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Eroica Fenice

La categoria Interviste contiene 58 articoli

Interviste

Notte della Tammorra Napoli tanti ospiti e non solo musica

Torna l’atteso appuntamento con la Notte della Tammorra a Napoli, sabato 8 settembre in Piazza del Plebiscito alle ore 21. Tradizionalmente la notte della Tammorra si svolge a Ferragosto, ma quest’anno per motivi legati al crollo del ponte di Genova, si è preferito rimandare l’evento. Tanti gli ospiti che parteciperanno alla famosa Notte della Tammorra: Carlo Faiello Ensemble con Saverio Coletta, Fulvio Gombos, Francesco Manna, Gianluca Mercurio, Pasquale Nocerino e Francesco Sicignano. A seguire, Marcello Colasurdo, Antonella Morea, Patrizia Spinosi e Fiorenza Calogero. In occasione della sua partecipazione alla Notte della Tammorra, Fiorenza Calogero, ha risposto ad alcune domande circa l’importanza della musica folkloristica e sulle caratteristiche proprie della tradizione musicale napoletana, alla quale rivela di essere emotivamente legata. Notte della Tammorra, intervista a Fiorenza Calogero Sicuramente è risaputo che il folk è una delle tradizioni più antiche di Napoli, cosa rappresenta per te e quanto conta nel tuo repertorio? Il repertorio folk  mi è appartenuto, sin da quando ho iniziato a lavorare da professionista con il maestro Roberto De Simone; la mia è stata una scelta,  seguire un unico ramo che fosse quello della tradizione, della musica folk appunto e del cantare nella mia lingua. Ho scelto di seguire un’unica strada, costruendo poi una sorta di percorso di ricerca, di rivalorizzazione della musica della mia città e della lingua della mia terra. Personalmente ho scelto di seguire una coerenza per uno stile che amo tanto e che mi intriga da sempre. Nonostante lo faccia da 25 anni, non passa un giorno che io non scopra nuove cose, nuovi repertori, brani, e artisti. Dunque, si può dire che io stessa mi ritenga “fedele nei secoli” per quanto riguarda la musica napoletana e quindi la musica folk. La musica Folk, è un’espressione musicale che metonimicamente “significa” e rappresenta una città. La musica tradizionale è il fulcro della Notte della Tammorra, durante la quale ogni artista può esprimersi con canti, balli, deliziando sinfonicamente i presenti, dando sfogo alla propria voce interiore. La canzone napoletana può essere considerata un bene culturale, in quanto “testimonianza di civiltà”, una vera e propria incursione di suoni, ritmi, canti e danze in riva al mare, un raduno di tamburi, percossi per scacciare via i demoni che giornalmente possono tormentare, una serie di canti che spaziano tra amore e poesia, dediche e metafore devozionali, ma anche danze dinamiche, portatrici di bellezze celate e spesso dimenticate: tutto questo caratterizzerà la Notte della Tammorra di Napoli. La notte della Tammorra sarà una grande notte di festa con tanta musica e tanti artisti, cosa si prova a prendere parte ad un evento di tale portata e così tanto coinvolgente? La notte della Tammorra è un evento a cui sono molto legata, non è la prima volta che partecipo; l’evento nasce dall’intelligenza e dalla grande passione di Rachele Cimmino, quindi dall’Associazione Il Canto di Virgilio, Carlo Faiello, perché è giusto che a Napoli come in Puglia si possa inneggiare la taranta. È giusto che a Napoli si possa dare spazio a quello che […]

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I Fiori di Mandy e la loro creatura, Carne

Nell’universo dei Fiori Di Mandy, dalle origini al loro disco, Carne Quella de I Fiori Di Mandy è una storia che sa di Sardegna, di terre ancestrali, di sincretismo e radici che si discostano dai luoghi natii per abbracciare la globalità del mondo. La loro è una storia che sa anche di Irlanda, del volto di una ragazza, Mandy, e della sensibilità che porta a dischiudere l’animo al cambiamento, che è l’unica vera costante dell’esistenza. Questa è la loro storia, per aggiungere un altro tassello al dettato della musica italiana emergente, ricco di sfaccettature da esplorare con curiosità. La parola a I Fiori Di Mandy. 1) Buongiorno! Innanzitutto grazie per la disponibilità. Vorrei iniziare con la domanda più banale, o forse più difficile: cosa significa il nome I Fiori di Mandy? Da dove deriva? Sembra molto baudeleriano. 1) Il nome deriva da un’importante conoscenza fatta durante un viaggio a Dublino. Mandy, ragazza particolare, una personalità che colpisce, che lascia il segno. Fu un incontro come tanti altri e come nessuno prima. Il suo carattere rispecchiava esattamente ciò che noi volevamo ricreare in musica, una mancanza di punti fermi, e una sensibilità disposta ai cambiamenti. I fiori non hanno un vero e proprio significato, si tratta solo di una scelta in funzione del suono delle parole e del loro semplice potere evocativo. 2) Quali sono i rapporti con le vostre radici, con la Sardegna? Cosa pensate quando andate con la mente alla vostra terra? Come è la tradizione musicale lì? 2) C’è sicuramente una bella e variegata scena musicale, ci sono differenti realtà di diversi generi, con cui è sempre piacevole confrontarsi. Siamo legati alla Sardegna, senza dubbio la sentiamo “casa” pur consapevoli della grande necessità di doverla lasciare, in un modo o nell’altro. 3) Le vostre maggiori influenze musicali, artistiche, letterarie? 3) Veniamo tutti da differenti influenze musicali, ma ritroviamo in noi dei punti comuni, che si rifanno alla scena underground italiana, ma allo stesso tempo anche la scuola del punk anni settanta. 4) Qual è la storia della vostra creatura, Carne? 4) Carne è un disco che nasce un po’ di tempo fa, le registrazioni son state fatte nel dicembre del 2016, e dal nostro punto di vista appartengono al nostro primo periodo artistico. E’ stato registrato a Sinnai (CA) da Christian Mandas e Mattia Cuccu, amati e fondamentali fonici, che ci hanno permesso di trovare le soluzioni migliori per definire il nostro suono e le nostre idee. Dopo qualche peripezia abbiamo deciso di pubblicare il disco, autoprodotto e indipendente, accompagnato da un’opera di Tonino Mattu, apprezzabile in copertina. Ringraziamo molto Tonino, per averci prestato questa sua bellissima opera, siamo particolarmente felici di questa collaborazione. 5) Progetti futuri? 5) Abbiamo iniziato da poco tempo una campagna crowdfunding su MusicRaiser, per finanziare il nostro tour che avverrà questo inverno. Sarà la nostra prima esperienza fuori dalla Sardegna e faremo circa una decina di tappe nella penisola. Inoltre quest’estate saremo di nuovo in studio, per registrare qualcosa di nuovo, nuovi pezzi, nuovi […]

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Nella scena musicale napoletana: intervista ai Babël

Addentrarsi nella scena musicale napoletana vuol dire cogliere diverse sfumature, prestare attenzione a realtà emergenti e allenare l’animo a scorgere la bellezza nei meandri dei vicoli e del cuore pulsante del centro storico di una città multiforme. A farlo sono i Babël, gruppo musicale della scena napoletana, tra torri di Babele, progetti futuri e sogni. Abbiamo scambiato due parole con loro, raccogliendo la loro storia di vita, di scambi e di espressione poliedrica. Nella scena musicale napoletana: intervista ai Babël Grazie per la disponibilità. Mi piacerebbe cominciare con una domanda forse banale ma a tratti difficile: cosa vuol dire il nome del vostro gruppo, Babël? Il nome nasce in seguito a diversi eventi, tra cui la visione dell’ omonimo film di Iñarritu, che tratta il tema della vicinanza e della connessione tra le persone, al di là della distanza e delle barriere linguistiche. Evidenzia, inoltre, l’eventualità dell’esistenza di un invisibile filo che ci collega tutti per chissà quale motivo. Un’altra ragione risiede nel fatto che ognuno di noi proviene da realtà personali e musicali diverse, che però convergono e trovano ragione di essere ed esistere nello sviluppo di un’estetica il più possibile corale nella forma, ma unica nella sostanza e nell’obiettivo comune. Babël, in primo luogo, è un chiaro riferimento alla leggenda della torre di Babele, struttura imponente che fu costruita dagli uomini stessi per avvicinarsi a Dio e in secondo luogo come rappresentazione del caos che ne seguì. Il mito infatti parla proprio di una confusione linguistica vera e propria, di un misto di lingue che permette a ognuno di avere una propria identità. Non a caso, i nostri testi sono spesso in diverse lingue, proprio per rendere concreto il nostro concetto. Come è nato il vostro gruppo? Il nucleo dei Babël, ha origine dalle ceneri di un vecchio progetto in cui figuravano Andrea e Luigi, rispettivamente chitarrista/compositore e voce/paroliere. Babël ha quindi ereditati vecchi inediti riarrangiati in seguito, grazie a Luca (batteria e percussioni) e Gabriele (bassista/producer). L’attuale formazione, prevede anche Daniele, il nostro manager e responsabile della Comunicazione. Cosa ne pensate della realtà musicale napoletana? E quanto ha influito Napoli sul vostro sound? Parlare di una sola realtà musicale a Napoli è sbagliato e riduttivo, in quanto questa città sta vivendo una forte attenzione mediatica ed un ricambio generazionale sotto qualsiasi aspetto. D’altronde, la realtà musicale napoletana è estremamente complessa. Per quanto ci riguarda, non consideriamo minimamente l’aspetto “neomelodico” del termine e di ciò che può essere considerato il “lato oscuro” di Partenope. La musica oltre che essere intrattenimento è anche una forma d’espressione, ma vi è l’impressione che in alcuni ambienti si presti attenzione solo alla seconda, dalla serie “Suoni se porti gente e se fai guadagnare il locale”, spesso non avendo nemmeno un compenso, o percependone uno assolutamente minimo. Dal canto nostro, ci siamo sempre allontanati da questi personaggi e da chi c’è dietro. Di contro, ammiriamo e siamo estremamente affascinati da tutti i nostri colleghi “emergenti” e dalle varie organizzazioni musicali, in primis il […]

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Eduardo De Felice: quando la musica sogna un tempo che non c’è più

Dimenticate Coez, Calcutta, i Viito. Mettete pausa alla vostra playlist spotify Indie Italia. È pur vero che siamo nel 2018, epoca di autotune e della trap, ma esistono ancora oggi generi come il cantautorato italiano della vecchia scuola, che non smettono di combattere la loro battaglia contro il nuovo mondo musicale che li circonda. Eduardo de Felice ne è un esempio. Eduardo De Felice, un cantautore vecchio stampo Puntiamo il dito sulla scena napoletana, terra eterogenea che pulula di musica; a Napoli il genere cantautoriale continua a resistere e torna in auge grazie a De Felice, classe 1981, cantautore vecchio stampo, uno di quelli nati con i vinili di Battisti, cresciuto a pane e Dalla, innamorato del passato al punto da volerlo celebrare nel suo ultimo lavoro discografico: È così. Prodotto e distribuito dall’etichetta Apogeo Records, il lavoro di De Felice è accompagnato dalla produzione artistica di Gnut, cantautore acclarato della scena partenopea. Il disco si arricchisce di una copertina amarcord, in cui si tasta con mano il ricordo di Eduardo bambino, con una fetta di anguria tra le dita. Così come la fotografia di infanzia, immediato e semplice si presenta il disco È così: fin dal primo ascolto si percepisce la volontà di riportare in vita le sonorità degli anni ’70-’80 italiani, in un lavoro coerente a se stesso, proprio perché il sound retrò accompagna tutte le 11 tracce del disco. Il passato non piace a tutti, ma sicuramente Eduardo De Felice è un ottimo ponte di collegamento con il cantautorato che si ascoltava sul giradischi alla fine degli anni ’70: un farmaco da prescrivere ai nostalgici della musica che è stata. È così. Un’affermazione forte. Da dove nasce l’idea di chiamare l’album in questo modo? È nato proprio perchè volevo che l’album fosse racchiuso in una breve affermazione, in grado di rievocare la semplicità del disco. Inoltre “È così” richiama l’album di Battisti “È già”, quindi un valore aggiunto al titolo. Volevo che questo disco mi rispecchiasse del tutto, diversamente dal vecchio EP; avevo voglia di curare io ogni dettaglio, per creare un album che avesse il suono degli anni ’70-’80 italiani. L’idea era anche quella di fare il vinile, proprio per ricalcare il concetto ed il valore che ho dato al passato. Sei l’autore dei testi e compositore della musica dei brani presenti nel tuo album. Come nasce una tua canzone? Quali sono le tue ispirazioni? Riprendo le parole di Vasco: “Le canzoni nascono da sole, già con le parole”. A volte può capitare che inizi dal testo, altre dalla musica, certe volte anche testo e musica insieme. Il lavoro creativo può terminare in mezzo pomeriggio, o a volte ci vuole più tempo. Per quanto riguarda le ispirazioni possono essere fatti accaduti a me, episodi che mi riguardano indirettamente; basta anche una sensazione, una frase, un oggetto. Sarà il mio segno ziodacale, il Sagittario, ma sono una persona distratta, forse proprio per questo se qualcosa mi colpisce è perchè davvero mi interessa. L’idea del cantautorato anni ’70-80, […]

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Interviste

Simona Molinari, intervista alla cantautrice e musicista jazz

Maldamore è il singolo che anticipa il nuovo album di Simona Molinari, un progetto di inediti che presto vedrà luce. La cantante, napoletana di nascita, aquilana di adozione, questa volta canta tutto quello che viene racchiuso sotto la denominazione “amore”, ma che in verità amore non è. Da qui il titolo Maldamore, un singolo registrato a Roma presso l’Isola degli Artisti, con le sessioni della Big band e il missaggio effettuati a New Orleans. È un brano scritto a quattro mani dalla stessa Simona e da Amara, cantautrice toscana, appartenente alla stessa casa discografica della Molinari. L’esperimento coinvolgente di Simona Molinari consente di credere ancora che una musica sperimentale che combini il pop al jazz possa esistere, e soprattutto possa essere fruibile ad un vasto pubblico. Infatti grazie al sound ritmato e alla voce elegante dell’artista, un genere musicale ormai caduto in disuso nelle playlist, come il jazz o lo swing, riprende forza e vigore. Ecco l’intervista a Simona Molinari: A Marzo è uscito Maldamore, una canzone dal tono divertente piena di riferimenti sia alla quotidianità di tale sentimento, sia riferimenti in termini artistici. Come è nata l’idea di inserire stralci di brani appartenenti al cantautorato italiano come Gianna o Anna e Marco di Dalla? In realtà mi piaceva inserire una serie di citazioni, riprendendo gli innamorati della storia della canzone, proprio per far capire come tutti erano malati d’amore, o meglio quello che amore non è. Il brano è stato scritto con Amara, siamo amiche da una vita. Ci siamo conosciute durante il concorso del primo sanremo a cui ho partecipato; è un’ amicizia durata nel tempo, poi consolidata anche dal fatto che Carlo Varello è produttore di entrambe. Avevamo da tempo la volontà di scrivere insieme, questa è stata un’opportunità, che ci ha permesso di coniugare amicizia e professione. Immagino che questo primo singolo preluda un album nuovo. Quali saranno le novità di questo disco? Ci saranno collaborazioni? In questo momento sono alle prese con un film, la mia prima volta da attrice. Per questo motivo non si hanno date certe in merito all’uscita del disco. Non posso dire molto, se non che si ritorna agli inediti, con collaborazioni ed il mio mix di pop e jazz. Il jazz è un elemento imprescindibile, se si guarda alla tua carriera musicale. Ad oggi questo genere è definito di nicchia perchè ascoltato da pochi ed è necessario convertirlo in altre forme. Il tuo stile è possibile descriverlo come un ottimo connubio tra quello che è il pop, lo swing ed il jazz. Come hai lavorato per creare uno stile in cui ti identifichi e gli altri ti riconoscano? Nella prima parte della mia vita, credo di aver ascoltato molto. Sono stata a tanti concerti dal vivo e da ogni ascolto ho preso una caratteristica che mi piaceva. Un po’ come con le ricette in cucina, tanti ingredienti per creare una ricetta perfetta. Tanti spunti per creare una mia cifra stilistica. Quando hai capito che la musica sarebbe stata la tua strada? […]

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Interviste

Stefano Di Nucci racconta la sua Opera Postuma: “Elogio di una rinascita”

Dal 25 maggio è disponibile in tutti gli store e piattaforme streaming Opera Postuma (Giungla Dischi/Believe Digital), l’album che segna il debutto discografico del cantautore molisano Stefano Di Nucci. Il disco, contenente 10 tracce, è stato anticipato dal singolo “La Donna Eburnea”, in rotazione radiofonica dal 22 maggio. Le dicotomie di Stefano Di Nucci        Il cantautore molisano ama definire Opera Postuma un disco dicotomico, in quanto nell’album tutto è il contrario di tutto: l’inizio e la fine, il riso e il pianto, il bianco e il nero, la vita e la morte. Si tratta infatti di un album ricco di sfaccettature, di entità contrastanti che riescono a convivere tra loro, anche se con qualche difficoltà. Opera Postuma è un disco malinconico ma solare, aspro ma delicato. Musicoterapista di professione, cantautore per passione dal settembre 2013 – quando esordisce al concorso “Paint Your Voice” organizzato dalla Provincia di Campobasso – Di Nucci mostra ottime doti di musicista e autore e ci consegna un’opera interessante e originale, caratterizzata da sonorità e testi particolarmente ricercati che lasciano intuire il grande lavoro che c’è dietro questo disco di debutto, per il quale si è avvalso della collaborazione di Alberto Romano, Daniele Marinelli, Giorgio Lombardi e Marco Libertucci. Le musiche, che costituiscono la parte migliore dell’album, sono ben studiate e arrangiate. I testi, esilaranti e inconsueti, non sono mai banali. Di Nucci canta di amori finiti, di sentimenti, di musica, esprimendo ciò che ha da dire apertamente o tra le righe, con ironia, ma anche con un pizzico di cattiveria, con dolcezza ma al contempo con amarezza. Stefano Di Nucci parla della sua Opera Postuma: “il brutto che diventa bello”    Dopo aver preso parte all’iniziativa nazionale “Luigi Tenco, in qualche parte del mondo” nel 2016, l’anno successivo Stefano Di Nucci si aggiudica il primo posto della sezione “Nuove Proposte” al Premio nazionale Lunezia. A seguito della vittoria del Lunezia, il cantautore molisano avrà l’onore di aprire alcune tappe del tour estivo di Fabrizio Moro. Di questo e altro abbiamo parlato nell’intervista che segue. Come mai la scelta di dare al tuo primo disco il titolo di “Opera postuma”? Cosa puoi raccontarci di questo album? “Ci sono due motivazioni per questa scelta: la prima è che io lo trovo un titolo molto bello perché è molto brutto! È da quando sono piccolo che mi sento attratto dal concetto di “brutto”, sempre prendendo con le pinze il termine. Ad esempio adoro Bukowski, Carmelo Bene o la comicità di Massimo Ceccherini, perché credo siano capaci di mostrarti la miseria della persona facendolo bene. In questo modo il brutto diventa bello e lo trovo miracoloso. La seconda motivazione è che il titolo, seppure rimandi a un concetto di morte, è un elogio a una rinascita: se qualcuno è morto, quel qualcuno è il bimbo che è in me, quello che si porta con sé tanti errori fatti in passato che spero di non commettere più! Mi vedo cresciuto, rigenerato, quindi paradossalmente “Opera Postuma” è un messaggio positivo, felice. Generalmente il disco […]

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Concerti

Mimas Music Festival: intervista a Luciano Ruotolo

Dal 21 al 31 agosto, nell’isola di Procida, si terrà il Mimas Music Festival, un evento organizzato dall’Associazione musicale Mousikè, cofondata dal maestro di pianoforte Luciano Ruotolo, che vedrà piacevolmente impegnati studenti e studiosi dell’arte musicale. Il festival sarà articolato in giornate in cui sarà possibile apprendere da maestri di musica di fama internazionale, e suonare al loro fianco, in un percorso che non solo avrà per protagonisti giovani talenti, ma che darà anche la possibilità a quanti vorranno e potranno di perfezionare praticamente la loro conoscenza musicale. In occasione dei preparativi per il Mimas Music Festival, abbiamo intervistato il pianista Luciano Ruotolo, direttore artistico del Festival. Intervista al maestro Luciano Ruotolo Luciano, tu sei cofondatore dell’Associazione Mousikè e della Accademia Musicale Europea: vuoi parlarci nello specifico degli intenti di questi due progetti, delle iniziative promosse e delle manifestazioni culturali in cui siete impegnati? L’Associazione Mousikè è stata fondata con il Soprano Romina Casucci e nasce nel 2008 con lo scopo di creare un nuovo circuito musicale fondato sull’eccellenza e sulla valorizzazione di giovani musicisti, rendendoli protagonisti all’interno dello scenario nazionale ed internazionale attraverso l’ideazione di rassegne, laboratori, masterclass, corsi ordinari di alta formazione musicale ed è impegnata nella divulgazione della musica considerata come un mezzo necessario alla crescita ed alla formazione sociale. All’interno dello Splendido Palazzo Venezia Napoli, ex sede dell’Ambasciata Veneta nel Regno di Napoli, abbiamo fondato per questo scopo l’Accademia Musicale Europea. La volontà di essere protagonista, oltre che partecipe, di un lavoro che abbracciasse musica e canto a Napoli e che si spingesse fuori dai confini nazionali, mescolando antico e moderno, nostrano e straniero: come è nata l’idea e cosa ti ha spinto a portarla avanti? Sono profondamente convinto che la Musica detta ‘Classica’ ha una potenza in grado di arrivare a chiunque, senza differenze e Napoli è stata la culla della Musica e riferimento in tutto il mondo. Vogliamo riportare la nostra realtà al livello che merita mettendo tutte le nostre capacità al meglio. Il Canto è la prima forma di Musica che ognuno di noi attua, non a caso la grande scuola pianistica Napoletana nasce da L’Arte del Canto applicata al Pianoforte di S. Thalberg. Questi sono stati i primi due grandi binari dai quali è partito il nostro progetto. L’occasione per questa intervista è nata in seguito alla notizia dell’organizzazione del Mimas Music Festival: quali sono i punti salienti dell’evento e come si articolerà nello specifico? Prima di tutto voglio esprimere la mia gioia per questo progetto perché amo particolarmente Procida, sede del Festival. Il titolo “Mimas” l’ho scelto per richiamare l’origine primordiale e mitica dell’isola rievocando il Titano sepolto nella leggenda a Procida. Abbiamo proposto la collaborazione all’Amministrazione di Procida trovando un entusiasmo particolare che ci ha portato a creare questo momento insieme; voglio ringraziare l’Assessore Nico Granito ed il Consigliere con delega al Turismo Giovanni Scotto di Carlo per la grande disponibilità. Il Festival si svolgerà dal 21 al 31 agosto con Maestri e studenti provenienti da diverse parti del Mondo, […]

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Interviste

Gabriella Martinelli: quando la musica non si piega alle regole

Sorprendente al primo ascolto, convincente al secondo. Sorprendente e convincente: sono questi i due aggettivi che si attribuiscono all’ultimo lavoro di Gabriella Martinelli, cantautrice, pugliese d’adozione; un album auto-prodotto che non cede alle regole del mercato, ma si piega soltanto all’istinto musicale. Parlo di istinto proprio perché è questo il fulcro del disco della Martinelli, intitolato La pancia è un cervello col buco. Convivono diversi generi musicali, ma spicca l’amore per il cantautorato italiano, attraverso testi che riprendono vocaboli caduti in disuso, qui invece messi in risalto grazie ad una scrittura brillante che si sposa con una voce piena di armonici ed estremamente intonata. Nell’era dell’autotune, Gabriella Martinelli dà spazio al suo timbro, giocando con diversi stili musicali, dal reggae del brano omonimo al disco, alla ballad La vagabonde. Tra scrittura e vocalità permane il carattere fresco e pulito, peculiarità della cantautrice. Otto tracce che delineano svariate figure femminili: irreali come Casimira, primo brano dell’album;  sono presenti anche riferimenti a donne che hanno fatto la storia e donne che circondano la quotidianità dell’artista. Donne rappresentate nel disco dall’artista Pronostico, creatore della copertina dell’album. Sicuramente è un disco lontano dal mainstream, più vicino alle dinamiche del cantautorato di nicchia, ma fruibile a tutti gli ascoltatori interessati a ciò che differisce dalla solita forma canzone. Questa è la nostra intervista. Gabriella Martinelli, l’intervista La pancia è un cervello col buco: dove nasce l’idea e l’esigenza di raccontare soprattutto figure femminili? Ho ritrovato tra i miei appunti alcune storie di donne ed ho cercato altre storie femminili che convivessero bene tra loro. La prima che ho scritto è la storia di Erika, “La pancia è un cervello col buco”, brano che dà il nome al disco e che tra l’altro ho presentato al premio Bianca D’Aponte ancor prima d’immaginare che sarebbe poi nato questo progetto. Sono storie di donne che effettivamente appartengono alla mia vita, come la mia terra, la Puglia, così come nonna e le donne della famiglia. Ci sono personaggi di fantasia come Casimira; attraverso di lei e le allegorie cerco di raccontare l’altro. Poi c’è Jeanne Baret, la prima donna che ha circumnavigato il globo e lo ha fatto travestita da uomo per seguire l’uomo che amava, perché alle donne a quei tempi alcune libertà non erano concesse. Sono personaggi positivi, coraggiosi. È un disco d’istinto, registrato in presa diretta, con la voglia di essere suonato in giro il più possibile. Il disco e autoprodotto, un lavoro coraggioso quello di essere cantautori oggi… Si, forse questo lavoro è una scommessa ma spero ci siano persone che possano ritrovarsi in quello che scrivo. Autoprodurre un disco è una scelta non legata ai meccanismi del momento, perché senza tempo e senza condizionamenti. Voglio scrivere canzoni nelle quali posso riconoscermi nel tempo. Autoproduzione significa anche scegliere la squadra giusta: ho scelto di attorniarmi di professionisti che credessero in questo lavoro tanto quanto me, promuovendolo con entusiasmo: a partire dal mio ufficio stampa, Chiara Giorgi; Adriano e Federica che curano la comunicazione sui social e […]

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Interviste

Essere Enzo Savastano, alla scoperta del maestro neomelodico

Abbiamo intervistato Antonio De Luca, l’uomo che offre voce e sembianze a Enzo Savastano, il languido cantante neomelodico, munito di occhiali da sole, che ha conquistato il web con la sua passionalità e le sue storie surreali. Durante una lunga ma estremamente piacevole chiacchierata telefonica, Antonio ci ha raccontato di questo progetto nato insieme all’amico Valerio Vestoso. Un personaggio nato per gioco e curato nei minimi dettagli, che non si rifugia nei tormentoni o nel semplice scimmiottare i cantanti neomelodici, ma che costruisce una sagace ironia, offrendo ai fan una nuova liturgia, un immaginario attraverso il quale guardare il nostro paese. Uno degli aspetti più belli dell’essere Enzo Savastano, come racconta Antonio,  è che proprio tutti stanno al gioco e si offrono discepoli al suo cospetto. Lui è pronto ad accoglierli, a tendergli la mano: “Io sono con voi” dice loro, proprio come il titolo del suo album pubblicato il 10 Maggio. L’album segna l’incarnazione del Verbo, surreale e grammaticalmente incerto dei suoi post su Facebook,  in Uomo.  Con grande ironia e disponibilità, ci spiega la genesi del personaggio e del disco che racchiude al suo interno tanti generi: dalle sonorità tipicamente neomelodiche al neapolitan power di Pino Daniele, passando per il reggae  e le tendenze minimaliste dell’indie. Ecco a voi l’intervista. Essere Enzo Savastano, intervista ad Antonio De Luca Come nasce il progetto Enzo Savastano? Questo progetto nasce da un’estate vuota di due individui sconosciutissimi che si chiamano Valerio Vestoso e Antonio De Luca. Abbiamo sempre avuto, un po’ per cultura pop comune, un po’ per provenienza perché siamo entrambi di Benevento, un’attrazione per il mondo neomelodico. Non come fruitori ma come curiosi. Io ho sempre scherzato scimmiottando il modo di cantare dei neomelodici e lui ha sempre avuto una grande capacità di scrittura e di immaginazione. Così, tra uno scherzo e l’altro, è nata l’idea di mettere su un finto neomelodico. Dopo Mannaggia ‘a marozzi, la prima canzone di Savastano scritta da Valerio, abbiamo iniziato a lavorare sulla costruzione del personaggio che è nato senza alcuna pretesa, senza alcuna sponsorizzazione e senza dirlo a nessuno soprattutto. Il primo anno infatti eravamo completamente celati. È nato per gioco, volevamo semplicemente divertirci a impersonare un neomelodico finto. Poi però la cosa è diventata abbastanza seria, avete pubblicato un album! Abbiamo iniziato ad avere consapevolezza che questa storia non facesse ridere solo noi quando il 3 Gennaio del 2015 provammo a fare il primo live in un locale che, a Benevento, è un punto di riferimento per la musica, il Morgana. Convincemmo i proprietari e chi gestiva la direzione artistica a fare il primo live di Enzo Savastano. Fu un successo non immaginato francamente. Poi Una Canzone indie ci ha aperto le porte al panorama nazionale e alle grosse visualizzazioni. Gli artisti veri hanno avuto il piacere di suonare con Enzo Savastano: Brunori Sas, Calcutta, Daniele Sepe, Stefano Bollani. Focalizzandoci invece sull’album, la prima cosa che mi ha colpito è la copertina che è quella del libro solitamente utilizzato al catechismo,  ma […]

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Intervista all’attore dei video di Liberato, Adam Jendoubi

Adam Jendoubi, abbiamo fatto due chiacchiere con lui sul fenomeno Liberato e su i suoi progetti futuri.  Cade ‘ngopp”o golf’ ‘na stella/ Chiove ‘ngopp’a Procida/ E tu t’e scurdat’ ‘e me/ Guarda ‘e fuoche abbascio Furcell’/ Chiove ‘ngopp’a Nisida/ E tu t’e scurdat’ ‘e me… Una Napoli malinconica, mistica e un po’ barocca. Rovine, tramonti violacei e amori sfumati come la linea labile che trema all’orizzonte del mare. Un golfo che profuma di stelle e nostalgia, l’acqua  porta a riva salsedine e rimpianto. Scogli, onde, sprazzi di ricordi e memorie. Gli occhi profondi di un ragazzo, che scrutano l’orizzonte con espressività e profondità. Sono gli occhi di Adam Jendoubi, il protagonista di tre dei video di Liberato: Tu T’e Scurdat’ ‘e Me, IntoStreet e Je Te Voglio Bene Assaje. I suoi lineamenti così particolari, lo sguardo lucido e misterioso e l’espressività che ricorda i quadri degli scugnizzi di Vincenzo Gemito, hanno stampato Adam Jendoubi nella memoria degli ascoltatori e spettatori dei video di Liberato: Adam è la rappresentazione della gioventù verace, istintiva e libera, il ragazzo che vive il suo amore sullo sfondo di Marechiaro e Mergellina, che sfreccia per il grande corpo di Partenope col suo motorino, che ama in quel modo puro e senza riserve che crea una stretta allo stomaco anche agli adulti più disincantati, che forse hanno dimenticato le emozioni più violente dei primi amori, quando anche solo un bacio rubato alla ragazza amata o una delusione, bastavano a toglierti il sonno e a farti rigirare tutta la notte tra le coperte, guardando il soffitto con gli occhi sbarrati. Adam Jendoubi è riuscito, col suo corpo e  l’espressività autentica del suo viso, a dare una fisicità tangibile ai video di Liberato, a diventare simbolo inconsapevole dell’istintività e della bellezza giovanile, quella che ti porta a legare l’intimità del vissuto con la scenografia eterna di un teatro a cielo aperto come il grande corpo di Napoli. Abbiamo incontrato Adam Jendoubi, per ascoltare la sua storia. Ci si presenta: alto, sorriso luminoso, gentilezza ed educazione esemplari, simpatia e risate. Abbiamo trascorso un bel pomeriggio in sua compagnia, ascoltando la sua storia nel centro storico di Napoli, tra l’arte e la bellezza della città, e ne è scaturita  una piacevole e interessante chiacchierata. Adam Jendoubi si racconta a Eroica Fenice Ciao Adam! Grazie di essere qui con noi! Innanzitutto, parlaci un po’ di te. Chi sei, cosa fai nella tua vita, quali sono le tue passioni. Sono nato a Forcella, ho quasi 18 anni, li compio tra un mese. Mi è sempre piaciuto recitare, ma ho sempre saputo della difficoltà dell’entrare in questo campo: nonostante ciò, ci ho sempre provato e ho sempre puntato al massimo. Per fortuna il regista Francesco Lettieri mi ha notato e mi ha permesso di fare questi tre video per Liberato. Come ti ha notato Lettieri? Parlaci dell’inizio della tua avventura con i video di Liberato. Direi che è stato per puro caso: Lettieri aveva contattato due miei amici, che sarebbero quei due gemelli […]

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