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Eroica Fenice

Decameron

Il Decameron di Franco Cutolo a San Domenico Maggiore

Il Decameron di Franco Cutolo va in scena nei giardini del Convento di San Domenico Maggiore: il regista, con la collaborazione dei Li Febi Armonici, ci propone un pastiche del Decamerone di Boccaccio. Cutolo, già cimentatosi egregiamente ne L’Inferno Napoletano, con un Dante in dialetto, questa volta prende spunto dall’altra “corona” Fiorentina, Boccaccio, usando la sua opera più nota come pre-testo, per un viaggio attraverso l’Italia. Le trame delle Novelle del Boccaccio sono, così, solo un escamotage per portare in primo piano e narrare quelli che sono lo sfondo geografico e l’ambiente culturale e linguistico delle Novelle stesse.

Il Decameron di Franco Cutolo, tra narrazione e dialettica dei dialetti

Le Novelle vengono incrociate e snodate, in un gioco di intrecci, volto a mostrare, in sostanza, come la Napoli trecentesca -tra  i dialetti espressi, spicca maggiormente quello napoletano- non fosse poi così diversa da quella odierna. La prima Novella è quella di Andreuccio da Perugia, che viene da un paese “dove le stagioni sono scandite dal canto degli uccellini” e si ritrova spaesato nel rumoroso e teatrale mercato napoletano. Proprio nel mercato la scena si apre con un’indovina adornata di carte napoletane, un venditore di ricotta di fuscella, mercanti e urla. Andreuccio viene preso di mira, poiché da subito si mostra per la sua ingenuità, e  sbeffeggiato per il suo strano dialetto. Il protagonista della novella, com’è noto, sarà poi fregato dall’astuzia di Rosolina che, fingendosi sua sorella, lo deruberà con l’inganno. Ed è proprio la dialettica dei dialetti la componente importante dell’opera. Il gioco-scontro di dialetti che si intrecciano, infatti, fa sì che ad intrecciarsi siano le diverse parti d’Italia.

Nella seconda parte dello spettacolo la scena, invece, si apre con il monologo desunto dalla Novella di Lisabetta da Messina, che lamenta il dolore per la morte del suo amante Lorenzo, ucciso dai suoi fratelli, del quale lei ne tiene la testa priva di vita in un vaso di Basilico, su cui versa amare lacrime. Ella, vittima della gelosia dei fratelli, denuncia la condizione delle donne costrette a vivere schiave delle dure convenzioni sociali dell’epoca. Un’epoca che non sembra poi così lontana dalla nostra. Ricordiamo, inoltre, che destinatarie dell’opera del Boccaccio sono proprio le donne, come l’autore afferma nel Proemio. E non è un caso che, nella seconda parte, il regista si soffermi proprio sulle figure femminili, infatti, alla Novella di Lisabetta si lega quella di Calandrino, ove spicca il personaggio di sua moglie, interpretata magistralmente da Maria Del Monte. Calandrino è un personaggio realmente esistito, presente anche nelle Novelle di Sacchetti, e rappresenta proverbialmente il popolano rozzo e credulone. La rozzezza e l’ingenuità di Calandrino sono sottolineate dalla moglie, la quale non riesce a sopportare la stupidità del marito: da qui si aprono scene di battibecchi e giochi linguistici che danzano sulla lingua napoletana. Un duetto che, con effetti di distorsione e rovesciamento della realtà, pone la realtà stessa ancor più in evidenza. Nella sua estremizzazione buffa, la realtà si palesa.

Il Decameron di Franco Cutolo risulta un’opera divertente accompagnata da soavi chansons che, seppur poggi su un autorevole impalcatura, viaggia leggera sull’agilità linguistica degli attori, capaci di districarsi nel vasto repertorio dei dialetti d’Italia. Una ballata popolare che scintilla e comicizza la quotidianità trecentesca che tanto lontana da noi poi non è.

Antonio Setola