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Eroica Fenice

Still Life di Uberto Pasolini: la solitudine e la vita (Recensione)

Recensione dell’ultimo film di Uberto Pasolini

Un silenzio assordante ma, allo stesso tempo, confortante, attenuato solo dalle malinconiche note del compositore Rachel Portman che ha firmato la colonna sonora. Una scatoletta di tonno con una fetta di pan tostato e una mela, sufficienti a riempire i pasti di chi è così solo da trascurare persino una coccola culinaria. Un tumulo di terra, dimora eterna di ogni uomo, in mezzo ad altre tombe solitarie.

Ecco i personaggi dell’ultimo film di Uberto Pasolini, Still life.
Ricercare i parenti di coloro che sono morti nel Municipio e che hanno vissuto gli ultimi anni della loro vita completamente soli. In questo consiste il lavoro che John May (Eddie Marsan), impiegato comunale londinese, da ventidue anni esegue con una meticolosa diligenza e devozione che nascondono, dietro un malsimulato ed eccessivo senso del dovere, la paura o, meglio, la rassegnata consapevolezza di una ormai irreversibile solitudine.
Il regista di Still Life coglie, con estrema delicatezza e sottigliezza, il punto della vita in cui si manifesta il più profondo senso di solitudine: il momento del proprio funerale. Vivere con il timore o, peggio, con la certezza che al proprio addio terreno la chiesa e il cimitero siano vuoti riempie di angoscia gli animi di tutti e anche quello dell’apparente atarattico protagonista.

Uberto Pasolini e il suo elogio alla vita

L’ossessione con cui colleziona e cura le foto dei defunti di cui si è occupato e la silente e pacata determinazione con la quale indaga sulla loro vita colmano il lavoro e i passivi giorni di John May. Un’esistenza, la sua, che sembra essere proiettata solo ed esclusivamente verso il punto finale, quasi come se l’uomo occupasse il tempo nell’attesa, ricca di pacata curiosità, di vedere se stesso nell’ultimo giorno.
Molto ben riuscito il tentativo di Uberto Pasolini che ha voluto evocare e raccontare  la più pura e mostruosa solitudine, espressa in maniera magistrale in ogni punto e sfumatura del film. Lo spunto per Still Life è personale: “Recentemente”, dichiara il regista,  “ho divorziato e dopo aver vissuto per 15 anni con tre figlie ora qualche sera torno a casa e la trovo buia, provando un certo tipo di solitudine: mi sono proiettato in quella che deve essere la vita di chi non sperimenta tre ore di solitudine, ma ogni giorno”.
Ma, sottolinea Uberto Pasolini, non si tratta di un elogio alla morte bensì alla vita. E lo capiamo guardando gli occhi limpidi dell’impeccabile Eddie Marsan che, con il suo sorriso sempre accennato e sereno, rammenta che la vita acquisisce senso soprattutto se dedichiamo il nostro tempo all’altro, che sia pure uno sconosciuto. Questo il rimedio che il regista con il suo Still Life propone al dilagante isolamento dei nostri tempi.