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Eroica Fenice

Francesco Vaccaro

Francesco Vaccaro inaugura la mostra personale “Nient’altro che storia”

Venerdì 28 settembre 2018, nelle sale della Biblioteca della Società di Storia Patria al Maschio Angioino, è stata inaugurata la mostra personale di Francesco Vaccaro dal titolo “Nient’altro che Storia” a cura di Alessandra Pacelli. Nelle sale della biblioteca, in un tour tra letteratura e fotografia, lettere e immagini, tra la sontuosa fragranza della carta ingiallita e il forte odore di legno antico, si respira la storia, si respira l’arte. La mostra si terrà fino al 3 novembre.

Con il tocco vivido del suo scalpello, l’artista estrapola da un blocco di marmo la sua opera, nascosta tra le crepature della pietra, intrappolata, prima ancora, all’interno di montagne di pietra di una cava, come un’anima pura, ancorata alle costole della terra. Lì prende forma, mentre aspetta di urlare il suo grido da nascituro, aspetta di sgorgare in tutta la sua brillante vitalità di anima intrappolata.

Tutto il lavoro artistico di Francesco Vaccaro nella sua mostra personale ha questo costante rimando all’atto della estrapolazione. Le anime vaganti di spiriti puri in questo caso sono le parole taglienti, evocative, immateriali; il corpo di marmo invece sono i romanzi, le pagine scritte, le storie narrate, contenitori di segni, simboli, aleatori, se presi a sé stanti. In un crogiolo di impasti di materiale fotografico, audiovisivo, espositivo, l’artista cerca di donare un corpo alle parole, a frammenti di frasi scritte, impastando con le mani nell’argilla fresca di romanzi brulicanti, fino a raschiare il fondo dei loro sensi, quasi a creare teste di fonemi e corpo di consonanti e vocali. Le parole assumono forma, cercano di divenire emozione pura e assoluta: le parole, che nel loro insieme di suoni assumono senso, concetto e sensazione, si evolvono in corpo materiale, cercano di urlare i loro spiriti con materia tattile; divengono fonemi che emanano sonorità brillanti, quasi da acchiappare anche con gli occhi.

“Nient’altro che storia”, Parole-corpo di Francesco Vaccaro

Francesco Vaccaro interroga l’atto della scrittura. Scavare all’interno del linguaggio, come un aratro in uno smottamento di un terreno fertile nel suo costante rinvangare tra una miriade di parole magmatiche, è la ricerca di  granelli aurei con la quale incastonare sillabe evocative, donatrici di emozioni, memorie di passati trasfigurati. Il costante lavoro di tessitura del testo può avere carne ed ossa, può divenire sostanza di legni che portano impressi parole di cui sono portatrici, deve esimersi dal silenzio generatore, che è l’orto dove seminare frammenti di sillabe.

Le parole, estrapolate dal contesto testuale, vengono rigettate dai fogli dei libri in cui erano contenute e, attraverso delle stampe laser su carta, si incarnano in blocchetti di legno, costituiscono pezzi di frasi, nascoste tra gli angiporti degli scaffali, incastonate tra i tomi antichi della biblioteca, come pezzi di iceberg in un mare di carta e simboli in un dialogo attraverso il tempo. Frasi e titoli di romanzi minori del Novecento, frammenti di testo, escono fuori dalla dimensione di immaterialità, vestono panni diversi, divengono emozione tattile, hanno l’ambizione di sostenersi in un altro corpo, rimanendo nella loro classica forma di parola, ma assurgendo a segni concreti, in una spazialità differente, divenendo emozione pura all’interno di una narrazione storica.

Queste parole-corpo, unite a fotografie, sono rimembranza, frammenti di ricordi, bagliori di luce intensa nello sfondo brulicante di una memoria collettiva e storica. Momenti di vissuti collettivi, rimembranze personali, schegge di parole fossilizzate e corpi stracciati di libri antichi si mescolano in un unico sangue che ribolle e schizza furente, colmo di vivide botte di pura emotività e che scorre nelle vene di uno dei corpi, fatto di ricordi fotografici, immagini di visi sfuggenti e sfigurati da foto in movimento, emerso da quell’infinito oceano della storia di un marasma di memorie collettive.

“Metti la pentola e accendi il gas”, “Recuperare la scarpa nella bocca dello squalo e andare in America”, “Qui sto senza paesaggio”, sono alcuni dei titoli delle installazioni nella sala grande che sono portatrici di parole, evocano già dal titolo momenti di vita, eventi quotidiani che l’artista recupera dai ricordi, dalla storia e li scongela dal freddo delle pagine e li porta in una dimensione materiale, quasi a rivitalizzarli di sensazioni ed emozioni da sradicare nel terreno dell’oblio.

In un percorso ben delineato, l’artista ci introduce nella sua mostra iniziando con delle piccole installazioni, con un video di 3’47” in loop intitolato “Che tu sia per me il coltello”, che riprende lo smottamento continuo del terreno di un aratro, metafora dello scrivere, come un continuo rinvangare nei meandri oscuri della memoria e dell’inconscio. Poi a scandire il tempo dell’insieme di tutto ciò è l’installazione “Non è dato sapere con le parole” che posto di fronte all’installazione “Dalla finestra ti vedo” (un omaggio agli autori del Novecento), in uno dei lati della sala grande, è la rivelazione di questo magmatico processo di rifocillamento di emozioni, di vivido strappo di eventi, scollati dalla storia e dalla carta stampata: dunque è doveroso affermare che non è dato sapere realmente con le parole il vissuto, che ora viene riproposto in parole-corpo. Non è dato sapere con le parole perché in questo ambizioso processo creativo di Francesco Vaccaro non abbiamo che aggiornato il presente con fatti ed eventi, rispolverati e presi dal passato e da memorie storiche e personali; abbiamo fatto, dunque (con un titolo che riprende un libro di Giuseppe Galasso) “Nient’altro che Storia”.