Dentro “La voce che non sapevo di avere”, con un’intervista alla dottoressa Lucretia Paravia sul lavoro emotivo che attraversa la storia di Calliope, che siamo tutte noi.
Calliope – dal greco “donna dalla bella voce” – porta nel nome la promessa di una voce da ascoltare. Eppure, per tutta la vita, non ha mai davvero imparato ad ascoltarsi.
Nel romanzo La voce che non sapevo di avere (recentemente pubblicato da Red Edizioni), la sua storia diventa per il lettore una porticina aperta su ciò che accade dentro una stanza di psicoterapia: uno spazio intimo, concreto, lontano dalle idealizzazioni; non un luogo distante, ma un movimento interno dove scavare in profondità, stare nel buio, praticare la luce.
Dove crollare di nuovo, e rialzarsi con una forma diversa di forza. È un percorso che mette al centro abbandono, controllo e insicurezza, ma soprattutto il coraggio di chiedere aiuto, di sostare nel vuoto senza esserne inghiottiti, di abitare l’ansia senza farsene consumare.
Prima di poter incontrare davvero sé stessi bisogna quindi imparare a restare, perché “saper stare è evolvere”. Da qui, salvarsi non significa fuggire dal dolore, ma avvicinarsi a quelle parti che chiedono ascolto, libertà, possibilità di essere.
Perché spesso funzioniamo, sopravviviamo, ci perfezioniamo continuamente per meritare un amore che crediamo di dover guadagnare. E invece la direzione promossa dal libro è un’altra: ritornare ad essere ciò che si è per davvero e, da lì, incontrare gli altri nelle relazioni in modo nuovo, liberato.
Ho avuto il piacere di approfondire questi temi in dialogo con l’autrice de La voce che non sapevo di avere – psicoterapeuta cognitivo comportamentale – la dottoressa Lucretia Paravia, a cui abbiamo rivolto alcune domande sul lavoro umano ed emotivo che attraversa il romanzo.
| Elemento narrativo e tematico | Dettagli dell’opera |
|---|---|
| Titolo del libro | La voce che non sapevo di avere |
| Autrice | Dott.ssa Lucretia Paravia (psicoterapeuta cognitivo comportamentale) |
| Casa editrice | Red Edizioni |
| Tematiche principali | bisogno di controllo, gestione delle emozioni, vulnerabilità, bambina interiore |
Indice dei contenuti

Il bisogno di controllo e la “bambina dimenticata”
Nel romanzo la partenza del compagno non è soltanto una separazione temporanea, ma il detonatore di una crisi che costringe Calliope a confrontarsi con paure e fragilità che esistevano già, nel profondo. Quanto conta, nella sofferenza psicologica, l’evento che viviamo e quanto invece il significato che quell’evento assume nella nostra storia personale?
L’evento è solo la scintilla. Il fuoco era già lì. Calliope non crolla perché Andrea parte. Crolla perché quella partenza tocca qualcosa di molto più antico, la paura di essere lasciata, di non contare abbastanza, di non essere al centro della vita di qualcuno. Quella paura non è nata con Andrea. È nata molto prima. Lui ha solo tolto il tappo.
In psicologia lo vediamo continuamente: due persone vivono lo stesso evento e ne escono in modo completamente diverso. Perché non è mai l’evento in sé a determinare la nostra risposta. È il significato che quell’evento assume dentro la nostra storia. È la voce che parla mentre accade, quella che ci dice “vedi, lo sapevo”, “eccolo il momento in cui tutto crolla”, “non sei abbastanza”. Quella voce non è la realtà. È un racconto che portiamo dentro da anni. Ecco perché la terapia non lavora sull’evento, la partenza, la separazione, la perdita. Lavora su ciò che quell’evento ha riattivato. Sui capitoli più vecchi, quelli che credevamo chiusi e invece aspettavano solo il momento giusto per riaprirsi.
A un certo punto Calliope comprende che il suo bisogno di controllare tutto è anche un modo per non fermarsi e non ascoltare ciò che prova davvero. Eppure le emozioni, come leggiamo in “La voce che non sapevo di avere”, trovano sempre un varco. Perché è così difficile concedersi di sentire e quanto può essere liberatorio smettere di considerare alcune emozioni come nemiche da combattere?
Perché nessuno ci ha insegnato a sentire. Ci hanno insegnato a fare, a risolvere, a produrre, a stare a galla. Ma stare con un’emozione difficile come la tristezza, la paura, il senso di abbandono, questo non ci è mai stato insegnato. Anzi, spesso ci è stato insegnato esattamente il contrario: sii forte, vai avanti, non pensarci. E così abbiamo imparato a riempire. Di impegni, di controllo, di post-it come quelli di Calliope. Di qualunque cosa pur di non fermarci davvero. Il problema è che le emozioni non spariscono perché le ignoriamo. Si accumulano. E trovano sempre un varco, un attacco di panico in stazione, le lacrime improvvise al supermercato davanti a una coppia che fa la spesa. Il corpo parla quando la mente ha smesso di ascoltare.
La liberazione arriva quando capiamo che le emozioni non sono nemiche da sconfiggere. Sono messaggere. Ci stanno dicendo qualcosa di importante su di noi, sui nostri bisogni, sulle nostre ferite. E quando iniziamo ad ascoltarle, con curiosità invece che con paura, smettono di urlare. Perché non devono più lottare per farsi sentire.
Durante una delle sedute, la Dottoressa chiede a Calliope: “Da quanto tempo non giochi più con quella bambina?“. È una domanda breve ma potentissima, perché sembra parlare a molti adulti che hanno imparato a funzionare, a raggiungere obiettivi, a essere all’altezza delle aspettative, dimenticando però il piacere, la leggerezza e la spontaneità. Perché diventiamo così bravi a prenderci cura di tutto, tranne che di quella parte di noi, di quella “bambina dimenticata”? Quanto pesa, nella vita adulta, l’aver imparato troppo presto che per essere amati bisogna meritarselo attraverso ciò che si fa, anziché per ciò che si è?
Pesa tantissimo. E lo portiamo addosso senza saperlo. Calliope lo capisce quando ritrova Potto nell’armadio, quel dobermann di peluche che da bambina la consolava nelle notti difficili. Lo aveva messo via perché “era da bambini”. Come se crescere significasse lasciare indietro le parti più tenere di sé. Ma quella bambina interiore non sparisce. Aspetta. In silenzio, in un angolo, che qualcuno si ricordi di lei. Il problema è che molti di noi hanno imparato presto, troppo presto, che l’amore si guadagna. Con i voti, con il comportamento, con l’essere bravi, silenziosi, utili, perfetti. E quella lezione si incide così in profondità che da adulti continuiamo a viverla senza accorgercene. Misuriamo il nostro valore in base a quello che produciamo. Ci concediamo riposo solo quando abbiamo finito tutto, e tutto non finisce mai.
La bambina interiore non chiede molto. Chiede solo di essere vista. Di poter giocare senza dover dimostrare nulla. Di esistere non per ciò che fa, ma per ciò che è. E quando impariamo a darle questo, anche solo un po’, anche solo qualche minuto al giorno, qualcosa dentro di noi si allenta. Si respira meglio.
La trasformazione della voce interiore nel romanzo della dottoressa Lucretia Paravia
Una delle intuizioni più belle del percorso di Calliope è la trasformazione della voce interiore: da critica e giudicante a vicina e compassionevole. Il libro, in particolare, suggerisce che la crescita personale coincide con il trovare il coraggio di restare accanto a ciò che siamo, anche quando ci mette a disagio. Quanto è difficile, oggi, accettare la vulnerabilità come una forza e non come qualcosa da correggere o nascondere, o di cui aver paura?
Difficilissimo. Perché viviamo in un mondo che premia la solidità e punisce la fragilità. Mostrare che stai male è ancora visto, in molti contesti, come un fallimento. Come qualcosa da risolvere in fretta, da nascondere, da non far vedere. E così impariamo a costruire armature, di efficienza, di ironia, di indipendenza ostentata e le chiamiamo forza. Ma la vera forza non è non cadere. È cadere e restare lì un momento, guardarsi, dirsi “capisco perché mi fa male”, senza scappare subito a rialzarsi.
Calliope impara esattamente questo. Impara che quando è vulnerabile non deve per forza risolvere, migliorare, spiegare. Può semplicemente stare. E in quello stare, che sembra piccolo, che sembra passivo, c’è in realtà l’atto più coraggioso che esista. Perché la vulnerabilità non è la prova che sei rotta. È la prova che tieni. E chi tiene davvero a qualcosa, alla vita, alle persone, a sé stessa, è vulnerabile per definizione. Non è una debolezza. È la prova che sei umana. E che sei viva.
Nel libro la psicoterapia perde quell’aura di mistero o distanza che ancora oggi, per alcuni, la circonda. Il lettore entra nella stanza della terapia, assiste ai dialoghi tra terapeuta e paziente e, attraverso gli homework disseminati nel racconto, viene invitato a sperimentare in prima persona alcuni strumenti di consapevolezza. Quanto era importante per lei mostrare il percorso terapeutico nella sua dimensione più concreta e quotidiana, contribuendo a normalizzare non solo la richiesta di aiuto, ma anche il lavoro che il cambiamento richiede?
Era la cosa più importante di tutte. Perché la paura più grande che ho incontrato, nei miei pazienti, nelle domande della mia community, nei messaggi che ricevo ogni giorno, non è la paura di stare male. È la paura di chiedere aiuto. La paura di non sapere cosa succede dall’altra parte di quella porta.
Calliope, prima di chiamare, ci mette due settimane. Guarda quel biglietto ogni mattina e ogni sera. Lo chiama “un piccolo altare del coraggio che non trova”. Quante persone mi hanno scritto dicendomi “sono uguale a lei”! Ho voluto aprire quella porta. Mostrare cosa succede davvero in una seduta – le domande, i silenzi, le lacrime, i momenti in cui qualcosa si spezza e qualcosa si apre. Non per semplificare la terapia, ma per toglierle quella patina di mistero che spaventa e allontana.
E gli homework non sono un accessorio del libro. Sono il suo cuore. Perché il cambiamento non avviene nella stanza del terapeuta, avviene nelle piccole scelte quotidiane, nel modo in cui ti parli quando sei sola, in quello che fai quando cadi. Volevo che chi legge potesse portarsi qualcosa di concreto. Non solo emozione, ma strumenti. Non solo riconoscersi, ma iniziare.
Calliope intraprende un percorso che la porta a interrogarsi non solo su chi ama, ma anche su come ama. In una cultura che spesso oscilla tra dipendenza affettiva e autosufficienza ostentata, come si costruisce una relazione capace di lasciare spazio all’individualità senza rinunciare a una profonda prossimità emotiva?
Calliope all’inizio ama come ha imparato a fare, mettendo l’altro al centro e sé stessa ai margini. È convinta che questo sia amore. In realtà è paura. Paura che se smette di dare, di adattarsi, di essere quella che l’altro vuole, l’altro se ne vada. E quando Andrea parte, quel castello crolla. Perché era costruito su di lui, non su di lei.
La risposta che ho voluto dare con questo libro non è “amati di più e basta”. È più precisa di così. Una relazione sana non è quella in cui due persone si fondono, si perdono l’una nell’altra, diventano indistinguibili. È quella in cui due persone camminano affiancate, ognuna con le proprie radici, i propri bisogni, i propri sogni e scelgono ogni giorno di farlo insieme. Come dice la Dottoressa a Calliope: due navi che condividono un porto. Il porto è la relazione, il posto dove tornare, dove ripararsi, dove rifornirsi di amore. Ma le navi non sono incatenate. Ognuna può navigare, crescere, esplorare. E il porto non crolla quando una nave parte. Crolla solo quando chi resta smette di credere di essere ancora un porto.
Costruire una relazione così richiede una cosa sola, che è anche la più difficile: imparare a essere il proprio centro prima di essere il centro di qualcun altro.
Foto: copertina di “La voce che non sapevo di avere” (Red Edizioni); Unsplash Finde Zukunft
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