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Eroica Fenice

La categoria Libri contiene 172 articoli

Libri

Sono stato fortunato di Luciano De Crescenzo (Recensione)

Quasi 300 pagine per racchiudere una vita vissuta a pieno, fra libri, guerre, IBM, cinema e grandi amori. L’autobiografia di Luciano De Crescenzo “Sono stato fortunato“, edito da Mondadori lo scorso giugno, è una lettura davvero piena di vita, appassionante e mai banale. De Crescenzo nasce a Napoli nel 1928 e quest’anno, 90 candeline dopo, ha deciso di regalare ai suoi lettori un testo in cui non va a raccontare le avventure (e disavventure) del celebre Professore Bellavista ma tutto ciò che lui stesso ha vissuto nel corso del tempo. La narrazione inizia ovviamente dagli albori, la sua famiglia viene presentata con il suo solito ed irriverente modo di fare. Impossibile non sorridere dinanzi alle sue descrizioni dello zio Luigi, uomo di mondo vissuto anche in America. Il tutto si svolge nella zona Santa Lucia di Napoli e Luciano cresce così a due passi dal Vesuvio e dal Golfo, da cui ammira quotidianamente il mare e la bellissima Capri. Non è tutto però rose e fiori in “Sono stato fortunato“, Luciano De Crescenzo racconta anche i difficili anni della guerra in cui appena ragazzino lui e l’intera famiglia furono costretti a scappare da Napoli. Un lungo periodo trascorso in Lazio, alla ricerca continua di casolari e posti abbandonati ma allo stesso tempo facilmente accessibili e da cui poter scappare anche in poco tempo. L’autore racconta, senza peli sulla lingua, le difficili notti trascorse insonni a causa della fame. Lui e il cugino Geggè passavano il tempo sperimentando nuovi tipi di foglie e sfidandosi a suon di “provala tu” “no oggi tocca a te provare“. L’ingegnere – scrittore da buon “uomo d’amore” qual è, parla anche delle donne che più di tutte hanno segnato la sua vita. In primis la moglie Gilda, da cui divorzia dopo non molti anni di matrimonio. Un separazione davvero sofferente per De Crescenzo ma da cui alla fine è riuscito anche ad estrapolare lati positivi: la figlia Paola, che poi, a sua volta, gli ha regalato l’immensa gioia d’essere nonno di Michelangelo. Ma soprattutto, Luciano racconta che, dopo anni e anni dal divorzio, lui e l’ex moglie sono ora molto uniti, forse addirittura più di quando ai loro anulari c’era la fede nuziale. Napoli e dintorni raccontati da Luciano De Crescenzo in “Sono stato fortunato” Il Vomero, Piazza dei Mille, le partite a calcio da bambini alla Villa Comunale, Capri. De Crescenzo descrive la sua terra con un amore incondizionato. Ammette d’essere malato di Napoli, di non riuscire a farne a meno. Quasi alla fine del libro, racconta minuziosamente anche il suo solito giro turistico a Capri. Stradine, vicoletti, botteghe. È proprio lì che forse ci si sente davvero fortunati, quando ci si imbatte nel belvedere di Punta Tragara e il mare è tutto ciò di cui si ha bisogno. “Sono stato fortunato” è il libro che ben ti accompagna durante la giornata, che è in grado di regalarti un attimo di spensieratezza anche con una semplice battuta. Quasi come quando si incontra un amico al bar, De Crescenzo riesce […]

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Le nuove novelle di Sonia Senesi (Recensione)

Le nuove Novelle, Dalla parte degli animali, maghi, fate e folletti, è una raccolta di undici novelle a cura di Sonia Senesi. Pubblicato da Aracne Editrice nel Giugno 2018, il volume  fa parte della collana Ragno magico. Da subito, nella dedica a suo figlio Daniele, la scrittrice non nasconde la sua tempra di narratrice di storie fantastiche che lei stessa amava inventare per lui. Tuttavia le novelle di questo libro hanno qualcosa di magico e misterioso che le rende intriganti ed autentiche . Non è stata Sonia ad inventarle, esse sono anzi  appartenute ad un autore anonimo e sono state poi ritrovate dalla scrittrice in un baule nascosto in una soffitta polverosa, di quelle strapiene di ricordi oltre che di famigliole di ragni. Quelle che qualche volta sono custodi inconsapevoli di tesori. Prima di divenire “Le nuove novelle”, le storie erano raccolte in un vecchio quaderno datato 1865, verde in copertina  e dalla calligrafia minuta che lasciava difficilmente interpretare le descrizioni e i frammenti di vita di animali fantastici, magici e super intelligenti. Sonia Senesi, con l’aiuto di due bambini (Riccardo e Vittoria), ha copiato e trascritto le storie con quanta più fedeltà possibile, cambiando “solo qualche parola” per rendere la lettura adatta a tutti i bambini (e non solo). Le nuove novelle di Sonia Senesi: dalla parte degli animali, maghi, fate e folletti Quella delle Nuove novelle è una vera e propria schiera di animali (dai più feroci, come le tigri, ai più affabili elefanti) che nella loro quotidiana lotta alla sopravvivenza si trovano costretti a  combattere contro  il più egoista e invadente degli animali: l’uomo. Talvolta causa della loro prigionia, talvolta ladri dei loro beni primari, gli uomini vengono puntualmente sconfitti dagli animali per intelligenza e generosità. Ma i veri protagonisti sono i più piccoli, i cuccioli che avidi di scoprire ed ostili ad ogni ingiustizia , superano le gerarchie tipiche del branco, mostrandosi i più coraggiosi e ricchi di intuito di tutti gli altri: sono i veri fautori della pace e dell’armonia. Sono,infatti, proprio loro che affiancano i grandi nelle eroiche imprese e, grazie alla propria ingenuità, rivelano verità che nessun adulto oserebbe ammettere. Le storie che ci vengono raccontate con semplicità e simpatia, non nascondono la ferocia di cui a volte alcuni uomini sono capaci e che oggi  purtroppo costituiscono la causa di lotte per cui vale la legge non del più forte, ma  del più “ingegnoso”. Non tutti gli uomini sono però spietati e crudeli. Talvolta alcuni di essi si schierano dalla parte delle “bestie” assumendo un po’ la posizione dell’autore, divenendo aiutanti intelligenti, quelli diversi ma buoni. Spesso, senza sorpresa, sono proprio i più piccoli, i bambini, coloro che, tenendoli per mano, accompagnano gli adulti dalla parte degli animali. La schiera di protagonisti comprende anche fate, streghe, dragoni, maghi e bambini dalle capacità straordinarie poiché in nessuna di queste novelle viene meno la magia che, come polvere, si insidia tra le righe. Le nuove novelle di Sonia Senesi sono quindi storie di cuccioli dedicate ai bambini. […]

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Royal City: Jeff Lemire per Bao Publishing | Recensione

Royal City è una graphic novel in serie di Jeff Lemire, edita in Italia dalla Bao Publishing. Ancora non si sa quanto sarà lunga, ma al momento sono usciti i primi due volumi, in cartonato e a colori. È una delle opere a fumetti dello sceneggiatore e disegnatore canadese, che con la stessa casa editrice ha pubblicato anche Descender (2015), Plutona (2016), Black Hammer (2017), Sherlock Frankenstein e la Legione del male, A.D. – After Death e Niente da perdere. Molte sono collaborazioni alle quali ha donato la propria creatività, o attraverso i disegni o attraverso le sceneggiature. Royal City, assieme a Niente da perdere, sono le due opere di cui Jeff Lemire è autore completo. Royal City di Jeff Lemire: la trama Protagonista indiretta del racconto è Royal City, una piccola cittadina del New Jersey che ormai sta “invecchiando”: i giovani se ne allontanano, attratti dalla speranza di una vita diversa. Tra questi, i figli di Peter e Patty Pike, che – ormai cresciuti – hanno preso le proprie strade: qualcuno è rimasto, qualcuno se n’è andato e qualcun altro si è perso. La storia coinvolge, tra una serie di stralci del presente e alcuni importanti flashback, tutti e cinque i membri della famiglia, più uno. Quest’ultimo è stata una presenza mite e silenziosa fino al 1993, quando perde la vita e diventa nell’esistenza dei suoi cari estremamente pesante. Era infatti l’ultimo dei fratelli, ma il suo fantasma li accompagna uno a uno nostalgicamente, assumendo il calibro delle loro aspettative. Una storia intensa e nostalgica Una caratteristica fondamentale di quest’opera è l’intensità delle emozioni e del vissuto dei singoli personaggi: Peter, Patty, Pat, Tara, Richie e Tommy. Ognuno ha la propria percezione del passato, inevitabilmente legato alla cittadina di Royal City: chi lo rifiuta e chi lo accetta con ottusità, senza volersi guardare alle spalle. Un nuovo evento drammatico però riunisce la famiglia che si ritrova costretta a fare i conti con i sospesi, con le incomprensioni e con i non detti. Devono smettere di evitarsi, fermarsi e cercare di rimettere a posto le proprie vite, che non sono mai decollate serenamente dopo la perdita di Tommy. Toni acquerello e tratti morbidi Un fumetto profondamente toccante, nella scelta dei colori, dei disegni e delle singole parole. I tratti di Jeff Lemire, morbidi e apparentemente insicuri, raccolgono tonalità acquerellate calde per i personaggi e fredde per gli sfondi. I ricordi sono sfumati, mentre il presente risulta vividissimo sulle pagine lucide e spesse. La storia ha una evoluzione graduale, intervallata da ricordi fondamentali che spiegano gli atteggiamenti di ogni singolo personaggio, che lasciano comprendere i loro sentimenti e tutte le sfumature del loro dolore. Non si può fare a meno di immedesimarsi, di volerli comprendere e di affezionarsi. È impossibile, al termine della lettura di entrambi i volumi, non avvertire il profondo desiderio di andare avanti, di volerne ancora.

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Il maestro di Quintodecimo, Maria Collina (Recensione)

Maria Collina nasce ad Acquasanta Terme nel 1955. Laureata in Sociologia presso l’università la Sapienza di Roma, insegna nella scuola dell’infanzia ed esordisce come scrittrice con la pubblicazione del libro Prendi le mie mani, adottato come testo di approfondimento in numerosi istituti scolastici. In seguito pubblica diverse opere che la vedono vincitrice di vari premi letterari. Figlia di Guerrino Collina, al quale dedica l’ultima sua opera pubblicata a maggio 2018 dalla Fazi editore: Il Maestro di Quintodecimo. Il Maestro di Quintodecimo è un’opera biografica che racconta la straordinaria vita di Guerrino Collina.  Nato in Canada da genitori italiani nel 1918, alla tenera età di tre anni il bambino fa ritorno in Italia, stabilendosi con la famiglia ad Acquasanta Terme, nei pressi dei monti Sibillini, lungo la via Salaria. Il giovane trascorre le sue giornate spensieratamente recandosi a scuola e giocando con il suo cane, Nuvola. Nel 1925 però uno spiacevole evento stravolgerà la vita del bambino. A soli sette anni è protagonista di un’esplosione fatale dovuta ad un ordigno bellico ritrovato dal fratello e nascosto dal padre nell’armadio di casa al fine di recuperare la polvere da sparo in esso contenuta. Il bambino viene recuperato quasi esanime dalla madre e trasportato d’urgenza in ospedale. In seguito all’incidente, perde la vista e le mani. Viene così trasferito in un istituto per ciechi e menomati, nel quale incontrerà le persone che ad undici anni, grazie ad un intervento chirurgico, gli permetteranno di recuperare la vista. Anni difficili per il bambino e per la famiglia nella quale fa ritorno all’età di dodici anni. Famiglia che abbandonerà nuovamente per potersi dedicare agli studi, recandosi dunque in un altro istituto. La carestia e la guerra causano molteplici eventi spiacevoli nella vita del ragazzo che, grazie al suo carisma e alla sua forza d’animo, non si rassegna e trova nella fede in Dio, nella passione per la pittura e per l’insegnamento le ragioni di vita che gli permetteranno di andare avanti senza demordere mai. Guerrino Collina infatti non diviene solo un insegnante: diventa un vero e proprio maestro di vita. Il maestro di Quintodecimo, pubblicato dalla Fazi editore Opera esemplare, ricca di contenuti e di valori che trapelano da ogni singola parola che l’autrice adopera. Racconta minuziosamente la vita del padre, le gioie, i dolori e le sofferenze provate in vita, non tralasciando nessun dettaglio. Attraverso un lessico semplice ma ricco di aggettivi, fa sì che il lettore si immedesimi nelle esperienze di vita dell’uomo, rendendo la lettura piacevole, scorrevole e mai noiosa. Un libro da leggere tutto d’un fiato, un racconto che fa riflettere ed insegna ad andare avanti nella vita, a non buttarsi mai giù, a non demordere mai perché nonostante le difficoltà e le diversità, le passioni che si hanno, la fede in Dio, la fede nell’arte, nella pittura, nell’insegnamento o in qualunque cosa essa sia, rendono l’uomo migliore, rendono l’uomo Uomo. La fede è in qualche modo il motore della vita. “Forse, però, è proprio quando il buio sembra completo e toglie […]

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Le “Confessioni di un NEET” di Sandro Frizziero: rivoluzione o illusione?

Sandro Frizziero, recensione e analisi del suo ultimo romanzo. Michel Foucault definiva la confessione (l’aveu) una sorta di rituale «in cui la sola enunciazione, indipendentemente dalle sue conseguenze esterne, produce in colui che l’articola delle modificazioni intrinseche: lo rende innocente, lo riscatta, lo purifica, lo sgrava dalle sue colpe, lo libera, gli promette la salvezza»[1]. Da questo punto di vista, nel nuovo romanzo di Sandro Frizziero (professore di Lettere, classe ’87 di Chioggia), le Confessioni di un NEET (Fazi Editore, 2018), ci sono delle modificazioni intrinseche, però non solo nell’enunciatore, ma anche nel lettore. Innanzitutto che definizione si può a dare all’acronimo NEET (Not in Education, Employment or Training)? Potrebbe essere un’ulteriore categoria destabilizzante del sistema, l’hikikomori giapponese, una sorta di «lavativo»? A detta del protagonista-NEET, le «moderne democrazie occidentali, nel tentativo di tenere in piedi il loro traballante welfare, però, dovevano pur etichettare in modo politicamente accettabile chi non ha voglia di combinare un cazzo nella vita». Dopotutto la società tutta è un grande cinema pieno di locandine da scegliere o da escludere. Il problema è dove va il consenso. Ecco perché il nostro eroe-internauta si autodefinisce un «rivoluzionario», proprio perché decide di non muoversi, di non lasciare alcun consenso. Dopotutto non c’è più nulla in cui credere, se non nelle sue gatte, compagne ideali nella sua tana-camera, o forse nel grande universo della rete. La eco di Zeno Cosini e il suo “essere in divenire” per rovesciare la verità cristallizzata torna in forma diversa: basta eliminare l’ostacolo del corpo, il nostro essere sociale e lasciar vivere un grandioso algoritmo che risponda per noi. L’immobilità relazionale millantata dal protagonista è pura negazione. “L’outsider” si sceglie e si preferisce libero nello spazio ristretto della sua stanza a vivere in internet, a plasmarsi come un essere senza forma e senza “costrizioni” così da non collaudare il suo legame con la grande macchina del sistema sociale, e non solo. L’internauta in questione è autosufficiente, impassibile misantropo e cinico fino allo sfinimento e la forte ironia dello scrittore rende le immagini ancora più accentuate. Ecco le “modificazioni intrinseche” del lettore. Nel corso della lettura si accetta il sarcasmo dell’internauta trentenne, la distruzione della società, che è nostra, il “colpo di stato” allo stile di vita del capitalismo. E ancora lo smartphone, il tempo da calcolare sullo smartphone, il lavoro come un allevamento intensivo, o peggio: i disastri che vengono accettati o ignorati da chi “sta bene così”. Ecco di nuovo la negazione, che passa dal rifiuto e finisce nell’abnegazione, ovviamente tenendosi stretti nella giacca dell’individualismo: «le mura della mia camera, […] mi proteggono da tutti i pericoli e da tutte le fobie del mio tempo. […]. A casa mia sono quasi immortale e lo sarò del tutto quando completerò il caricamento della mia anima in un server sicurissimo. Sarò così definitivamente talpa, talpa digitale in grado di sopravvivere, come sanno fare solo alcuni microrganismi, a una catastrofe nucleare»[2]. La confessione come riscatto, liberazione di un NEET secondo Sandro Frizziero Ritornando alla citazione di Foucault, […]

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“L’arte di essere nessuno” di Federica Pace | Recensione

“L’arte di essere nessuno”. Sophia e Asia. Asia e Sophia. Due nomi e due vite, che si intrecciano, si mescolano e si ripudiano. A tratti sono una sola persona, come due metà, necessarie l’una all’esistenza dell’altra. E, a tratti, nessuna delle due riesce ad essere realmente se stessa, incatenata ossessivamente all’altra. È la storia di queste due donne che ricostruisce Federica Pace nel suo libro, edito da Robin Edizioni e online dallo scorso 20 giugno [http://www.robinedizioni.it/nuovo/l-arte-di-essere-nessuno]. La stessa autrice, classe 1989, origini siciliane, di  L’irremovibile sofferenza dell’anima. Federica Pace, L’arte di essere nessuno: due vite sofferte In “L’arte di essere nessuno”, la narratrice ci catapulta in due vite sofferte. La prima, quella di Asia, spezzata da un suicidio all’inizio del racconto, ma sempre presente in tutto l’arco della storia; e la seconda, quella di Sophia, divisa tra la sofferenza per la perdita dell’amica amata e la voglia di rivalsa nella realizzazione di se stessa. È proprio nella figura della ventisettenne Sophia che si concretizza l’intero racconto ed è proprio intorno alla sua figura che ruotano i diversi personaggi della storia: il suo compagno, Diego, e un rapporto che va lentamente sgretolandosi, fino alla separazione, nella reciproca consapevolezza di un amore finito, o forse mai cominciato; l’amica, Beatrice, partecipe ma, allo stesso tempo, tenuta in disparte nel rapporto con Asia, come se non potesse comprendere fino in fondo la natura del loro amore. I suoi genitori e i genitori di Asia, l’iper-controllo di sua madre per la sua disabilità dovuta a una malattia degenerativa e la comprensione di suo padre, più incline a lasciarle indipendenza e autonomia. La vetrinetta, in cui Asia custodiva gelosamente le sue cose, e che, in qualche modo, la mantiene in vita e legata a Sophia. E, infine, Elena, conosciuta – per uno strano scherzo del destino – il giorno stesso del suicidio di Asia, che rappresenta l’occasione per Sophia di uscire dal limbo e dalla sofferenza e, soprattutto, di amare liberamente come avrebbe sempre voluto. “Il suo corpo e la sua mente, ormai, erano la stessa cosa. Erano vuoti perché lei li aveva svuotati, era questo a comandare la sua arte.” “L’arte di essere nessuno”. L’essere niente e l’essere tutto, insieme ad Asia, sono le ossessioni di Sophia. Un’ossessione che si evince anche dallo stile dell’autrice. I dialoghi trasudano l’angoscia e la sofferenza della donna. I suoi pensieri sono opprimenti, asfissianti, spesso si ripetono. La sua attenzione per Asia, per il loro rapporto, per i suoi rimpianti, è morbosa, a tratti maniacale. I periodi utilizzati da Federica Pace, a volte, sono lunghi e complessi, mentre veloce è il passaggio dalla forma di diario a quella del dialogo interiore della protagonista, che rappresenta la progressiva presa di coscienza di se stessa, in particolare a livello di identità sessuale e di genere. “L’arte di essere nessuno” è proprio il percorso che conduce alla costruzione di un’identità, frutto di un lungo processo di scavo e ricerca interiore. Se nel suicidio di Asia c’è l’incapacità di accettarsi, legata alla percezione di un’estrema ferocia e […]

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La guerra è della morte: un libro di Nuccio Pepe (Recensione)

La prima guerra mondiale al centro del romanzo di Nuccio Pepe Nuccio Pepe, medico siciliano e scrittore prolifico, pubblica un nuovo libro intitolato: La guerra è della morte, edito da Navarra Editore. Frutto di un’approfondita ricerca e uno studio metodico, il suo nuovo romanzo vede la luce nel 2018, nell’anniversario della fine del conflitto che più di un secolo fa sconvolse l’intero mondo. Pepe, in seguito da una conversazione con alcuni amici austriaci, mette nero su bianco le atrocità vissute dai soldati in quei terribili anni della prima guerra mondiale, ispirato da film, libri e dai versi della celeberrima opera di Omero. La guerra è della morte è un romanzo breve e scorrevole, che si presenta come una sorta di descrizione della situazione dei soldati durante l’ultimo anno di guerra, intervallata di tanto in tanto da storie passate e presenti che si intrecciano tra i vari personaggi citati. I soldati, che nell’immaginario collettivo, sono uomini in divisa addestrati al combattimento, vengono presentate da Nuccio Pepe per ciò che sono realmente: persone. Padri, mariti, figli, fidanzati che in un giorno qualunque vengono strappati dalla propria città, dalla propria vita per andare a combattere una guerra di cui non si riesce a cogliere il senso, di cui ad un certo punto non ci si chiede nemmeno più: Perché?  È il caso di Santo Alleri, Cosimo Orlando, Lillo e Turi soldati arruolati che prima avevano un’altra vita, un altro lavoro, degli hobby, che ancora ricordano, ma che sembrano così lontani. E tutto è ridotto a quell’agonia lungo le trincee dove il tempo sembra scorrere troppo lento, a volte, troppo veloce altre. «Mia adorata vorrei cercare di ascoltare il tempo, non ha senso osservare il trascorrere dei giorni e delle notti, scrutare le lancette dell’orologio che estraggo sempre più raramente dal taschino, lo stesso orologio che mi faceva fremere quando controllavo quante ore mancavano a un nostro incontro. Adesso, in questi giorni, in queste ore ho la sensazione che il tempo mi sfugga, ho la sensazione di non riuscire a misurarlo, un minuto si dilata in maniera abnorme, un’ora di battaglia svanisce in un secondo, una notte in trincea non trascorre mai, quindi vorrei almeno sentirlo, ascoltarlo questo tempo che mi scorre tra le dita, che misura la distanza dall’ultimo nostro bacio e per assurdo misura la distanza tra un colpo di mortaio e l’altro, tra una raffica di mitraglia e l’altra, tra una conta di uomini e l’altra, e vorrei viverlo ancora più intensamente. Ascoltare il tempo e viverlo.» La visione della guerra offerta da Nuccio Pepe Nuccio Pepe offre un’immagine cruda e realistica delle atrocità subite dai soldati, del dolore fisico e morale, delle perdite, della paura che non li abbandonava mai e li faceva altalenare tra il coraggio di combattere per sopravvivere e la voglia di arrendersi per porre fine a quello strazio. Il titolo del romanzo è significativo e più vero che mai: la guerra non appartiene ai giochi di potere che si celano dietro gli intrighi politici, né ai […]

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Un’estate in montagna, recensione del romanzo di Elizabeth Von Arnim

Lo scorso 12 luglio è stato pubblicato da Fazi Editore “Un’estate in montagna”, un romanzo in forma diaristica della scrittrice anglo-australiana Elizabeth Von Arnim, pseudonimo di Mary Annette Beauchamp. Il libro, pubblicato per la prima volta nel 1920, ha un carattere autobiografico. Fu infatti scritto dalla Von Armin tra il luglio e l’ottobre del 1919, in un momento difficile della sua vita. A causa della guerra l’autrice aveva perso molti amici e l’amato fratello. Inoltre, in Germania era venuta a mancare la figlia sedicenne Felicitas. Nel volume la Von Armin racconta dunque della perdita della sua felicità e del tentativo di ritrovarla tra la pace dei monti svizzeri. “Il peggior dolore è ricordare la felicità di un tempo nel presente infelice”. Il luogo in cui sono ambientate le vicende dei protagonisti del romanzo s’ispira allo chalet svizzero “Soleil”, dove la scrittrice era solita trascorrere alcuni periodi dell’anno in compagnia di amici intellettuali. Un’estate in montagna: la trama Siamo nel luglio del 1919. Sconvolta dagli orrori della guerra Elizabeth (il nome dell’io narrante in realtà non è mai menzionato, ma viene spontaneo associarlo a quello dell’autrice) si rifugia nel suo chalet di montagna, in Svizzera, per trovare conforto nella solitudine, nella quiete e nella bellezza del posto. Tra i pendii svizzeri, laddove era solita andare fino a pochi anni prima della guerra, Elizabeth decide di trascorrere l’estate. Tuttavia, mentre un tempo la casa era piena di amici, ora è silenziosa. Sono tutti morti ed Elizabeth si sente sola: è stanca e angosciata. Il giorno del suo compleanno, però, si imbatte in due sconosciute, due sorelle inglesi, giunte per caso allo chalet in cerca di un posto dove riprendere fiato dopo la lunga passeggiata e trovare riparo dal sole. Elizabeth le accoglie con entusiasmo, prima per un pranzo, poi per un tè, infine per qualche settimana. È l’occasione per ritrovare speranza e serenità. Successivamente arriva allo chalet anche lo zio sessantenne di Elizabeth, Rudolph, un pastore anglicano rimasto vedovo. L’uomo giunge in Svizzera con l’intento di riportare indietro la nipote, ma finisce per innamorarsi della più giovane delle due ospiti di Elizabeth, Dolly. La donna nasconde un passato ingombrante… Un’estate in montagna: il potere terapeutico della natura Con uno stile semplice, lineare ed elegante la Von Arnim racconta il senso di solitudine e tristezza scaturito dalle brutture della guerra. “Sì, ho una gran paura della solitudine, mi dà i brividi e mi scuote nel profondo. Non parlo della banale solitudine fisica, ma piuttosto della tremenda solitudine dello spirito che rappresenta la tragedia suprema di ogni vita umana. Se ci arrivi veramente, a quella solitudine priva di speranza e di vie di fuga, allora muori; non ce la fai a sopportarla, e muori”. Non è facile dimenticare la devastazione portata dalla guerra, nemmeno tra la pace dei monti svizzeri. Tuttavia, il suo animo sofferente trova sollievo di fronte alla bellezza e alla quiete della natura, che ha un potere terapeutico. Elizabeth ritrova pian piano se stessa e la voglia di vivere. Affida le sue afflizioni al […]

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La ragazza con la Leica, premio Strega 2018 (recensione)

“La ragazza con la Leica” di Helena Janeczek e pubblicato dalla casa editrice Guanda nel  settembre 2017, è il libro vincitore del Premio Strega 2018 (vedi articolo di Eroica Fenice). La ragazza con la Leica, la sinossi Il libro, ambientato negli anni Trenta, vede come protagonista Gerda Taro, fotografa di guerra nonché compagna di Robert Capa, entrambi autori di importanti reportage realizzati nel corso della guerra  civile spagnola (1936-1939) e pubblicati presso importanti riviste quali “Regards” e “Vu”. Gerda Taro, pseudonimo di Gerta Pohorylle, era una ragazza ebrea di origini polacche ma nata in Germania. Fu costretta a trasferirsi all’estero perché il suo attivismo nei movimenti socialisti, nonché le sue origini, le procureranno non pochi problemi con il governo nazista dell’epoca. L’incontro con Robert Capa, la porterà in Spagna. Il libro della Helena Janeczek parla di una ragazza molto appassionata verso il suo lavoro, verso la vita, con un grande senso della giustizia. Una ragazza coraggiosa, il cui spirito antifascista la spingerà a realizzare reportage di guerra anche in condizioni estremamente rischiose. Infatti, Gerda Taro perderà la vita proprio durante la guerra, travolta da un carro armato a soli 27 anni. La ragazza con la Leica, una biografia Il romanzo è una biografia raccontata attraverso le memorie di  tre persone  che hanno fatto parte della vita di Gerda Taro: il dottor Willy Chardack, di origine ebree come Gerda e Georg Kuritzkes entrambi suoi ex amanti  e, infine, Ruth Cerf, la sua amica di sempre, con la quale ha condiviso gioie e dolori. Gerda viene descritta come una ragazza troppo moderna per il periodo storico in cui viveva, troppo entusiasta della vita per sottostare al razzismo e troppo emancipata per non ribellarsi. “Gerda era Gerda: una donna smaliziata che nei piccoli disguidi di un amplesso scoppiava a ridere come una ragazzina, un’amante dalla grazia principesca e dalla spigliatezza di una cameriera, un talento naturale che non somigliava alle borghesi né alle proletarie e, tantomeno alle scimmie edeniche di sua madre che forse non esistevano nemmeno” “La ragazza con la Leica” è pertanto un romanzo nostalgico, dove si racconta di uno dei periodi più nefasti della storia europea, con le dittature imperanti ovunque e il genocidio degli ebrei ma anche della giovinezza dei protagonisti, delle passioni, dei loro ideali che sono rappresentati dalla figura di Gerda Taro. Il romanzo è ben scritto- in particolare il prologo che risulta decisamente accattivante- ma, in alcuni passaggi, la narrazione- strutturata sul racconto in terza persona- rischia di stancare, a causa della presenza di molteplici salti spazio-temporali. La ragazza con la Leica e le altre opere di Helena Janeczek Altre opere di Helena Janeczek sono: la raccolta di poesie in lingua tedesca Ins Freie (Suhrkamp, 1989), il romanzo, Lezioni di tenebra (Guanda 2011, Premio Bagutta Opera Prima), Cibo (Mondadori, 2002), Le rondini di Montecassino (Guanda, 2010), finalista al Premio Comisso e vincitore del Premio Napoli, del Premio Sandro Onofri e del Premio Pisa. La ragazza con la Leica, acquista online  

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“Colpa di chi muore”, il romanzo d’esordio di Gianluca Calvino | Recensione

“Colpa di chi muore” di Gianluca Calvino è un libro da maneggiare, che soddisfa un piacere irrinunciabile. Si lascia ascoltare perchè le sue pagine propongono una vera e propria playlist di canzoni. Si lascia degustare perchè è un percorso alla scoperta del sapore. Calici di buon vino e pinte di ottima birra donano essenza alla penna dell’autore creando un incrocio bello di sensazioni, come bello è tutto ciò che gravita intorno al caleidoscopico mondo dei personaggi risucchiati ognuno nella medesima torbida vicenda. È la città di Napoli il mondo delle individualità che prendono corpo nel testo. Un apparato scenico in cui non è difficile imbattersi in “quelli persi, andati, spiritati, fottuti. Quelli con l’anima in fiamme”. Quelli che, inerpicandosi per i suoi vicoli, magari ascoltano Pink. “Where there is desire, there is gonna be a flame Where there is a flame, someone’s bound to get burned” E sanno bene che dove c’è una fiamma qualcuno è destinato a bruciarsi, e che la vita va così. Si tratta del romanzo d’esordio di Gianluca Calvino, editor e consulente letterario. Il suo è un noir sui generis, che deve il suo sex appeal a un labirinto sfavillante di personaggi ben costruiti, intenti a provocare con costante irriverenza l’immaginario dei potenziali lettori. “La colpa è sempre di chi muore. Quando si indaga su un omicidio si dovrebbe tener presente questo assioma. Il morto dovrà pur aver fatto qualcosa per essere ucciso. No?” “È colpa di chi muore” suggerisce più di una volta la musica in filodiffusione sulle note de “La cattiva strada“ di De Andrè, al “Morrigan”. Mentre si legge il libro, si srotola nell’aria l’armonia ossessivamente ripetitiva di questa canzone, che quasi sembra tracciarla una strada, risucchiando il lettore e costringendolo a imboccarla e a incamminarsi, sebbene essa sia “cattiva”. È il commissario Marcello Orlando, affiancato da Egidio Conti, ad avere l’incarico di sbrogliare la matassa fittissima e sterminata di fili invisibili chd unisce un duplice omicidio. Un assassino ha ucciso due giovani insegnanti di lingua italiana per stranieri con un bastone. I due sono ex colleghi di Paolo Mancini, un insegnante solitario che divide il suo appartamento con un disegnatore di fumetti appassionato di manga giapponesi. Un tipo che conduce un’esistenza più virtuale che reale, ma pur sempre discreto, colto, simpatico e amante del buon vino. Si tratta di un noir sofisticato in cui gli indizi si accumulano pagina dopo pagina e scoperchiano un vero e proprio vaso di Pandora colmo di un inquietante retroscena criminoso, dinamiche psicologiche perverse e atmosfere poco rassicuranti, il cui filo conduttore è, sempre, l’ironia. Nel libro di Gianluca Calvino agisce l’umorismo, per cui i lettori seriosi-melodrammatici farebbero bene a tenersi a distanza Non sono tanto le azioni dei personaggi a caratterizzare questo romanzo, ma l’atteggiamento che hanno verso la vita e verso la morte. Freddo, cinico, impertinente. Un atteggiamento che accomuna il commissario Orlando all’insegnante Mancini, le cui irresistibili battute fanno da sfondo a tutta la trama che viene resa, in questo modo, innovativa, avvincente ed efficace. Nella […]

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