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Eroica Fenice

La categoria Fotostorie contiene 9 articoli

Fotostorie

San Martino: Il rosa e il grigio

Rosa come la bicicletta appoggiata ad un muro che affonda le sue crepe nel bianco. Grigio come la panchina che attende, all’ombra di balconi fioriti, “gnora” Titina che nel punto più caldo del meriggio sfrega con forza i panni al lavatoio. Rosa e grigio. Grigio e rosa. San Martino è l’odore di mille contrasti, l’apostrofo in neretto tra vecchio e nuovo. Lo vedi per le strade con gli edifici che non si affiancano. “Si tozzano”. Color pastello i più, gli altri, scavati nella roccia, non si vergognano a mostrare rughe e cartelli “affittasi” fin troppo polverosi. Lo intuisci in quella religiosità eccessiva che con un sospiro in più è quasi eresia. Lo accarezzi nelle parole di abitanti sempre con la valigia in mano, ma con le radici troppo salde per andare via. Lo respiri osservando l’anfiteatro in cui la storia della canzone italiana ha concesso più e più volte il bis, usato ormai solo come rifugio da giovani amanti clandestini. Ma questo contrasto, questo apostrofo è così armonioso e insolito nel suo insieme da lasciare il segno. Un segno silenzioso che si fa sentire quando torni a casa e vieni accolto dal caos della città. E ti manca inevitabilmente il rosa. E ti manca dannatamente il grigio. – San Martino: Il rosa e il grigio –

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Mare, nonna e supersantos

Quando si è bambini il mare è come un’immensa vasca: non si concepisce il reale pericolo incombente dalle sue profondità, dalla violenza che scaturisce dalla sua forza. … Di corsa Carlo scendeva verso il bagnasciuga, per nulla intimorito dalle urla della nonna che lo richiamava a sè dalla sommità della spiaggia. Il mare per Carlo era l’Estate, la voglia di vivere liberamente senza la noia della scuola, con la sola preoccupazione che ogni giorno sarebbe finito con i lampioni che s’accendono nei giardini pubblici. Ogni giorno la Casa si risvegliava al pensiero di prepararsi per scendere verso il Mare, quell’infinito lago d’acqua salata. Ogni giorno i soliti pensieri con le ovvie accortezze verso le merende, l’acqua da bere abitualmente dimenticata nel congelatore il giorno prima, i nonni che volevano andare in un posto i nipotini in un altro, i litigi per l’asciugamano più bello, per il cappellino che voleva essere dimenticato nella cameretta, sul letto semplicemente disfatto. Carlo però aveva una voglia di mare diversa dagli altri: Zio Giovanni aveva promesso al nipote di portarlo sulla sua barca, quella che Carlo immaginava solcasse le onde verso sempre nuove avventure. Carlo non sapeva nuotare e zio Giovanni gli disse che sarebbe salito sulla barca con lui solo quando, bracciata dopo bracciata, avrebbe saputo sconfiggere la corrente. Ci provava sempre Giovanni, ma nulla: era troppo difficile, lui era troppo piccolo e poco forte, ma non mollava. Pian piano, col tempo, imparò solo a galleggiare; fu contento quando capì come fare “il morto”: sentiva che mancava poco per riuscire a nuotare, ad imparare a farlo da solo. Anni dopo, quando erano passate molte Estati, lanciò il suo Supersantos dalla riva; purtroppo il vento era forte, troppo per il pallone troppo leggero, che fu scaraventato oltre il “dove si tocca”, più lontano dal punto in cui Carlo poteva raggiungerlo camminando sul fondo. Il Mare stava per mangiare il suo pallone. Carlo inghiottì il “polpo”  che s’era formato in gola, iniziò a camminare dapprima, si lasciò andare poi, e piano piano cercò d’imitare le rane con le quali aveva giocato praticamente in ogni suo pomeriggio libero. Arrivò a toccare la palla con la punta delle dita, che sfiorata accennò ad allontanarsi. Carlo non voleva lasciarla al Mare. Con un ultimo sforzo, uno slancio in avanti ed una bracciata in più, riuscì ad afferrare il suo pallone e cingerlo tra le braccia: poteva riposarsi. Si girò lanciando uno sguardo alla spiaggia, la nonna si sbracciava come non aveva mai fatto, ma lui sorrise: era contento perché aveva nuotato. In quel momento, con la nuova conquista tra le mani, Carlo si rattristò, perché il suo pensiero andò allo zio che da qualche estate non c’era più. Alzò la testa, guardò il cielo e con una lacrima disse tra sé e sé “Ora potrò andare in barca per Mare”. Mare e supersantos

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La ballata degli amanti inesistenti

Che sia alba e tramonto; che sia inizio e fine; che sia vita e morte, e ancora vita. Mastichi buio nella notte e sputi aurora su un letto d’erba che sa d’amore, sa di noi. Tutto e niente sei, eppure è di quel niente che non so fare a meno. Immenso è il buio che ci lasciamo dentro con la voglia che tutto sia luce nell’esplosione di un sorriso. Che si viva davvero di mancanze? Colmato sarebbe questo vuoto da un abbraccio. Il tuo.   -La ballata degli amanti inesistenti-

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Estate: il sapore di un’ardente passione

Un’ardente passione. Ecco cos’era. Un fuoco inestinguibile, inesauribile, indomabile; una pazzia, una follia si diceva, qualcosa di indicibile, inesprimibile, inappagante; una passione insaziabile; una smania, un desiderio, una frenesia. Un’ardente passione senza respiro, come l’aria che avvolge gli amanti d’estate negli assolati pomeriggi. I baci, le labbra rosse, il loro sapore, i grandissimi occhi scuri, la delicata voluttà, il tenue incarnato, l’elegante seduzione, il desiderio d’amore. Il tocco lieve delle sue mani, le sua carezze, tra il canto delle cicale ed il canto del vento lieve e leggero, che le notti d’estate il Cielo regala.L’amore era vita e non ne soffriva.Era lei la fiamma che ardeva nel lume della sua anima. -Estate: il sapore di un’ardente passione-

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A Napoli, Giugno come Agosto

                A Napoli, a Giugno, c’erano le blatte. A Napoli, a Giugno, troppo sudore. A Napoli a Giugno, nessun odore di primavera. A Napoli, a Giugno, solo puzza di sole. A Napoli, a Giugno, sognavo pizze fumanti. A Napoli, a Giugno, sfumavano sogni d’amore. A Napoli, a Giugno, turisti col terrore. A Napoli, a Giugno, studenti stanchi del bisogno di calore. A Napoli, a Giugno, nessun albero è in fiore. A Napoli, a Giugno, fiorisce tutt’altro, fiorisce senza fiore. A Napoli, a Giugno, Napoli è un colore. A Napoli, a Giugno, nessuno vende le more. A Napoli, a Giugno, da qualche Giugno fa, piove. A Napoli, a Giugno, vuoi andare a mare, ma dove? A Napoli, a Giugno, potrebbe essere Luglio. Napoli, a Giugno, è un luogo comune. Napoli, a Giugno, nulla ha in comune con nessun luogo. A Napoli, a Giugno, è Agosto. A Napoli, ad Agosto, è Agosto. A Napoli, Giugno come Agosto. A Napoli, ad Agosto, che cazzo ci fai a Napoli? -A Napoli, Giugno come Agosto-

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Munasterio ‘e Santa Chiara, storia e bellezza

Munasterio ‘e Santa Chiara, una poesia Chi può sapere se la luna, di notte, t’illumina la croce o il rosone traforato. La Napoli angioina in origine ti volle e a guardarla la tua storia sa di fame e sa di guerra. La guerra che ti ha distrutto il volto, senza impedirti di battere nel cuore sordo di questa città che applausi a volte richiede e a volte neanche merita. Munasterio ‘e Santa Chiara, un fascino senza tempo Con l’anima sorda scorgo a rimirarti i turisti increduli della tua sopravvivenza e della tua bellezza, la sola fede in cui davvero si può credere. Quella dell’amore di un popolo che, a piedi nudi, canta e balla intorno alle tue rovine. Oltre le facce ‘ra pucundria e ‘ro malumor ce sta, in questa città, chi penza ancora ‘e parole e ‘na canzone. “Munasterio ‘e Santa Chiara tengo ‘o core scuro scuro. Ma pecché, pecché ogne sera, penzo a Napule comm’era, penzo a Napule comm’è?!”

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L’attesa è un narghilè: elogio dell’uomo solo al bar

“I giorni sono sempre più brevi, le piogge cominceranno. La mia porta, spalancata ti ha atteso. Perché hai tardato tanto? Ma ecco sui rami, maturi, profondi, dei frutti carichi di miele. Stavano per cadere senza essere colti, se tu avessi tardato ancora un poco.” Nazim Hikmet È una sera fresca, a Istanbul. Per le vie di Sultanahmet i pochi passanti pigri sono già via, i bar e i caffè vuoti. Aspetta, uomo vestito di nero, respira profondamente il fumo denso che sale piano dal narghilè in vetro blu e dorato a ricordarci che si può essere soli, aspettare un istante o anche tutta la vita. Chi attendi? Non so se ti basta te stesso e il tuo caffè questa sera o se sorriderai quando chi aspetti arriverà. Pensa, signore distinto, sospira e guardati intorno. Ci sei tu oggi. Solo, con la tua nostalgia o forse in compagnia dei tuoi ricordi. Accarezzi questa malinconica Istanbul senza parlare e non ti interessa se il tempo bussa alla tua porta per ricordarti che forse è ora di andare via. Senti freddo ora, c’è il Bosforo che dorme poco lontano. E poi c’è l’attesa. Oggi è tardi per i rimpianti, oggi l’aria è fresca e tu non hai pretese, siamo a metà marzo e la primavera arriverà presto. I tavolini sono vuoti ma io non so di chi ti riempi i pensieri, ti guardo e sorrido timidamente mentre tu assapori questo tabacco che  sa troppo di solitudine. Aspetti perché vuoi lasciare fuori il mondo o perché il mondo ha lasciato fuori te? Qualunque cosa tu stia cercando, chiunque tu stia aspettando e ovunque andrai quando anche l’ultimo carbone sarà bruciato, questa sera la città d’oriente è solo per te.  – L’attesa è un narghilè: elogio dell’uomo solo al bar –

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Domani smetto: un’ultima sigaretta

Domani smetto. Non si smette domani, si smette dentro. L’impossibilità del fare è antonimo del fuoco che alimenta il sogno. Che brucia l’anima nel tentativo, a volte folle, di darle un senso. Prospettive perdute tra le mani come l’incapacità di trovare una via d’uscita dalla nebbia, dall’inconsistenza, dal fumo. Furore inaspettato eppure non impossibile. Immagina quel fuoco e osserva in silenzio l’unica possibilità che hai di non consumarti prima che il tempo scorra più in fretta del dovuto. Immagina un figlio e il suo sguardo. Prendi l’amaro delle labbra, il vuoto che stringi tra le dita, l’incapacità che ti consiglia di rimandare e lasciali bruciare.  Quante possibilità hai di rinascere? Domani smetto non è altro che un cancro dell’anima. L’anima. Che tu possa esserne degno, oggi. Foto: Cosimo Di Giacomo Testo: Tania Avolio   -Domani smetto: un’ultima sigaretta-

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Chi tene ‘o mare s’accorge ‘e tutto

Chi tene ‘o mare […] recita la canzone di Pino Daniele. In questi ultimi mesi il pensiero dell’umanità è rivolto verso una parte del mondo, una striscia piccola piccola, rimasuglio di una terra bella, rosicchiata dal potere di chi dell’umanità non ha più nulla, di chi di umano ha solo il genere di appartenenza, ma che in effetti nelle menti di chi umano lo è per davvero, è solo un travestimento atto ad ingannare l’umanità dei popoli. Ed in quella striscia sembra essere rimasto solo chi tene ‘o mare ‘o ssaje…nun tene niente. – Chi tene ‘o mare – Eroica Fenice –

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