La Cucina Napoletana: presentato il volume di Luciano Pignataro sulla storia della cucina partenopea

La Cucina Napoletana: presentato il volume sulla storia della cucina campana

Lo scorso 27 ottobre, presso la libreria Feltrinelli di Piazza dei Martiri, si è svolta la presentazione del volume La cucina napoletana del giornalista e scrittore Luciano Pignataro. Tra gli illustri ospiti intervenuti nella discussione, spiccano i nomi della Principessa Giulia Ferrara Pignatelli di Strongoli, di Santa di Salvo, giornalista de Il Mattino e Presidentessa dell’Accademia della Cucina Italiana, e dell’Onorevole Alfonso Pecoraro Scanio. L’opera si propone come un’autorevole testimonianza della gastronomia partenopea, con l’obiettivo di identificarne i pilastri che ne hanno decretato il successo globale.

Luciano Pignataro, autore del libro La Cucina Napoletana e la Principessa Giulia Ferrara Pignatelli di Strongoli

Un racconto corale per celebrare la tradizione partenopea

Diverse voci autorevoli hanno contribuito, con i loro racconti, a delineare il valore dell’opera di Pignataro.

Il primo contributo è stato quello di Giulia Ferrara Pignatelli Di Strongoli, autrice della prefazione, che ha sottolineato come Pignataro sia riuscito a restituire con maestria gli aspetti unici e speciali della cucina napoletana. Secondo la principessa, un’impresa del genere richiede spirito giocoso, sensibilità artistica e una profonda ricerca per navigare tra argomenti complessi e aneddoti popolari. “La cucina napoletana ha un’origine mista, nata tanto nelle regge nobiliari di influenza francese quanto nei conventi e nelle case del popolo”. Questa ricchezza, a lungo rimasta in ombra, le ha garantito l’attuale fama internazionale. Per raccontarla, serviva qualcuno con “il coraggio, la fantasia e la sfrontatezza” di unire il tema culinario a quello storico. La Cucina Napoletana è un compendio esaustivo che non include solo ricette, ma anche “l’immagine di un sud che non si accontenta più di essere storicamente marginale“.

È seguito l’intervento di Alfonso Pecoraro Scanio, che ha ricordato l’importanza di iniziative come la candidatura della cucina italiana a patrimonio immateriale dell’umanità. Ha citato la celebre battaglia per il riconoscimento UNESCO dell’Arte del Pizzaiuolo Napoletano, nata per tutelarne le origini storiche di fronte a una diffusione globale che rischiava di annacquarne l’identità. Sebbene il processo fu complesso, il successo di tale impegno dimostra l’importanza della tutela. L’ex ministro ha definito il lavoro di Pignataro “un’opera egregia che mette in luce come la cucina napoletana sia un pezzo fondamentale della cultura italiana“, restituendo dignità e centralità a una tradizione troppo spesso marginalizzata.

L’ultimo a prendere la parola è stato l’autore, Luciano Pignataro. Egli ha spiegato che la specialità di Napoli risiede in una sorta di “anarchia creativa“: non esistono grammature precise, ma ispirazioni e storie tramandate. Una singola ricetta può esistere in mille varianti. Pignataro ritiene di aver scritto in un’epoca particolarmente fertile per la città, capace di “rigenerarsi e aggiornarsi” creando piatti contemporanei senza mai perdere le proprie radici. “Tutto ciò che arriva a Napoli“, ha affermato, “diventa napoletano“, perché viene assimilato e trasformato in qualcosa di unico. Ha poi offerto una riflessione chiave: “La cucina napoletana non è a base di carne, ma ambisce alla carne“. I suoi piatti più celebri, spesso realizzati con tagli poveri e scarti, sfruttano magistralmente il mondo vegetale, configurandosi come una cucina di orto, oggi perfettamente in linea con i temi della sostenibilità e del benessere.

Uno sguardo al passato per creare il futuro

Le parole di Pignataro dipingono Napoli come una città che “senza cibo non si sa immaginare”, una caratteristica già notata da Goethe. Qui la cucina assume un ruolo di collante sociale, un veicolo di convivialità. Il suo futuro, secondo l’autore, dipende dalla capacità dei napoletani di custodire la propria identità, pur restando aperti alle influenze globali. Sebbene i piatti della memoria siano meravigliosi, le loro complesse preparazioni li rendono spesso “improponibili per i tempi moderni”. Il libro, quindi, non è un’operazione nostalgica, ma il racconto di una cucina “tonica” e vitale. Si configura, infine, come una bussola offerta in un’epoca di profonda transizione, uno spunto prezioso per orientare le mosse future.

Fonte Immagine in Evidenza: Francesca Anna Caccavo

 

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