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Il primo album di Nes: “A sud ‘e chesta vita”

“A sud ’e chesta vita”: il primo album di Nes

“A sud ’e chesta vita” è il primo album di Nes, pubblicato sabato 16 maggio presso il Teatro Auditorium Vincenzo Sorrentino di Saviano. L’album si compone di circa tredici tracce che accarezzano varie sonorità soul, R&B e jazz che rivelano la formazione maturata dall’artista nel corso del tempo.

Dettaglio album Dettagli e informazioni ufficiali
Titolo dell’opera A sud ’e chesta vita
Nome dell’artista Nes (nome d’arte di Carmela Saccone)
Data di pubblicazione Sabato 16 maggio
Luogo di presentazione Teatro Auditorium Vincenzo Sorrentino di Saviano
Sonorità e influenze Soul, R&B, Jazz
Numero totale di brani Circa 13 tracce

“A sud ’e chesta vita”: il primo album di Nes
Copertina dell’album di Nes (Ufficio Stampa)

La genesi dell’album di Nes

Come nasce il titolo dell’album e qual è il suo significato?

Il titolo dell’album è nato da una poesia che ho scritto nel 2019, trasformata poi in canzone. Simbolicamente è un luogo d’amore. Lì ho fatto pace con la rassegnazione, con la fine. E quindi ho iniziato a vivere meglio. È una chiave di lettura che credo possa aiutare le persone, perché siamo tutti ossessionati dalla fine. Ed io ho voluto rappresentarla come una grande opera teatrale, sul palco il protagonista del proprio Sud, dall’altro gli spettatori.

I titoli delle canzoni rivelano una certa intimità privata, grazie all’impiego del napoletano: che importanza attribuisci all’uso di una lingua personale per esprimere il proprio dolore?

Attribuisco alla lingua personale, in questo caso napoletana, un’importance gigantesca ai fini dell’espressione. Ogni volta che siamo più “veri”, quando togliamo i filtri, utilizziamo il linguaggio più naturale che abbiamo. Lo facciamo quando siamo arrabbiati per esempio. Nasce dalla necessità di far arrivare un messaggio in modo più chiaro e limpido possibile. Io adoro i dialetti. E ci sono parole insostituibili, che tradotte in italiano perdono forza. La mia lingua è stata terapeutica tante volte per me.

In “Nun ‘o voglio sapè” canti “ora resterò ancora sotto queste belle lenzuola / giusto il tempo di essere solo un po’ più sicura”; che significato ha per te?

“Rifugiarmi sotto le lenzuola” è stato un modo per proteggermi. Mettere dei confini, non lasciarli valicare. Spegnere la luce. Non sentire. E qui appunto interviene la mia lingua: “Nunn o vogl sapè”. Perché? Perché mi fa male, perché adesso non riesco a sostenere altre parole, altre informazioni. La mia iper sensibilità ha bisogno di silenzio per ritornare a guardare. Quando siamo stanchi non siamo più sicuri, siamo più vulnerabili. Alcune volte sale la febbre. E dobbiamo lasciarla agire per guarire. Non c’è altra strada.

La formazione di Nes

Nes, nome d’arte di Carmela Saccone nasce in una famiglia dedita alla musica fin dalle origini: figlia del direttore d’orchestra Daniele Saccone, impara a suonare al pianoforte autonomamente e inizia a scrivere le sue prime canzoni e poesie, finché non decide di pubblicarle nel 2019. Ha preso parte e festival ed eventi musicali del territorio partenopeo e italiano, vincendo al Live Box di Casa Sanremo nel 2025, aprendo concerti di artisti, tra cui: Enzo Gragnaniello, 99 Posse e La Maschera. Impegnata anche nell’organizzazione di laboratori musico-pedagogici destinati a bambini della scuola materna.

Come nasce la passione per lo swing e il jazz?

La prima volta che ho ascoltato un pezzo jazz ero in auto con mio padre. Ero piccola. Tra l’altro ricordo questi brani super fusion, non ci capivo niente. Crescendo ne ho apprezzato le sonorità, soprattutto la libertà d’espressione, la storia. L’improvvisazione. Il corpo che suona insieme allo strumento. Gli arrangiamenti jazz di mio padre, su alcuni brani classici napoletani. Mentre lui scriveva io ero in casa, sentivo. Poi ho avuto la fortuna di incontrare Corrado Cirillo, che oggi è una delle persone più importanti della mia vita. E seguendolo, suonando insieme a lui, ho assorbito sicuramente tanto.

Nell’album di Nes, emerge il racconto sul rapporto con sé stessa

In diversi brani ti rivolgi a te stessa e alla bambina che è in te, pensandoti intera, in assenza di una persona nella propria vita. Quanto è difficile incontrare sé stessi?

È difficilissimo secondo me. Ci vuole un sacco di coraggio e di forza. Soprattutto bisogna liberarsi dai legami più potenti della nostra vita. Bisogna maturare indipendenza emotiva. Uscire dal guscio. Credo sia necessario sperimentare se stessi da soli, non in rapporti a due per intenderci. Non sempre in relazione all’altro. Per questo è molto difficile.

In “Borderline” ti concentri su questa dicotomia rapporto superficiale/fame d’amore, quanto può essere labile secondo te il confine tra i due?

Credo ci sia una visione molto sopravvalutata, da un lato, di quello che è un rapporto d’amore. È un pensiero che ho maturato ascoltando il linguaggio, soprattutto e quasi sempre degli uomini. Molto meno nelle donne. Riempire le attese di serotonina, potrebbe equivalere a mangiare un pezzo di cioccolato (fondente) Questa è al contempo una cosa straordinaria, se ci pensiamo. Abbiamo a disposizione dei corpi per poter soddisfare bisogni primordiali delle persone terrestri. Ma qui il retaggio e la sovrastruttura hanno offuscato delle cose molto importanti. Borderline nasce per descrivere un funzionamento che conosco, il modo in cui un cervello sensibile percepisce i cambiamenti ormonali, la chimica del corpo. Se solo si modificasse un po’ il linguaggio, si farebbe spazio a nuove parole, e quindi a nuovi pensieri. Alla fame d’amore, appunto.

Fonte immagine: Ufficio Stampa

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