le venga assegnato quello di una bulletta che l’aveva importunata da ragazzina.

Mettersi in gioco, entrare finalmente nel vivo dell’azione le permetterà di rendere la sua vita eccitante come sperava accadesse una volta scambiato il suo posto di insegnante con quello di agente dell’Intelligence, dieci anni prima: non la fermeranno nemmeno il suo discutibile equipaggiamento né gli squinternati colleghi che troverà al suo fianco.

Nel mondo dei criminali come in quello dei servizi segreti nessuno è amico di nessuno, la verità sembra non essere mai scontata e la fiducia è spesso mal riposta; la nostra protagonista ci fa interrogare anche sullo spessore dei “buoni”, ruolo incarnato proprio da coloro che non l’hanno mai elogiata o premiata per il suo prezioso lavoro, nemmeno con un aumento di stipendio. In tale visione è encomiabile chi riesce a difendere le proprie libertà e personalità unica, imparando per una volta a fare di testa propria scegliendo da che parte stare retti da una reale stima di sé.

Pellicola piacevole e non appesantita dai normali cliché, portata avanti da un cast energico e spiritoso. Notevoli le località, c’è posto anche per Roma e Parigi. È una commedia che fa ridere, e ciò non è affatto poco.