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Eroica Fenice

Il Celtic protagonista de "Il prodigio di Lisbona" di Paolo Gulisano

Il Celtic protagonista de “Il prodigio di Lisbona” di Paolo Gulisano

Il Celtic, squadra di calcio scozzese, sfida la valente Inter di Moratti, team di fuoriclasse, nello scontro del 1967, per la conquista del titolo di Campione d’Europa: questa la premessa narrativa del libro di Paolo Gulisano, “Il prodigio di Lisbona. Da una periferia scozzese alla Coppa dei Campioni…passando per Fatima”.

Il romanzo, appartenente alla collana “Storie di vita” della casa editrice Elledici, descrive in un coinvolgente affresco l’origine e lo sviluppo del Celtic, inserendo nella narrazione vicende personali di personaggi, reali e immaginari, che emergono dal racconto, fino al climax che dà il titolo all’opera: la storica partita, disputata nello Stadio Nazionale di Lisbona, in Portogallo.

Il 25 maggio 1967 il Celtic realizza un prodigio a Lisbona

Il Celtic Football Club, nato nel novembre del 1887 su iniziativa di fra’ Walfrid e chiamato così per evidenziare le radici celtiche, comuni a scozzesi ed irlandesi, dei giocatori, era una sorta di “squadra da oratorio”, nata a scopo caritatevole: le sue partite sarebbero dovute servire per raccogliere fondi da destinare ai poveri, che pativano la fame nei sobborghi di Glasgow.

Dalla metà dell’Ottocento, infatti, Glasgow era passata sopra la propria storia come un rullo compressore, per fare spazio a fabbriche, stabilimenti e quartieri popolari per i tanti operai irlandesi che abbandonavano le misere terre natìe in cerca di lavoro. Questa minoranza di immigrati vivevano in quartieri ghetto, discriminati oltretutto per la loro fede cattolica.

In questo panorama, quasi come fosse una fiaba, nasce tale “squadra dei cattolici”, soprannominata così nonostante l’appartenenza al team sportivo non comportasse una scelta religiosa obbligata, con i giocatori che vivevano entro trenta miglia dal proprio stadio, il Celtic Park.

Il racconto di quel prodigio nelle librerie con Paolo Gulisano

Il prodigio di Lisbona ripercorre gli avvenimenti a partire da un mese prima della storica finale.

Incontriamo così Peter Smythe, precedentemente bombardiere della Royal Air Force, giornalista sportivo dello Standard Weekly, a cui viene dato l’incarico dal patriottico direttore Fletcher di scrivere una cronaca della partita, compito che gli dà la possibilità di ritornare in Italia, dove aveva trascorso anni drammatici in tempo di guerra. Qui rivede vecchi amici e si riaprono ferite mai guarite.

Questi capitoli danno al lettore la possibilità di apprendere avvenimenti storici realmente documentati ma troppo spesso trascurati e offrono una panoramica inedita dell’Italia con spunti di riflessioni morali, che non si direbbe possano inserirsi in una storia sportiva ma che invece si sposano tra loro in maniera perfetta, quasi commovente, nel ritrarre anni turbolenti e di grande trasformazione. A questa sezione si deve la triste conclusione che l’”Italia, apparentemente di successo, è un gigante, sì, ma dai piedi d’argilla. Un Paese che sembra stia perdendo la propria anima”.

Vicino alla vicenda di Peter, si sviluppano quelle di Brian Sweeney e di Desmond Flanagan, amici, ventidue anni, disoccupati, senza soldi, che si propongono come autisti per accompagnare un gruppo di pellegrini a Fatima, occasione che offre loro la possibilità di arrivare in Portogallo, per poi giungere a Lisbona.

Questo viaggio nasconde un piccolo romanzo di formazione, in cui appaiono esemplari le figure di Padre Gilfoyle e dei pellegrini, che insegnano i valori cristiani ai ragazzi e li portano a capire che “è la stupidità quello che ci fa sentire migliori, che porta al disprezzo di chi non la pensa come noi, per gli avversari, tutto perché ci si sente falliti, falliti arrabbiati”.

Il prodigio di Lisbona: il piccolo gioiello letterario di Paolo Gulisano

Il romanzo di Paolo Gulisano non è solo un libro ma un piccolo gioiello letterario. Con la partita disputata a Lisbona come trait d’union, Gulisano realizza ne Il prodigio di Lisbona una storia organica, con trame secondarie che si sviluppano naturalmente e autonomamente a partire dall’idea di base.

Sia con la storia di Peter che in quelle di Brian e di Desmond c’è una presa di coscienza del singolo rispetto alla società.
Nel primo caso, tuttavia, questo processo volge lo sguardo al passato, per metabolizzarlo e chiudere definitivamente con esso per poi affrontare il presente con animo guarito, nell’istante in cui il nostro giornalista si libera dai fantasmi degli anni trascorsi.
Nell’altro percorso narrativo, quello dei due ragazzi, il punto focale del cambiamento avviene quando i due si svincolano dai preconcetti e dalle credenze limitanti e si proiettano nel futuro, rendendo il presente pregno di opportunità e permettendo, quindi, quell’apprendimento, che, insieme all’azione, è il motore delle più belle storie.

“Dietro al Celtic ci sono i popoli, non solo i tifosi” cita l’opera con palese incisività.

La vicenda sportiva offre, infatti, l’occasione per parlare della storia dei popoli coinvolti, celebrandone gli eroi, le battaglie, le sconfitte, ma anche per trattare di fede, religiosa e patriottica, di etica e dello spirito di rivincita di una cultura battagliera.

“Quel giorno a Lisbona scendeva in campo tutta la storia del Celtic: scozzesi e irlandesi, feniani e giacobiti, un popolo di esuli, di scacciati, di reietti, di sfruttati nelle fabbriche e nelle miniere che sfidava i Re d’Europa venuti da Milano, che voleva togliere loro lo scettro” riporta il romanzo in una delle sue parti conclusive.

Il linguaggio è colloquiale ma pertinente, la scrittura fluida. Lo stile di questo scrittore è minimale ma penetrante. Gulisano riesce a oscillare con disinvoltura da un commento calcistico, tecnico e settoriale, ad una sentenza morale di profondo spessore.

Romanzo ricco di contenuti, sicuramente capace di conquistare il lettore e di mantenerne alto l’interesse, soprattutto durante la cronaca sportiva. Pur non essendo appassionati di calcio, grazie all’autore si ha l’impressione di essere allo stadio ad assistere alla partita.

L’impostazione è chiara ma diversificata e proprio il mutamento di prospettive garantisce attenzione; le descrizioni sono minuziose e i dialoghi ben calibrati tra loro, toccanti, talvolta taglienti, ma mai approssimativi.

Paolo Gulisano è uno scrittore eccellente, che ti prende per mano e ti porta nella sua storia, facendoti immergere con naturalezza tra le sue parole scritte e i suoi pensieri e Il prodigio di Lisbona non è solo un romanzo consigliabile, ma assolutamente da leggere.

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