La Francia ha approvato il divieto di accesso ai social agli under 15, diventando il primo Paese dell’Unione europea ad adottare una misura così ampia. Dietro un principio apparentemente semplice, però, si nascondono interrogativi su verifica dell’età, privacy, libertà dei ragazzi ed efficacia reale del provvedimento per la sicurezza online.
Il 21 luglio 2026 il Parlamento francese ha approvato definitivamente la proposta di legge che vieta ai minori di 15 anni l’accesso ai servizi di social networking. Il testo dovrebbe impedire l’apertura di nuovi account dal 1° settembre, concedendo alle piattaforme altri quattro mesi per intervenire sui profili già esistenti. Prima della promulgazione, tuttavia, la legge dovrà superare l’esame del Consiglio costituzionale, raggiunto da due distinti ricorsi parlamentari. Dire che il divieto sia già pienamente operativo, quindi, sarebbe prematuro.
| Paese | Soglia di Età | Piattaforme Coinvolte | Autorità di Vigilanza | Applicazione |
|---|---|---|---|---|
| Francia | Sotto i 15 anni (Under 15) | TikTok, Instagram, Facebook, Snapchat | Arcom | Divieto di iscrizione e controlli dell’età |
Indice dei contenuti
- La Francia vieta i social agli under 15: cosa prevede la legge
- Quali piattaforme saranno davvero vietate?
- Il vero problema dei social agli under 15 è verificare l’età
- Perché la Francia ha scelto un divieto generale
- Vietare i social agli under 15 funzionerà davvero?
- Protezione o esclusione digitale?
- Cosa significa davvero il divieto francese
La Francia vieta i social agli under 15: cosa prevede la legge
La misura riguarda piattaforme come Instagram, TikTok, Facebook e Snapchat, oltre ai servizi fondati sulla condivisione pubblica, sull’interazione tra utenti e sulla partecipazione a comunità online. Restano invece escluse le enciclopedie collaborative, i repertori educativi e scientifici e le piattaforme destinate allo sviluppo e alla distribuzione di software libero.
Non sono previste sanzioni per i ragazzi o per i loro genitori. Il controllo dovrebbe ricadere sulle piattaforme, chiamate a impedire l’accesso ai minori attraverso sistemi di verifica dell’età. L’Arcom, l’autorità francese che regola il settore audiovisivo e digitale, dovrà vigilare sul rispetto del divieto e segnalare eventuali violazioni alle autorità competenti.
La legge introduce anche il divieto di pubblicizzare i social specificamente ai minori. La promozione di questi servizi dovrebbe inoltre essere accompagnata da un avvertimento che li definisce pericolosi per chi non ha ancora compiuto 15 anni.
Quali piattaforme saranno davvero vietate?
Per Instagram, TikTok, Facebook e Snapchat ci sono pochi dubbi. Più complessa è la posizione dei servizi ibridi. YouTube, ad esempio, è una piattaforma video, ma possiede commenti, profili, dirette e sistemi di raccomandazione. WhatsApp nasce come applicazione di messaggistica, ma comprende canali pubblici e community. Lo stesso problema riguarda Reddit, Twitch, Discord e i videogiochi che integrano chat, contenuti condivisi e reti sociali.
Il testo utilizza le definizioni europee dei servizi di social networking, ma non contiene una lista definitiva delle piattaforme coinvolte. La distinzione potrebbe quindi riguardare non l’intera applicazione, ma soltanto alcune sue funzioni. Questo renderà l’applicazione della legge molto meno immediata di quanto faccia pensare lo slogan “niente social prima dei 15 anni”.
Il vero problema dei social agli under 15 è verificare l’età

Come si fa a dimostrare l’età di chi apre un account? Fino a oggi è spesso bastato inserire una data di nascita falsa. Un divieto reale richiede invece un controllo molto più affidabile.
Le possibilità comprendono la stima dell’età attraverso il volto, il caricamento di un documento oppure la conferma fornita da soggetti esterni, come banche, operatori telefonici o servizi di identità digitale. Qualunque metodo venga scelto, il controllo non riguarderà soltanto i ragazzi: anche molti adulti potrebbero dover dimostrare di avere superato la soglia stabilita.
L’Unione europea ha sviluppato un’applicazione che dovrebbe permettere di certificare l’età senza comunicare alla piattaforma nome, data di nascita o altri dati non necessari. Il sistema può essere configurato attraverso un documento d’identità e dovrebbe restituire soltanto la conferma del superamento della soglia richiesta. La Commissione lo presenta come anonimo, open source e utilizzabile su qualsiasi dispositivo.
Ma quanto si è disposti a rendere identificabile l’intera popolazione, un tema su cui vigila costantemente anche il Garante della privacy, per impedire ai minori di usare i social?
Perché la Francia ha scelto un divieto generale
La Francia aveva già provato a introdurre nel 2023 una “maggiore età digitale”: sotto i 15 anni l’iscrizione avrebbe richiesto il consenso di un genitore tramite moderni sistemi di parental control. La nuova legge elimina questa possibilità e trasforma il limite in un divieto generale.
Il provvedimento nasce dalla preoccupazione per cyberbullismo, adescamento, contenuti estremi, disturbi del sonno e meccanismi di progettazione capaci di trattenere l’attenzione degli adolescenti andando a minare la loro salute mentale degli adolescenti. Secondo il Senato francese, i ragazzi tra i 12 e i 17 anni trascorrono mediamente un’ora e 21 minuti al giorno soltanto su TikTok, mentre gli algoritmi tendono a privilegiare contenuti sempre più intensi e potenzialmente nocivi.
Il principio politico è che un adolescente non dovrebbe essere lasciato solo davanti a sistemi costruiti da aziende che guadagnano dal tempo trascorso online. Il rischio, però, è spostare tutta la discussione sull’accesso, evitando di intervenire sulla struttura delle piattaforme.
Vietare i social agli under 15 funzionerà davvero?

Il precedente australiano invita alla prudenza. L’Australia ha vietato i social agli under 16 nel dicembre 2025, ma una prima ricerca pubblicata sul British Medical Journal ha rilevato che, dopo l’entrata in vigore della misura, oltre l’86% degli adolescenti coinvolti continuava ad accedere ad almeno una delle piattaforme soggette al divieto. Molti utilizzavano ancora il proprio account, mentre altri aggiravano i controlli attraverso dati falsi o sistemi alternativi.
È ancora troppo presto per giudicare definitivamente l’esperimento australiano, ma il dato mostra un limite evidente: approvare un divieto non significa automaticamente cancellare un’abitudine sociale.
I ragazzi possono utilizzare account intestati ad altre persone, mentire sull’età, affidarsi a VPN oppure spostarsi verso piattaforme meno note e meno controllate. Il risultato paradossale potrebbe essere l’allontanamento dagli spazi più regolati verso ambienti ancora più difficili da sorvegliare.
Protezione o esclusione digitale?
La discussione non può essere ridotta a due posizioni opposte: da una parte chi considera i social innocui, dall’altra chi li descrive come una sostanza nociva.
Le piattaforme possono amplificare il confronto sociale, la dipendenza dalla validazione, l’esposizione a contenuti violenti e la sensazione di non essere mai abbastanza. Ma possono anche offrire appartenenza, informazione, creatività e sostegno, soprattutto a ragazzi isolati o appartenenti a gruppi minoritari.
UNICEF ha riconosciuto i rischi reali affrontati dai minori online, ma ha avvertito che le restrizioni anagrafiche, se utilizzate da sole, possono produrre effetti contrari a quelli desiderati. Escludere i ragazzi senza rendere più sicuri gli ambienti digitali può spingerli verso spazi meno regolamentati, senza risolvere il problema del design manipolativo e della moderazione insufficiente.
Proteggere non significa soltanto chiudere una porta. Vuol dire anche insegnare a riconoscere i pericoli, offrire alternative e obbligare le aziende a progettare prodotti realmente adatti all’età degli utenti.
Cosa significa davvero il divieto francese
Il divieto dei social agli under 15 è un segnale politico interessante e di un certo peso. Per la prima volta un grande Paese europeo afferma che la responsabilità non può ricadere interamente sulle famiglie e che l’accesso alle piattaforme non deve essere considerato automaticamente adatto a qualsiasi età.
Ma la legge francese presenta ancora numerose incognite: il giudizio del Consiglio costituzionale, il rapporto con il Digital Services Act e la più ampia regolamentazione europea, la definizione delle piattaforme coinvolte, la protezione dei dati e l’efficacia dei sistemi di verifica.
Vietare è più rapido che educare. Educare senza stabilire regole, però, significa chiedere ai genitori di controllare algoritmi che non possono vedere e ai ragazzi di difendersi da sistemi progettati per catturare la loro attenzione.
La soluzione probabilmente non si trova nel libero accesso senza limiti, ma neppure nella proibizione presentata come risposta universale. Servono piattaforme meno manipolative, moderazione efficace, educazione digitale e controlli proporzionati che non trasformino la protezione dei minori nella sorveglianza di tutti.
La Francia ha aperto una strada. Ora bisognerà capire se porterà davvero verso una rete più sicura o se resterà soprattutto una promessa molto difficile da applicare. Come tante, del resto.
Fonte immagini: Pixabay

