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Eroica Fenice

Viaggio nell’anima di una minavagante. Valentina Barile

Viaggio nell’anima di una minavagante – Intervista a Valentina Barile

In occasione della pubblicazione del suo diario di viaggio, #Mineviandanti sull’Appia Antica, abbiamo avuto modo di fare due chiacchiere con Valentina Barile, fotogiornalista beneventana, tra gli organizzatori della Fiera del libro di San Giorgio a Cremano Ricomincio dai Libri.

Vincitrice di vari premi letterari per scrittura inedita, tra cui il Premio “Carlo Levi” in Piemonte, e finalista al Premio Paesaggi 2015 al Festival della Letteratura di Viaggio, è anche tra gli scrittori emergenti de “Il libro che non c’è 2016” della casa editrice RAI Eri.

Le minevaganti devono mettersi in viaggio per trovare pace. Intervista a Valentina Barile

Quando ci siamo incontrate la prima volta avevi una valigia e i capelli scompigliati. Mi parlavi di Capossela e della casa di Levi ad Aliano. Ho intuito subito la tua peculiare essenza di viandante e il tuo viscerale rapporto con la terra. Ma chi o cosa è stato a renderti così preziosamente anomala, in un mondo in cui al viaggio, al contatto reale, si preferisce quello virtuale?

C’è stato un tempo in cui io sapevo di appartenere a qualcosa che oggi mi definisce, ma non riuscivo ad avvicinarmici. O, forse, mi faceva comodo viverci a distanza. Mi procuravo anche i mezzi per farlo. Ma solo perché ne ero impressionata. Forse più spaventata di comunicarlo agli altri. Poi, come ogni viandante, dopo lo spaesamento sai riconoscere la tua strada.

Quello sull’Appia è stato il tuo primo vero e proprio diario di viaggio. Ma immagino che il tuo estro di fotoreporter ti abbia portata anche altrove, in terre che nulla hanno a che fare con la regina viarum. Qual è il posto, o un semplice angolo, una panchina, una roccia, che ti porti dentro come casa della tua anima?

Mi è difficile rispondere perché non c’è solo un luogo a farmi bene all’anima.
Ad esempio, la strada che da Bisaccia porta a Calitri (in provincia di Avellino) è un posto a cui mi sento di appartenere assai, mi accorgo che qualcosa cambia dentro di me quando ci arrivo. Oppure, c’è una montagna che sento mia, che quando la vedo mi batte più forte il cuore, il monte Mutria (la seconda vetta della Campania, che va a completare il massiccio del Matese). Ma ce ne sta uno che si infila nell’anima come il vento di primavera tra i panni stesi: il deserto dei calanchi di Aliano, nel ventre della Basilicata. Sì, lì mi sento a casa, forse perché è il luogo che meglio rappresenta la mia inquietudine. In cui riesco a trovare un equilibrio, come se tutte le cose si mettessero a posto laggiù.

Devo ammettere che, prima di leggerlo, immaginavo il tuo viaggio sull’Appia completamente a piedi, per quanto la tua fiesta, o lamiera che dir si voglia, si sia rivelata una compagna fedele e imprevedibile. Se il tempo e il lavoro l’avessero concesso, avresti tradito la tua lamiera scegliendo i piedi? Che tipo di viandante sei?

Sì, l’avrei fatta a piedi. E la farò a piedi un giorno. Il nemico principale dell’uomo credo sia il tempo. E non è vero che possiamo sempre dominarlo, è una presunzione questa. Forse, c’è un tempo che si lascia dominare e un altro che si presenta come il tuo dichiarato carnefice. Ci sono stati tempi in cui avevo sempre gli scarponcini da trekking ai piedi, almeno una volta alla settimana – la domenica – dovevo salire in montagna, o andare per un sentiero, un tratturo. E ci sono tempi – come questo che sto vivendo – in cui mi mancano, li metto di meno. Non salgo in montagna da tre mesi. E mi manca, come quando ti manca un essere umano a cui vuoi tanto bene. Che ti fa star bene. Non sono però una integralista dei piedi. Ma una integralista dei viaggi senza troppi comfort. Non mi servono, ce li ho a casa. Non rinuncio a eventuali viaggi in bici, in treno, in corriera o con ogni altro mezzo lento. Seppure, quando cammini a piedi la percezione del luogo, degli umani che incontri, sia diversa. Ma dipende sempre cosa vuoi tu di un viaggio. Non mi piace l’assolutismo.

Dell’Appia vogliamo sapere chi la abita oggi per capire chi c’era ieri: così hai scritto. È sempre questo lo scopo del tuo viaggiare? E, soprattutto, cos’è veramente il viaggio?
Quando vado in un posto, o quando scelgo di andarci, non mi soffermo tanto sulle sue bellezze – che per me contano, ovvio – quanto sugli umani che lo abitano. Voglio dire, al nome del luogo e al pensiero del suo corpo, di rimando mi incuriosisco e concentro la mia attenzione sull’umanità che ci vive. Per capire proprio quanto possa essa prenderne le sembianze o, al contrario, quanto una terra possa somigliare a chi se ne prende cura.
Questo è il viaggio! È conoscenza. La vista di quello che ti si apre intorno. Ci sono dei tempi in cui il tuo corpo è pronto per darsi all’esterno, te ne accorgi. Senti il bisogno di allontanarti dal posto in cui vivi e di stare via per un po’ in un altro, meglio in altri. Per sentire che la quiete si agiti e ricominci a vivere.

Foto di Valentina Barile.