Seguici e condividi:

Eroica Fenice

Scrittori che raccontano Napoli: intervista a Maurizio De Giovanni

Scrittori che raccontano Napoli: intervista a Maurizio De Giovanni

L’intervista a Maurizio De Giovanni è la prima di una serie di “chiacchierate” con scrittori che raccontano Napoli e il loro rapporto con questa città, spesso conflittuale, ma sempre caratterizzato da un legame profondo. La telefonata ha luogo il pomeriggio di Pasqua, durante uno dei pochi ritagli di tempo che gli sono concessi, vista l’agenda fitta di impegni, presentazioni e nuovi progetti a cui sta lavorando.

Maurizio De Giovanni, un amore diviso tra Napoli, i figli e la scrittura

Dott. De Giovanni, qual è il suo rapporto con Napoli?

Il rapporto con Napoli è un rapporto particolare, come con quelle mamme invadenti di cui ti vergogni un po’ e che non presenti agli amici. A volte provi imbarazzo, ma è tua madre e non la cambieresti con nessun’altra al mondo. Napoli in assoluto è la città meno consuetudinaria, che ha tutto e il contrario di tutto al suo interno: io personalmente ne sono pazzamente innamorato, il che non mi impedisce di vederne i difetti e le contraddizioni, però non c’è un altro posto del genere al mondo in cui potrei vivere.

Ci sono luoghi ai quali è particolarmente legato?

Ci sono luoghi di indiscutibile bellezza, come il Petraio con i suoi scorci panoramici, la Pedamentina che scende da San Martino, Largo Madre Teresa di Calcutta tra Via Tasso e Via Aniello Falcone. Io sono molto legato al centro storico, tra San Domenico Maggiore, Cappella San Severo, i Decumani, la parte più ventrale, antica ed identitaria.

I romanzi dedicati al Commissario Ricciardi sono infatti ambientati nei luoghi del centro storico. Come nasce l’idea di scrivere questa serie?

Ho iniziato a scrivere molto tardi per pura casualità e degli amici mi iscrissero, a mia insaputa, ad un concorso di scrittura. Io penso che la mia identità più forte sia quella di lettore: di scrivere potrei fare sicuramente a meno, di leggere no.

I poteri “paranormali” di cui Ricciardi è dotato (la capacità di vedere i morti) rendono i romanzi un misto tra il giallo e l’horror: come ha maturato la capacità di inventare tali visioni?

L’idea è venuta assolutamente per caso, mentre mi trovavo al Gambrinus e vidi una bambina che guardava all’interno. Questo spunto si è poi consolidato come metafora della sensibilità al dolore altrui tipica del personaggio di Ricciardi. Più che un potere, è una condanna di cui farebbe volentieri a meno ma che non riesce a togliersi di dosso.

In una scorsa intervista lei ha affermato di identificarsi maggiormente nel brigadiere Maione per la sua “paternità”. Può approfondire questa sua definizione?

Sono padre di due ragazzi ormai grandi e tutto quello che succede nella mia vita è visto nella prospettiva dei miei figli. Questa ipersensibilità si ritrova in Maione, unico personaggio che, insieme all’Ispettore Lojacono, possiede questa caratteristica.

Ho notato che tra Ricciardi e Lojacono vi sono delle affinità: entrambi sono dei solitari, un po’ scontrosi, dediti al lavoro. Quali sono i punti in comune e le differenze tra questi due personaggi?

La similitudine principale è la sensibilità introspettiva, mentre una differenza evidente è che Ricciardi ha paura dell’amore, mentre Lojacono l’ha posseduto e vorrebbe viverlo ancora. Ricciardi è un lupo solitario che non sta bene con gli altri, Lojcono invece è un leader che sta bene in squadra ed è più portato a stare insieme alla gente, nonostante la sua iniziale diffidenza.

A proposito de “I Bastardi di Pizzofalcone”, è prevista una seconda stagione della serie?

Assolutamente sì. Attualmente stiamo lavorando alla sceneggiatura e le riprese dovranno iniziare il prossimo ottobre, per andare in onda nell’autunno del 2018.

Tra i romanzi da lei scritti, ce n’è uno a cui è particolarmente legato?

Difficile a dirsi, perché sono tutti parte di un’unica storia. Quello che mi ha dato la maggiore commozione è “Il giorno dei morti”, il quarto della serie di Ricciardi, insieme a “Buio” del ciclo di Lojacono. All’ultimo, “I guardiani”, tengo particolarmente perché è un’incursione in un altro genere e mi sono tanto divertito a scriverlo.

Quali sono i suoi progetti futuri, oltre alla serie de “Il Commissario Ricciardi a fumetti”?

È prevista una trilogia che inizia con “I guardiani” e che diventerà una fiction prodotta da Cattleya. Poi scriverò un altro volume di Ricciardi, che uscirà a luglio, e uno dei Bastardi previsto per questo inverno.

Un’ultima domanda: il Commissario Ricciardi ama mangiare le sfogliatelle del Gambrinus. C’è un riferimento autobiografico a questa sua passione?

Non sono un grande estimatore delle sfogliatelle, anzi, io preferisco le frolle, mentre Ricciardi preferisce le ricce. È una delle rare concessioni che il commissario fa a se stesso e io glielo lascio fare.

Print Friendly, PDF & Email