Holding Absence: autodistruggersi per rinascere. Recensione di The Noble Art of Self-Destruction

Holding Absence: autodistruggersi per rinascere. Recensione di The Noble Art of Self-Destruction

Che il post-hardcore sia sempre stato un genere “impegnato” e “serio” rispetto ad altri sottogeneri del rock e del metal è un fatto ormai appurato, ma la formazione gallese, protagonista di questo articolo, si distingue certamente per la profondità con cui lo fa. Dal 2019 ad oggi hanno pubblicato, oltre ad alcuni EP, tre album che formano una sorta di trilogia tematica, concludendo il filo conduttore con The Noble Art of Self-Destruction nel 2023, quando la formazione era composta da Lucas Woodland, Scott Carey, Benjamin Elliot e Ashley Green, che ha purtroppo lasciato la band nel 2024.

Lo stile inconfondibile della band

Già da A Crooked Melody, primo assaggio dell’album rilasciato come singolo, si nota lo stile distintivo degli Holding Absence, nel quale ogni componente è fondamentale e mai superfluo per la composizione totale delle tracce. A partire dalla base strumentale, con i riff di chitarra elettrica di Carey che non scadono mai nel banale, senza però sfociare nella complessità virtuosistica di generi più progressivi; l’aggressività della batteria di Green, con l’intensità con cui batte su rullante e tom, le ghost notes e i groove di piatti e splash, eleva la canzone e la rende più aggressiva. Il basso, pur non essendo premiato dal mixaggio, ha di certo un ruolo cruciale nel completare il suono complessivo, sul quale sovrasta poi la voce di Woodland, che si è sempre distinto dalla massa di cantanti che spesso ripiegano troppo su scream o falsetti, rischiando di omologarsi e risultare generici. Infatti, la sua voce graffiata non si sbilancia mai troppo né sul versante “sporco”, né su quello “pulito”: è un mix perfetto che, personalmente, proietta Woodland nell’olimpo dei cantanti contemporanei. Le emozioni che riesce a trasmettere suonano genuine e sincere, anche grazie alla grandissima capacità di quest’ultimo di scrivere testi che colpiscono nel profondo per impatto e facilità di immedesimazione.

I temi: un viaggio nella crescita personale

Copertina dell'album (pagina di Spotify dell'artista)
Copertina dell’album presa dalla pagina ufficiale di Spotify dell’artista

Questo album si incentra principalmente sulla crescita personale, un percorso che chiunque affronta nella propria vita, tra delusioni e traguardi, piaceri e sofferenze. Già la premessa sottolinea quanto detto prima: è facile per l’ascoltatore ritrovarsi nelle parole che ci vengono sussurrate più al cuore che all’orecchio dal cantante gallese, come nella traccia d’apertura Head Prison Blues:

«You’ve watched me love, you’ve watched me lose; Now watch me writhe on the floor».

Con Crooked Melody inizia un processo di auto-distruzione, una forte autocritica, che prosegue con False Dawn: entrambe parlano di come l’essere umano sia il principale sabotatore di se stesso, di come cerchi di mentire dicendo che andrà tutto bene, quando in realtà siamo i primi a sapere che le cose non stanno andando secondo i piani. Anche Scissors, che raggiunge la sua completezza come canzone proprio nel contesto dell’album e non come singolo (il terzo uscito prima della pubblicazione), parla della separazione da tutto ciò che ci allontana da quel che desideriamo:

«Sever the parts of my soul I’ve infected; With poisonous cells». Il climax viene raggiunto nel bridge, quasi assimilabile a un classico breakdown metalcore: qui si sentono i primi veri scream di Lucas all’interno dell’album, oltre a un down-tuning delle chitarre, arrivando finalmente a un primo momento di rilascio di tensione e disperazione a suon di «I’m sick of myself».

A metà ascolto, lo stile cambia sia a livello musicale che lirico: si arriva a una ballad romantica che lascia intendere come l’amore sia talvolta l’unica fonte di salvezza che ci trattiene dall’autosabotaggio. Simile è Her Wings, altra canzone d’amore.

La progressione musicale verso il culmine

L’album ha il pregio di avere una coerenza e una progressione pressoché perfetta, che conduce impeccabilmente a ciò che si affronta nella seconda parte: Death Nonetheless, una sorta di memento mori a ritmo di marcia, con soli due versi che si ripetono per circa due minuti. Liminal poi è una traccia che riprende lo stile del precedente album The Greatest Mistake of My Life, con i colpi sul rim del rullante come in Afterlife, un coro grandioso in stile In Circles, e il cantato più upbeat alla Beyond Belief: insomma, un richiamo che genera nostalgia e attaccamento alle proprie radici.

L’ultima canzone, tuttavia, come nei migliori album, contiene la vera magia ed è il fulcro dell’intera opera.

Nel debutto omonimo c’era Wilt, nel secondo album Mourning Song, in questo lo spazio finale è lasciato a The Angel In The Marble. Il brano unisce due celebri concetti artistici: la tecnica giapponese del Kintsugi, che richiama la copertina dell’album, e la scultura, con un riferimento specifico alla citazione attribuita (sebbene probabilmente a torto) a Michelangelo Buonarroti. La traccia di sei minuti si apre con una melodia onirica, in linea con molte altre canzoni dell’album, seguita poi da Woodland con un tono quasi affranto, che afferma di portare avanti un processo di scultura: si è rinchiuso in un blocco di marmo per poter creare una statua perfetta. Il messaggio è che solo lavorando su se stessi, eliminando le parti di noi che, pur appartenendoci, non sono sane, si può arrivare a creare il nostro capolavoro.

«I’m breaking myself down to dust again; Trying my best to make a masterpiece in the end; Cause there’s an angel in the marble that I’m trying to set free; Chopping and hacking to get to the best parts of me; Destroy to create, who would have known?; There’s a sacrifice for growth»

Come affermato in precedenza, è facile sentire questo testo parlare direttamente a noi, farci sentire meno soli in un processo di formazione che richiede tanti sacrifici, che ci lascia delle cicatrici di cui non dobbiamo vergognarci, ma anzi trovare il coraggio di dire:

«Look at my scars, they’re beautiful; They held me together when I wanted to let go».

Un capolavoro del post-hardcore moderno

Logo degli Holding Absence, preso dalla loro pagina Spotify
Logo degli Holding Absence (pagina Spotify dell’artista)

È impossibile non inserire questo album tra i migliori progetti del post-hardcore moderno, se non di sempre. Spessore lirico, creatività musicale, talento innegabile ed emozioni sincere: non c’è nessun elemento fuori posto e tutto suggerisce che ci troviamo di fronte a un piccolo gioiello contemporaneo. La nobile arte dell’autodistruzione: un ossimoro che, a ben vedere, non è poi così paradossale. Nell’accettazione delle proprie debolezze vi è della nobiltà, qualcosa che ci fa onore e ci fa camminare a testa alta. Se foste ancora incerti se dare una possibilità a questo album, la traccia di chiusura parla da sé, anche se forse è meglio lasciarsela come degno finale da gustare dopo un percorso di circa quaranta minuti intensi, ma che vale la pena vivere sognando ed emozionandosi.

Fonte immagine: sito della SharpTone Records, casa discografica degli Holding Absence.

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