Da “Smettetela di dirci che non siamo felici. Un’indagine sulle donne singole” di Gabriella Grasso emerge una riflessione sul peso delle convenzioni sociali, sul linguaggio e sulla libertà di costruire la propria felicità oltre il modello della coppia, nell’ambito della saggistica sulla sociologia della famiglia e l’indipendenza femminile.
Con Smettetela di dirci che non siamo felici. Un’indagine sulle donne singole (ED-Enrico Damiani Editore), Gabriella Grasso – autrice e giornalista – invita a ripensare uno dei modelli culturali più radicati della nostra società: l’idea che la realizzazione personale passi necessariamente attraverso la vita di coppia.
Attraverso le testimonianze di donne tra i 30 e i 69 anni, l’autrice esplora il peso delle aspettative sociali, delle domande apparentemente innocue e degli stereotipi che ancora oggi accompagnano la singolitudine. In questa intervista ci racconta le scoperte emerse dalla sua indagine e riflette sul diritto di costruire la propria felicità al di là di ogni copione prestabilito e superando i pregiudizi sociali.
| Elemento | Dettagli dell’indagine |
|---|---|
| Opera | Smettetela di dirci che non siamo felici. Un’indagine sulle donne singole |
| Autrice | Gabriella Grasso (giornalista e scrittrice) |
| Casa Editrice | ED-Enrico Damiani Editore |
| Campione analizzato | Donne di età compresa tra i 30 e i 69 anni |
| Concetti chiave | Singlism, couplemania, eterofatalismo, Single at Heart |
Indice dei contenuti
La felicità oltre la coppia e il peso delle parole
Nel libro lei racconta che il suo obiettivo non è stabilire se si stia meglio da single o in coppia, ma mettere in discussione l’idea che la coppia rappresenti l’unica forma possibile di felicità, mostrando che una donna senza vincoli può essere serena e appagata. Le chiedo: qual è stata la scoperta più sorprendente emersa dalle sue interviste, soprattutto rispetto al nostro modo collettivo di immaginare la felicità?
Nei racconti delle donne che ho intervistato – tra i 30 e i 69 anni – l’idea di felicità è spesso associata al viaggio. L’euforia, la forza interiore, il senso di autonomia che derivano dall’esplorare il mondo da sole è stato riportato da molte di loro. E non si tratta sempre e necessariamente di viaggi lontani, che possono non essere nella possibilità economica di tutte, ma della disponibilità mentale a scoprire cose nuove, anche nella propria città o a pochi chilometri di distanza. Molte delle donne che ho interpellato hanno la chiara consapevolezza che il panorama esistenziale di un essere umano non possa limitarsi alla coppia, perché il mondo offre tantissime occasioni di esplorazione, scoperta, meraviglia. Il che non significa negare la gioia della condivisione con un’altra persona, per chi la desidera, ma affermare che quella non è l’unica gioia possibile.
Un’altra cosa sorprendente: rispetto al giudizio degli altri, alle domande indiscrete e alle pressioni sociali, le donne che ho intervistato mi hanno riferito non di sentirsi inadeguate – come a volte accade e, in passato, è successo anche a me – ma piuttosto stufe, indispettite. Non si sentono sbagliate, vogliono semplicemente non essere giudicate, essere libere di vivere la vita come credono – anche perché guardandosi intorno verificano spesso che la relazione sentimentale di coppia non è necessariamente quel luogo di felicità e benessere psicologico che viene proposto dalla narrazione corrente.
Una delle intuizioni più interessanti del libro è che il pregiudizio non si manifesta solo nei grandi giudizi morali, ma nelle domande apparentemente innocue: «Quando ti sistemi?», «Non ti senti sola?». Come giornalista, le è capitato di rendersi conto che anche il linguaggio con cui raccontiamo le vite degli altri finisca con l’attribuire alla relazione di coppia un’importanza superiore rispetto agli altri legami? Quali parole dovremmo imparare a mettere in discussione?
Mi viene subito in mente qualcosa che dice Bella De Paulo, una delle maggiori esperte di Singles Studies, ovvero che sia in inglese, sia in italiano, abbiamo l’abitudine di definire le persone sulla base di una mancanza: senza figli/childless oppure non sposata/unmarried. Il che già fa riflettere, perché la condizione naturale dell’essere umano, sin dalla nascita, è in realtà quella di essere singolo, quindi l’enfasi del linguaggio dovrebbe piuttosto essere su chi modifica quella condizione. Invece, come dice De Paulo, poiché le società contemporanee sono costruite intorno a quella che lei chiama “matrimania” e che io preferisco chiamare in maniera più estensiva “couplemania“, viene dato più risalto alla singolitudine.
Secondo me, più che alcune specifiche parole (a parte “zitella”, che però oggettivamente viene ormai usata pochissimo) dovremmo imparare a mettere in discussione certe domande, quelle a cui lei faceva riferimento. Chiedere a una persona se è single, perché lo è e cosa sta facendo per non esserlo più – trattando la sua condizione esistenziale come anomala – e non porre domande altrettanto personali a chi è in coppia è un malcostume diffuso che sicuramente andrebbe cambiato.
Secondo Gabriella Grasso: il tema della completezza di ogni essere umano a prescindere dall’essere o meno in coppia
Nel corso dell’indagine lei incontra donne molto diverse tra loro, eppure accomunate dall’esperienza di dover continuamente giustificare il proprio status sentimentale. Leggendo il libro, si ha l’impressione che la questione in gioco sia il diritto delle donne a essere considerate complete, anche in assenza di una relazione stabile. È questa la questione politica che attraversa le testimonianze raccolte?
L’assenza di una relazione stabile è vista con curiosità – a volte con sospetto – a prescindere dal genere di appartenenza. Il pregiudizio colpisce anche gli uomini, che magari sono considerati immaturi, incapaci di assumersi le responsabilità di una famiglia. Tuttavia sì, è innegabile che la pressione sulle donne sia più forte. Da una parte perché è collegata alla potenziale maternità – più passa il tempo meno probabilità ci sono – per questioni fisiologiche – di procreare. Dall’altra perché quella vecchia idea che la “realizzazione” di una donna passi dalla famiglia non è del tutto scomparsa – altrimenti non ci sarebbero molti dei gap di genere che ancora sussistono in Italia: le donne dedicano al lavoro domestico e di cura quasi cinque ore al giorno contro le 2 degli uomini; la percentuale di lavoro femminile è del 53% circa, ovvero la più bassa d’Europa; il 30% circa delle donne lavora part-time contro il 6% degli uomini.
Direi che il tema della completezza di ogni essere umano a prescindere dall’essere o meno in coppia riguarda tutti, ma le donne sono più spesso bersaglio di giudizi affilati: non a caso durante la campagna presidenziale degli Usa l’attuale vice presidente Vance, definì “childless cat ladies”, ovvero “gattare senza figli” alcune protagoniste della politica statunitense, usando evidentemente la definizione come un insulto.
Nel volume si riflette sull’idea di sentirsi “fuori sincrono” rispetto al mondo: non necessariamente infelici, ma percepite come in ritardo rispetto a un copione sociale già scritto. Quanto pesa oggi questa sensazione sulle donne e quanto, invece, sta emergendo una generazione capace di sottrarsi a quel copione senza sensi di colpa?
Le trentenni che ho intervistato mi hanno riferito di percepire ancora la pressione sociale, soprattutto da parte degli amici, quasi tutti sposati o conviventi. Tuttavia nella stessa generazione ci sono voci interessanti che si stanno facendo sentire, tra cui quella della giornalista britannica Chanté Joseph che prima sul sito di Vogue poi su quello di Glamour ha firmato diversi articoli in cui esamina il motivo per cui oggi molte sue coetanee preferiscono la singolitudine – in particolare si riferisce a quello che viene definito “eterofatalismo“, una sorta di disillusione femminile verso le relazioni eterosessuali, dunque verso gli uomini. In uno dei suoi interventi esorta tutte noi a “unburden ourselves from the weight of longing” ovvero liberarci del peso del desiderio, che io in questo caso interpreto come quella spinta quasi compulsiva verso l’accoppiamento che molte di noi hanno sperimentato e sperimentano come risultato della pressione sociale.
Lei cita il concetto di singlism, cioè l’insieme delle discriminazioni, spesso sottili, rivolte alle persone senza una relazione stabile. Dalle testimonianze raccolte emerge che il problema non sia soltanto come la società guarda le donne single, ma anche come le donne finiscono per guardare se stesse attraverso quello sguardo. Qual è stato il racconto che più di tutti le ha mostrato la forza di questo meccanismo?
Nel libro ho scelto di sviluppare in maniera più estesa quattro delle trentina di storie che ho raccolto. Una è quella di Daniela. Mi ha colpito perché racconta di come sin da ragazzina lei abbia sentito il richiamo verso la libertà, verso l’autonomia e verso il viaggio. E di come abbia sempre, altrettanto chiaramente, percepito una sensazione di “cappio al collo” ogni volta che le è capitato di uscire più di tre volte con lo stesso uomo. Eppure, nonostante questi segnali, per anni ha perseverato nel cercare un compagno perché le sembrava normale e giusto. Daniela è probabilmente una di quelle che Bella De Paulo chiama Single at Heart, persone che sono felici “non nonostante siano singole, ma proprio perché lo sono”, solo che, poiché la società non ne prevede l’esistenza, ci ha messo molti anni a riconoscersi come tale e vivere in maniera coerente con la propria natura in totale serenità.
Foto: Priscilla Du Preez su Unsplash; copertina libro “Smettetela di dirci che non siamo felici. Un’indagine sulle donne singole”, di Gabriella Grasso (ED-Enrico Damiani Editore).

