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Single player: un diritto inalienabile

C’era un tempo in cui i videogiochi offrivano quasi esclusivamente esperienze in single player. L’idea di multiplayer si limitava all’invito di un amico a cercare di battere il tuo punteggio più alto o a tagliare il traguardo per primo, ma in linea di massima, i giochi erano pensati a beneficio di un giocatore. Il multiplayer online era ancora lontano e l’idea di poter coinvolgere più di due persone in un gioco sembrava impossibile.

Oggi il multiplayer ha preso sempre più piede e il single player sta praticamente morendo. Forse il termine ”morire” può risultare esagerato, di giochi che rendono al massimo se giocati da soli ce ne sono ancora tanti, ma l’andazzo che sta prendendo l’industria dei videogames ci spinge a una riflessione. La maggior parte dei giochi di oggi sta  giustamente seguendo l’evoluzione delle console, che sono diventate sistemi multimediali che consentono di essere sempre connessi e collegati con i giocatori del resto del mondo. Il multiplayer sta prendendo talmente piede che non si limita ad affondare le proprie radici nei generi più adatti alle funzionalità di rete, come gli FPS o gli MMORPG, generi che oggi sono anche entrati in simbiosi, basti pensare a Destiny. Il multiplayer viene inserito anche in titoli che potrebbero risplendere di luce propria; basterebbe, infatti, in alcuni casi allungare la campagna in single player. Giochi come Assassin’s Creed, Uncharted, The Last of Us non avrebbero bisogno di modalità multiplayer per essere goduti in maniera totale.

Non c’è nulla di sbagliato nella competizione, anzi, i videogiochi sono uno strumento straordinario da questo punto di vista. Ma non c’è nulla di sbagliato anche nel volersi perdere in lande desolate immersi nell’oscurità della propria stanza. Il multiplayer permette di giocare con gli amici più spesso, chattare con loro, condividere con loro ogni singolo attimo. Ma se qualcuno non volesse farlo? Se la vera competizione, per qualcuno, fosse sfidare il videogioco stesso? O se, semplicemente, una profonda misantropia portasse a non voler condividere le proprie imprese con altri individui? Il single player viene incontro a queste necessità.

Ognuno giochi come gli pare e con chi gli pare, sia chiaro, ma le preoccupazioni sorgono quando si nota questa invasione delle funzionalità di rete in ogni videogioco uscito negli ultimi anni. Le campagne in singolo stanno diventando sempre più brevi (con le dovute eccezioni), per molte software house, ormai, è diventata quasi una scocciatura dare profondità alla modalità storia. Il multiplayer è diventato un’impellenza per molti, ma questo sta portando alla lenta morte del single player. Chi scrive potrebbe essere tacciato di fare inutile allarmismo, chi scrive lo spera. Il single player è un diritto inalienabile di noi gamers, senza nulla togliere a chi vive di statistiche e ranking on-line.

Ridate lustro al single player. Pensare che sia un fratello povero e stupido è errato. Se per anni ci siamo divertiti in quel modo ci sarà un motivo o eravamo tutti degli sprovveduti? Certo, quello ci era permesso, ma oggi che si può scegliere, perché staccare la spina a una modalità che se sfruttata a dovere può regalare ancora grandi soddisfazioni? Queste le parole, di quasi un anno fa, di Cevat Yerli, capo di Crytek: “Non sto dicendo che non ci debbano più essere esperienze in single player, potrebbero esserci single player connessi o online single player, al posto della struttura classica. Online e social possono dare nuova linfa al single player in un nuovo contesto e portare benefici dati dalla volontà di far parte ad una storia condivisa e connessa”.

Leggerle in maniera positiva o negativa dipende dalle inclinazioni di ognuno. Quel che è certo è che i puristi del single player dovranno ingoiare ancora pillole amare. Esse sono piccole e vanno giù in pochi attimi, come le campagne in single player che ci propinano certe software house.

-Single player: un diritto inalienabile-

 

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