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Eroica Fenice

Augustus

Augustus di John Williams, un fregio del potere

La Fazi Editore non apre la nuova stagione editoriale spegnendo la calura estiva, bensì facendola ribollire tra le pagine più roventi della storia dell’umanità. A settembre i lettori, in cerca di un fresco alito di vento, «all’ombra dei cipressi» interrogheranno le urne dei grandi del passato, ancora in grado di intrigare con le loro vite, immortalate dai loro ritratti, busti imponenti che incorniciano Roma. Con esattezza, è proprio a Roma che i loro volti sono incastonati nel marmo, in quel fregio che ognuno di noi ha imparato a conoscere sui libri di storia dell’arte, e che qualcuno ha avuto la fortuna di vedere. È l’Ara Pacis, probabilmente il più eloquente manifesto del periodo augusteo. Proprio Augusto è il dono della penna dello scrittore americano John Williams. Incantato dalla verità storica, ma spesso frenato dall’incertezza delle fonti, l’autore ha dedicato il suo lavoro di ricerca e un periodo di pausa dall’insegnamento al suo nuovo scritto: Augustus.

John Williams ha tenuto a precisare la difficoltà ad astenersi da una simile tematica, di così forte impatto nella sua vita (e questa passione pulsa tra le pagine del suo Augustus). Ma precisa «sarò grato a quei lettori che accoglieranno il libro per ciò che intende essere: un’opera d’immaginazione». Tanti gli spunti storici, ma inevitabili gli intervalli di pura invenzione.

Divisa in tre sezioni, l’opera è una raccolta di carteggi, memorie, senatoconsulti, spesso parafrasati, che si pongono l’obiettivo di mostrare le tante sfaccettature di eventi che per chi guarda la storia da lontano sarebbero sintetizzabili in semplice date. Guerre, nascite, matrimoni combinati. Ognuno in Augustus vuole dire la propria, e lo fa rovesciando i propri sentimenti in comunicazioni epistolari o sotto forma di diario. Il punto di partenza è Giulio Cesare, quello di arrivo suo figlio adottivo. Ottavio, poi Ottaviano, poi Cesare Augusto.

Quella di Augustus, una scalata turbolenta al potere che è anche una metafora delle tre età della vita.

L’ingenuità della fanciullezza, con le campagne militari che sembrano più scampagnate fra amici, tra risate e belle donne. L’età adulta, segnata dal primo contatto con la morte e la desolazione che ne deriva. Da questo momento, la parola chiave è sacrificio. Un sacrificio che anche il princeps dovrà vivere.
Intorno a lui fluttuano a mano a mano figure nuove, perché la vita prosegue, e da essa nasce nuova vita. Un personaggio fra tutti, che nessun lettore potrà dimenticare, è Giulia, figlia di Augusto. Grazie alle sue parole e alle sue esperienze, comprendiamo il travagliato percorso verso la senilità e la saggezza. Nell’ultima sezione, un ripiegamento degno di un occhio maturo, ma un ripiegamento amaro, per chi ha vissuto di potere.
Dopo tutto questo percorso, dopo tutta questa vita, è davvero impensabile che sia tutto indelebile?

John Williams tratteggia con cura le personalità dei suoi personaggi, alla maniera del ritratto indiretto di Tacito.

Ma, come si è detto, Williams non ha le pretese di uno storico. La sua documentazione e la sua prosa sono però in grado di restituire al lettore un’immagine verosimile del mondo romano, e non soltanto delle classi più elevate. La vita militare, gli intrighi di palazzo, ma anche le vecchie nutrici e il loro umile destino. I costumi dei romani non sono illustrati in digressioni a sé stanti, ma riportati dai personaggi che li hanno vissuti come realtà quotidiane. Una delle prime, l’usanza di studiare in Grecia, che ha condotto grandi come Augusto fuori Roma. La comprensione della retorica, della filosofia e lo studio della stessa lingua greca hanno segnato le generazioni di quel tempo. Questo è il punto di partenza dell’edificazione di Augustus. Lui e i suoi amici Mecenate, Agrippa, prendono vita, dialogano. I loro occhi sono limpidi, non hanno lo sguardo solenne intriso di mos.

Sono capaci di ridere, Marco Antonio chiama Cleopatra «mia gattina», e Augusto è un padre tenero.

È questo che John Williams vuole dimostrarci. Erano uomini come noi, sommersi da una realtà che li ha resi adulti prima del tempo, che li ha portati prematuramente a tristi consapevolezze e a grandi responsabilità.

Il culto della memoria era già in voga al loro tempo. Immortalare momenti, come fotografie. Forse, con la paura della caducità che avrebbe potuto corrodere tutto quello che erano stati in grado di costruire. Eppure Mecenate conosce il passato, e afferma «a dire il vero, ne ho abbastanza di ricordare». Ma bisogna ricordare, perché grazie al ricordo, alla scrittura, all’arte, tutti quei busti rugosi continuano a esplodere di espressività, e continuano a vivere tra noi.

«Roma cadrà: non importa. Ha avuto il suo momento, e quel momento vivrà nella Storia; conquistandola, il barbaro diventerà Roma stessa; il latino addolcirà la sua rozza lingua; la visione di quanto avrà distrutto rimarrà nel suo sangue. E alla luce del tempo, che scorre senza sosta come questo mare, su cui vago sospeso, quel prezzo è nulla, meno di nulla». Il prezzo di Augusto, è il sacrificio. John Williams ha raccolto ciò che resta di Augusto, ciò che resta della Roma imperiale, e la vita che ne ha tratto è la conquista più grande.

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