Alberi Alti – Musica che fa pogare i cuori | Intervista

Alberi Alti

Alberi Alti è un progetto di quelli che fanno rumore con discrezione. Canzoni brevi che esplodono con delicatezza, dipingendo atmosfere elettroniche dal retrogusto nostalgico, dove una dolcezza grintosa si dispiega tra versi emozionali ed ipnotici, diretti ed essenziali, racchiusi dentro melodie che invitano a ballare, a cantare ed a perdersi tra mood intimi e sorprese in crescendo. Creatore e performer di Alberi Alti è Da Ve, giovane talento della provincia napoletana, che ci rivela particolari e sfumature di una musica fresca e sincera.

Alberi Alti – L’intervista

Da dove nasce il progetto Alberi Alti e a cosa si deve il suo nome?

«Il progetto nasce in un certo senso da lontano, quando a 12 anni provai a scrivere la mia prima canzone. Ma non ero ancora ufficialmente Alberi Alti. Il nome invece arriva da un concerto dei Fast Animals And Slow Kids, quando chiesi al cantante di scrivere la prima cosa che gli veniva in mente sul quaderno dove tenevo le mie canzoni. Lui scrisse “Alberi Alti”. Da quel momento decisi che volevo avere una band per esprimermi, sognando di fare un banalissimo CD (che oggi possono fare tutti) e un piccolo tour. Purtroppo si finiva poi sempre col fare cover, e in generale i miei gusti non erano troppo condivisi, anche perché molto di nicchia…».

Quali sono i tuoi artisti di riferimento, e come la loro influenza permane nel tuo personalissimo stile?

«È una domanda sempre difficile. Nominare qualcuno e preferirlo ad un altro mi fa piangere il cuore. Le influenze sono davvero troppe. C’è però da dire che la scoperta dei Fine Before You Came è stato un momento importante della mia vita. Avevo 13-14 anni, non capivo nulla dei loro testi, ma le forti emozioni che mi arrivavano dalla loro musica mi hanno cambiato la vita. Andando a scoprire di più sulla loro storia e carriera, ho iniziato ad apprezzare il DIY (Do It Yourself): in ambito musicale, è quel modus operandi che permette ad un artista o ad una band di gestirsi in modo autonomo per quanto riguarda le registrazioni, i concerti, il merchandising, ecc. Sapere che un gruppo così era riuscito ad avere una propria nicchia di fan che li seguiva in tutta Italia e che si era affezionata al loro progetto, me ne fece innamorare. Volevo anch’io una cosa simile, ma ancora non ci sono riuscito».

Nelle tue canzoni ci sono racconti di delicata vulnerabilità che si dipanano su tappeti sonori straripanti di potente energia. È il caso, ad esempio, di Troppi pensieri e di Disastro. È dunque in questo incontro tra segni opposti, la vera forza di Alberi Alti?

«Questo progetto è un enorme crossover di generi a me cari. Alcuni pezzi sono molto disordinati e caotici, altri più intimi con solo chitarra e voce; ma di base non mi do regole sulla produzione: faccio quello che mi piace, senza aspettarmi nulla».

I tuoi live ti vedono allo stesso tempo sopra e sotto il palco, tanto da farti diventare parte del pubblico che con te canta, balla e visibilmente si diverte. Come riesce a conciliarsi, con questo particolare mood, la spontanea intimità dei tuoi testi?

«Roger Waters ha voluto costruire un muro per allontanarsi dal pubblico, io invece cerco di fare il contrario. Penso che rendere il pubblico parte dello spettacolo sia il modo migliore per farlo affezionare a te. Non sei un idolo sul piedistallo che vuole attenzioni, ma uno dei tanti che prova a dar voce a quello che ha dentro. Spesso non ce ne rendiamo conto, ma abbiamo tutti problemi molto simili. Quando qualcuno tira fuori questi problemi davanti a te – e magari sono i tuoi stessi problemi – facendoti saltare, pogare e sfogare, si crea un’energia condivisa, qualcosa di unico!».

L’amore per la musica elettronica è evidente nella scelta di farle veicolare i tuoi racconti: come e quando l’hai scoperta?

«Non ricordo, di preciso. A 12-13 anni ascoltavo in modo un po’ distaccato Chemical Brothers, Prodigy, Massive Attack… Non erano ancora parte di me. Penso che il momento esatto in cui ho deciso di dare l’impronta elettronica al progetto sia stato dopo la separazione dall’ultima band di cui facevo parte. Ero ad un bivio: volevo fare musica urlata che facesse muovere e pogare, ma da solo era molto difficile. L’elettronica però ti permette di essere una band intera, e alcuni pattern dei generi elettronici più veloci, come drum’n’bass o breakcore, hanno quello stesso feeling da concerto punk hardcore… Se sai come usarli!».

Sei l’unico compositore dei pezzi che proponi?

«Si. Fa eccezione una canzone prodotta da Fenoaltea, inizialmente non pensata per me e che lui avrebbe voluto “buttare”, ispirandomi così il titolo che le ho poi dato, “Interludio da buttare”, contenuta nel mio primo album “Mi prometti che starai bene?».

Il motivo dell’albero fa capolino tra le tue canzoni, secondo diversi scenari emotivi. Qual è il significato che preferisci dare a questo elemento, non soltanto naturale?

«Gli alberi ci sono sempre, restano lì allo stesso posto, non si aspettano niente da te, solo di essere trattati bene. Non gli diamo la giusta attenzione perché l’essere umano dà per scontato che ci siano e basta, svolgendo il solo compito della produzione di ossigeno. Ma chi ha il coraggio di soffermarsi a guardarli, scopre tanti dettagli bellissimi».

Qual è la lezione più preziosa che ritieni di aver tratto attraverso il contatto con il tuo pubblico?

«Bisogna essere pronti a tutto, al pubblico che si diverte, a quello che neanche ti ascolta e a quello che non vede l’ora che tu vada via. Questo però non deve mai fermare una passione. Non possiamo piacere a tutti. Questa cosa ti aiuta a non impazzire se desideri arrivare in alto, o se semplicemente vuoi che il tuo progetto sia apprezzato».

Cosa avverrà nel mondo di Alberi Alti nell’immediato futuro?

«Ho un album pronto, ma uscirà quando mi sentirò pronto anch’io».

Dove possiamo seguire sul web le prossime evoluzioni del tuo progetto?

«Su Instagram, anche se vi pubblico poco perché non sono un animale social. Su YouTube potete trovare tracce studio e frammenti di live»

 

Fonte immagine in evidenza: Ufficio Stampa

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A proposito di Mirko Ambrosio

Nato a Napoli per fortuna, laureato in legge per caso, appassionato di musica per scelta.

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