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Eroica Fenice

“Janare“, Rossana Lamberti e Scala presentano il loro libro sulla donna

Janare: le donne secondo Rossana Lamberti e Tonino Scala

Janare, recensione del libro sulle streghe odierne

Janare, libro scritto a quattro mani da Rossana Lamberti e Tonino Scala, edito da Il Quaderno Edizioni (2017), è una piccola gemma di 103 pagine, in cui si racconta la donna, nelle varie sfumature che ne distinguono il fascino: la determinazione, le fragilità, la dignità, la complessità, i vari volti con cui si svela, la libertà che esprime, la violenza che la rende vittima.

I due scrittori esordiscono nell’introduzione chiedendo cinque minuti ai lettori e preparandoli a quello che sarà un viaggio alla scoperta della donna, spiegando che, per un soggetto tale, hanno scelto una narrazione doppia, che potesse dare al lettore più spunti di riflessione e più argomenti che suscitassero in lui tolleranza o turbamento, partecipazione e dolore, commozione o sdegno.

Romanzo con due tipologie di testo e realizzato da una prospettiva femminile e da una maschile, dunque, ben strutturato e con un ritmo retto bene fino alla fine, in cui antico e moderno si confondono, evidenziando quanto sia ancora oggi radicato il pregiudizio sulla donna.

Rossana Lamberti: il grido delle Janare dal passato ad un presente per certi aspetti ancora medievale

Nella prima parte, il romanzo storico di Rossana Lamberti, che in realtà sembra un monito per i giorni nostri, racconta la vicenda di Gostanza e delle sue amiche “herbarie”, riportando alla luce la caccia alle streghe iniziata nel Medioevo dopo la pubblicazione del Malleus maleficarum del 1488, che teorizzò un collegamento tra l’inferiorità della donna, eredità di una concezione che già dall’antica Roma la assoggettava all’uomo, e la sua propensione alla stregoneria, ovvio prodotto di una distorsione religiosa che la designava come figlia di Satana. Una caccia avallata maggiormente dal potere temporale, che cercava un capro espiatorio da sacrificare al popolo per giustificare epidemie, carestie, guerre e povertà.

“‘Nguent’ ‘nguent’, mannam’ a lu noc’ e’ Benivient’, sott’ a l’acqua e sott’ o vient’, sott’ a ogn’ mal’tiemp”

Da qui l’accostamento streghe-Janare, in origine Dianarae perché in antichità adoravano la dea Diana, erboriste, levatrici, guaritrici, punto di riferimento imprescindibile per la comunità ma che possedevano una cosa che agli occhi di molti costituiva un peccato ed un pericolo oltremisura: l’essere donne. Ed indipendenti! Leggenda vuole che le Janare beneventane si riunissero sotto un immenso noce lungo le sponde del fiume Sabato e, invocata una cantilena, tenevano i loro sabba in cui veneravano il demonio sotto forma di cane o caprone.

Attraverso le parole di una sconosciuta, Gonzaga, timorata di Dio, dovrà constatare, non senza incredulità e sorpresa, che il suo stile di vita definisce lei e le sue amiche delle “adoratrici del demonio” solo perché conoscono l’arte antica dell’erboristeria e conducono uno stile di vita autonomo, lontano dalle consuetudini, e che il dimorare nella città papale di Benevento non la salverà dalle accuse del popolo e degli Inquisitori ed una sola si profilerà essere la soluzione: tentare la fuga.

Uno stile narrativo scorrevole, equilibrato, una sintassi semplice, dialoghi emozionanti e credibili, anche grazie a frequenti cenni dialettali, descrizioni coinvolgenti e precise fanno di questa storia un racconto che si legge tutto d’un fiato e lascia al lettore l’urgenza di approfondire i contenuti.

Tonino Scala: le Janare di oggi, donne sacrificate perché rivogliono la loro libertà di essere umano.

La seconda parte si articola in dieci storie di grande impatto emotivo, create dalla penna di Scala, che si configurano come un grande mosaico di situazioni, diverse tra loro ma col medesimo scenario, Napoli e i suoi dintorni, e la medesima protagonista: la donna. Vittima di una disgraziata sorte, della pazzia maschile, di una malattia spietata, della realtà dei fatti, dell’illusione, dell’amore, dell’ignoranza ma sempre lei con la sua intensità.

Chi narra è in prima persona e chi legge vive la storia attraverso i suoi occhi, percepisce la realtà attraverso le sue emozioni. Gli episodi spiazzano il lettore, danno voce a chi voce non ha avuto, sono credibili e non romanzati. Tante piccole inquadrature che in una manciata di pagine si fanno squarcio di una realtà che ancora si macchia della colpa del pregiudizio.

Scala riesce benissimo, con uno stile a volte spigoloso, penetrante nelle istantanee psicologiche e colloquiale quando fa di Napoli uno dei “personaggi vivi” della storia, nell’ambientazione degli episodi e nel dialetto, a mettere su carta le ombre che ancora rendono ambiguo il rapporto uomo-donna.

Libro consigliatissimo, pertanto, dalla struttura a dir poco inusuale ma che alla godibilità letteraria aggiunge un intento di denuncia, diretto o metaforico, di una preoccupante attualità, che sembra non imparare dal passato ma perseverare nell’errore di giudizio.

 

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