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Eroica Fenice

Lolita, confessioni di un pedofilo

Lolita, confessioni di un pedofilo

Lolita, recensione del romanzo che fece scalpore

«Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia. Lo-li-ta: la punta della lingua compie un percorso di tre passi sul palato per battere, al terzo, contro i denti. Lo. Li. Ta. Era Lo, semplicemente Lo al mattino, ritta nel suo metro e quarantasette con un calzino solo. Era Lola in pantaloni. Era Dolly a scuola. Era Dolores sulla linea tratteggiata dei documenti. Ma tra le mie braccia era sempre Lolita».

Lolita è un romanzo di Vladimir Vladimirovič Nabokov pubblicato nel 1955 a Parigi che suscitò al tempo scandalo e indignazione per i suoi contenuti a sfondo erotico, ma soprattutto a carattere pedofilo. Scritto in inglese, l’autore lo tradurrà poi in russo una decina d’anni dopo. Vanta più di una trasposizione cinematografica, ma quella più conosciuta è legata alla versione di Stanley Kubrik del 1962.

Lolita, una ragazzina sessualmente precoce

Non è un caso che il nome “Lolita” sia stato utilizzato per indicare specificatamente una ragazza che, nonostante la sua giovane età, si mostri provocatoria e sessualmente precoce. La storia vede coinvolto, in prima persona (rivestendo quindi il profilo più che di un diario, di una raccolta di memorie), un maestro di mezza età che tramite tale confessione si concede un personale percorso di penitenza. Ai tempi della loro conoscenza Dolly (o Dolores o Lolita) ha appena dodici anni e dopo essere stato il suo precettore ne sposa la madre. Quest’ultima non comprenderà mai fino in fondo il rapporto che lega i due, ma proprio quando sembra averne più che un sentore muore “fortunosamente” in un incidente. Da questo momento in poi, Humbert, che dichiara di non voler mai utilizzare il suo vero nome, decide con estrema soddisfazione di prendersi cura della fanciulla. O, almeno, finché gli eventi glielo concederanno.

Se Lolita stia o meno al suo gioco non è possibile stabilirlo con una certa consapevolezza o categoricità, con i suoi atteggiamenti provocatori e lascivi, a volte ritrosi come di chi è cresciuto troppo in fretta e ha compreso come muoversi nel mondo per ottenere ciò che si desidera. Lo stesso protagonista svolge un’indagine interiore sul perché sia affetto da questo riprovevole sentimento, benché non lo riconosca mai veramente come una malattia: probabilmente è legato alla morte prematura del suo primo amore, Annabel, che aleggerà sentimentalmente per una buona parte del testo, forse la più profonda e legata all’infanzia di Humbert.

Quando parla di sé e della sua insana passione (perché seppur l’attrazione per Lolita si trasformi in un amore ossessivo e morboso, lui è sempre stato affascinato sessualmente dalle “ninfette” in genere), chiede senza vergogna di non essere giudicato dal lettore per un sentimento di cui è stato “innocente vittima”. Insomma, paradossalmente riesce, nella sua sofferenza amorosa, a suscitare una strana sensazione, che aumenta progressivamente e si trattiene sino all’ultima pagina del libro. Forse possiamo addirittura chiamarla compassione, una compassione per il “pover’uomo” che si dimostra essere, distrutto dalle pene d’amore e sfruttato da una spregiudicata donna bambina.

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