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Eroica Fenice

The lobster, l’aragosta

In un futuro distopico, o in una realtà alternativa, David (Colin Farrell) fa parte di un mondo in cui non c’è spazio per la vita da single. La separazione con la moglie coinciderà dunque con un trasferimento obbligatorio dalla Città presso un hotel, anzi l’Hotel, in cui celibi e nubili sono radunati ciascuno per un massimo di quarantacinque giorni. Lo scopo è quello di conoscere all’interno della struttura la propria anima gemella. Eppure le compatibilità devono essere cercate senza che nulla permetta di esprimere la propria personalità. A tutti sono forniti esattamente gli stessi indumenti; ci sono attività organizzate e coprifuoco, gli sport per single e gli sport per le neo-coppie. Ci sono punizioni severe per chi viola le regole.

Si può mandar via il timore per i giorni che passano conquistandone altri, grazie alla cattura dei cosiddetti “solitari”, che vivono nei boschi e che rifiutano di obbedire al folle obbligo del matrimonio. Ogni solitario catturato produce un plus di 24 ore di permanenza in hotel. Al termine di tutti i giorni disponibili, chi non è stato fortunato nella sua ricerca dell'”amore” è destinato ad essere trasformato in un animale. A sua scelta, per lo meno.

David, eventualmente, opterebbe per l’aragosta. Il suo è un personaggio bizzarro, a tratti esilarante. È spento, banale, nulla risalta della sua personalità annegata, diluita dentro un regime autoritario. Il suo tentativo di instaurare una relazione all’interno della microsocietà dell’Hotel fallisce miseramente e lo spinge a fuggire nei boschi. Dove troverà nient’altro che un nuovo mondo di proibizioni e sanzioni, che spaccia la libertà per una diversa forma di dittatura. L’affetto sincero (“reale”) sembrerà essere l’unica potenzialità per esprimersi e vivere davvero: questa pellicola ci offre la storia d’amore più strana di tutti i tempi. A tal proposito, meravigliosa l’interpretazione di Rachel Weisz.

“The Lobster”

Primo film in lingua inglese scritto e diretto da Yorgos Lanthimos. Le riprese sono state svolte tra Dublino e l’Irlanda, in particolare nella Contea di Kerry. Oppure in una realtà onirica e a tratti spaventosa, come la paura che può fare tutto ciò che risulta, alla luce delle nostre categorizzazioni, impossibile e inaccettabile.

Quella che spesso accompagna la visione di “The lobster” è una risata di sconcerto derivante dalla consapevolezza di come lo spazio per l’affettività e i sentimenti in generale sia praticamente inesistente per due terzi del film. Nessuna identità è connotata positivamente, nessuna è rappresentata per ciò che la rende unica o umana perché il principio della società immaginata da Lanthimos è l’uguaglianza. Ma un’uguaglianza intossicante, fasulla. L’amore si cerca attraverso punti di contatto banali eppure vissuti come fondamentalmente necessari. Non si riescono a prendere posizioni, non ci sono sprazzi di originale espressività; sono ben pochi i nomi dei personaggi che vengono resi noti. Una realtà sociale, che costringe a “essere” in un determinato modo, non permette a nessuno di essere amato. Nemmeno dallo spettatore.

È, questa, un’opera dalla forte connotazione grottesca, che offre una nuova modalità di narrazione, di far cinema. Si sta sempre in precario equilibrio, nel limbo tra reale e fantascientifico, ci si interroga, ci si confonde, ci si sconvolge. Colori e immagini sono incredibilmente suggestivi. Tanti i simboli e tante le chiavi di lettura per esplorarsi all’interno e, magari, scoprirsi immersi a nostra volta in una società che ci plasma in maniera adesiva e ci rende apatici.