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Eroica Fenice

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Adriano Meis o Mattia Pascal? Analisi de “Il fu Mattia Pascal”

Analisi de “Il fu Mattia Pascal” con focus sulla trasformazione di Mattia in Adriano Meis –

“Il fu Mattia Pascal” di Luigi Pirandello (Einaudi 2005) narra la storia contorta ed unica di Mattia Pascal, un giovane inetto che vive a Miragno, un paesino immaginario della Liguria, insieme al fratello Roberto e alla madre, ormai vedova. Ben presto si innamora di Romilda, nipote di Batta Malagna, il disonesto amministratore arricchitosi alle spalle dei fratelli Pascal. Il matrimonio si rivela, però, un fallimento e deludente è anche il suo posto da bibliotecario in una vecchia chiesa sconsacrata. Stanco della monotonia e logorato dalla perdita dei suoi cari, fugge da quella prigione e si reca a Montecarlo, attratto dal gioco d’azzardo. Tra incontri davvero singolari e puntate fortunate, riesce a vincere un’ingente somma. Mentre pensa a come investirla, tra debiti e riscatti, legge su un giornale la scioccante notizia della sua morte: ebbene sì, Mattia Pascal è morto e non lo sa. Più precisamente si è suicidato vicino al mulino alla Stìa, una sua vecchia proprietà. A riconoscere il corpo pieno di fango la moglie e la suocera.  Un uomo solo e con tanti soldi (ottantaduemila lire all’epoca erano un grande avere): proprio quello che ha sempre desiderato! Mattia, però, non si accontenta di questa piccola forma di libertà; egli vuole ricostruirsi un’identità, un’immagine, una storia, un’adolescenza, una vita. Insieme a Mattia muoiono la fede, la barba ed i capelli corti. Del tutto originale anche il nome Adriano Meis. Egli ha ora nei panni proprio di Adriano Meis un aspetto proprio ed anche un suo passato, fatto di viaggi e lutti che gli hanno impedito di conoscere la sua famiglia, fatta eccezione per quel povero nonno di Buenos Aires che lo aveva cresciuto da solo sin da quando era in fasce. Padrone di quella sconfinata libertà, dedica i suoi giorni a viaggiare per l’Italia e per l’Europa ma ben presto prova inavvertitamente un senso di vuoto, di solitudine. La libertà sembra escluderlo dal mondo, come un fuggitivo.

La nuova vita di Adriano Meis

La mancanza di affetti, della stabilità e di una tanto agognata felicità lo inducono a trasferirsi a Roma – descritta da Pirandello in maniera quasi pittorica, come morta ed intrappolata nel passato sogno di gloria – e ad entrare in contatto frequente con nuove e stravaganti personalità come quelle di casa Paleari, dove prende in affitto una camera e dove trova un nuovo amore, Adriana, la figlia dell’anziano proprietario, bionda, e dagli occhi «dolci e mesti». Il loro amore puro, fatto di soli sguardi ed intese, non è destinato a durare. La falsa identità limita la sua stessa libertà. E così Adriano si uccide. Inscenato il suicidio, ritorna al paese dove è imminente il matrimonio tra Romilda e Pomino. Deciso alla vendetta, il  cuore di ghiaccio di Mattia si scioglie, però, alla vista di una bambina, finalmente sana. La figlia di Romilda è segno della fine della sua esistenza, dell‘inutilità del suo ritorno. Si crea una nuova vita, per la terza volta. Va a vivere da zia Scolastica e continua a lavorare come bibliotecario per Don Eligio. Ogni tanto si reca alla sua tomba; egli ora è «il fu Mattia Pascal». Non rinuncia alla sua identità perché ha bisogno di sentirsi parte di qualcosa. La verità è che si sente un morto che cammina, un forestiere della vita, perennemente alla ricerca vana del suo posto. Mattia è un’ombra che non darà mai seguito ad una figura consistente.

Siamo tutti Mattia Pascal (e allo stesso tempo Adriano Meis)

Luigi Pirandello ci catapulta in un mondo in cui è l’apparire ciò che conta. Un mondo dettato dall’odio, dal cinico arrivismo, dal bisogno straziante di unitarietà; l’esigenza di evadere spinge Mattia a cercare fortuna altrove. Lontano da quella che chiama casa ma che in realtà è una trappola. Forse lo stesso bisogno avvertito dagli immigrati di oggi. A riprova del fatto che anche se le culture divergono, il sentimento di fuga è comune, in ognuno di noi. Siamo un po’ tutti Mattia Pascal. Ci sentiamo quasi tutti disagiati.
Estranei, pur conoscendo tanta gente.
Soli, pur stando con così tanta gente.
Siamo navigatori alla perenne ricerca della felicità e ci illudiamo possa includere la libertà. Ognuno di noi ha il suo strabismo da curare; c’è chi diventa cieco e c’è chi, invece, riesce a vedere e a vedersi meglio di prima. Riesce a sorridere. Smettendosi di chiedere “chi sono?” e cominciando ad interrogare se stesso su “chi voglio essere?”.


Approfondisci il binomio Mattia Pascal – Adriano Meis