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Eroica Fenice

Banlieues e rivolte: cronistoria di una sopraffazione

Banlieues e rivolte: cronistoria di una sopraffazione

Banlieues, la rivolta del “ghetto”

Il termine banlieue non ha un’origine chiara, ma sono due le possibili etimologie: la prima è collegata al significato letterale di ban, «potere di amministrare» e lieu, luogo.
La seconda, invece, fa risalire l’origine del termine alla «messa al bando» dal centro della città degli individui più poveri e ritenuti  pericolosi.

Questa seconda ipotesi fa pensare al modello spaziale dell’odierna Parigi, ideato da  Georges Eugène Haussmann: il primo a concepire un piano regolatore generale urbano realizzato fra il 1852 e il 1896, durante il governo di Napoleone III. Un innovatore che però si disinteressò assolutamente della questione sociale.

La sua azione vide lo sventramento di quartieri popolari considerati insalubri, la creazione di boulevards che cingono la Cité, l’edificazione di palazzi e teatri, caserme e carceri. Il programma di Haussmann, fra apertura all’etica borghese e l’entrata del capitalismo nelle strategie urbane non nasconde, tuttavia, le finalità di controllo poliziesco e sociale.
Le pesanti critiche mosse soprattutto da Lefebvre, hanno interpretato lo sventramento dei quartieri operai come l’espulsione delle «classi pericolose» dal cuore di Parigi, respinte ai margini della città.

Anche nelle città coloniali francesi le esperienze urbanistiche furono caratterizzate dalla teoria della separazione, il cui fautore fu Hubert Lyautey. Si trattò di separare fisicamente i coloni, residenti nelle cosiddette villes neuves, dalla popolazione autoctona, residente nelle cité indigènes. Tale sperimentazione di segregazione è all’origine delle bidonvilles che accoglieranno il neo-proletariato autoctono urbano.

Al tempo della decolonizzazione, le medesime dinamiche si sono prodotte in una Parigi divenuta metropoli migrante.

Le masse di immigrati provenienti dalle ex-colonie dell’Africa settentrionale e occidentale furono ben accolte come manodopera necessaria. Durante gli anni ‘60 furono costruiti appositamente per loro casermoni residenziali temporanei lontani dal centro città: una periferia della periferia.

Queste abitazioni, però, divennero dimore definitive che oggi conosciamo come banlieues. Un ghetto che è prodotto della metropoli migrante e ad essa si contrappone spazialmente e concettualmente come città aliena e alienata, simbolo del degrado e fucina di criminalità.

Banlieues: all’origine della collera

Le rivolte del 2005 in Francia furono preannunciate dagli eventi degli anni Settanta e Ottanta.

La crisi energetica nel 1973 ed il consequenziale aumento della disoccupazione contribuirono allo sviluppo di un senso di disperazione ed assenza di legalità.

Durante la fine degli anni ‘70 e l’inizio degli anni ‘80 i ripetuti scioperi dei lavoratori, in gran parte persone abitanti delle banlieues, rallentarono l’industria automobilistica francese, della quale gli stranieri erano un quarto dei lavoratori.

Nello stesso periodo, durante le presidenziali del 1981, ebbe origine il movimento dei beur (che, nel gergo verlan, significa “arabo”): i giovani migranti sostennero in modo travolgente la candidatura di Mitterand. Quest’ultimo, però, non mantenne le sue promesse in merito alla regolarizzazione, così, ebbero luogo numerose manifestazioni di protesta volte a affermare l’identità e lo spazio dei migranti all’interno della società.

Molti dei quartieri che furono il centro dell’attivismo dei beur negli anni Ottanta, sarebbero stati sconvolti dalle rivolte del 2005.

Nell’ottobre e novembre di quell’anno furono distrutte 9200 autovetture e ci furono 2888 arresti. Allo Stato, che aveva addirittura dichiarato l’état d’urgence, tutto questo costò ben 200 milioni di euro. I disordini rivelarono la portata di un malessere creato dall’incapacità francese di incorporare i giovani alienati d’origine migratoria.

Le proteste furono interpretate – male – dai media come un’intifada religiosa nelle banlieues, ma le loro radici non erano da ricercare nell’Islam, bensì nei fenomeni di esclusione socio-economica ed etnica tra loro connessi, che sono fattori, come abbiamo visto, di lungo periodo.

Gli stessi legati alla nascite delle bande all’interno dei ghetti, l’unico modo in cui i giovani abitanti dei sobborghi hanno conosciuto il senso dell’appartenenza, raccontandolo attraverso il rap, dando occhi e parole ai muri attraverso i graffiti.

Rivolte urbane del 2005: dalle banlieues allo stato di emergenza nazionale

Le cause contingenti dei disordini consistevano in una serie di incidenti che accesero un’ira vecchia come la disperazione.

Nell’aprile 2005 un fatale incendio a l’Hotel Paris-Opéra, un grande edificio ospitante persone in precarietà economica, uccise 25 persone, di cui la maggior parte migranti.
Nello stesso periodo, il governo francese cancellò molti programmi sociali attivi dagli anni Novanta.
Poco prima delle rivolte, l’allora ministro degli interni Nicolas Sarkozy si riferì agli abitanti delle banlieues con l’appellativo di «racailles» (fecce).
Due giorni dopo, due adolescenti morirono a causa di una scarica elettrica mentre si nascondevano dalla polizia.

Non vi erano motivazioni di origine religioso, le rivolte ebbero come protagonisti giovani comuni, infuriati per la loro situazione e le continue vessazioni da parte della polizia.

Ciononostante, fin da allora, l’Islam è visto come la più grande sfida allo stato-nazione, una minaccia, non solo ai valori della repubblica, ma alla sua sicurezza.

Si è così avviato un processo in cui i nativi si percepiscono invasi, o addirittura sotto assedio, privati dei loro presunti diritti di nascita, mentre la periferia è divenuta il baluardo invalicabile che preclude qualunque possibilità di emancipazione sociale.

Non ci sono stime ufficiali sul numero di morti per mano della polizia nelle banlieues francesi. Le cifre riportate da Amnesty International parlano di 182 vittime dal 2005 al 2015, di cui la maggior parte sono ragazzi dai 14 ai 25 anni.
Questo senza contare gli innumerevoli abusi commessi da parte della polizia nei confronti dei banlieuesards: l’ultimo, che ha scatenato ulteriori rivolte durante lo scorso febbraio, è stata la sodomizzazzione da parte di un poliziotto di un ragazzo di 22 anni.

E, mentre i quartieri borghesi si indignano, ipocritamente rifiutando la presenza dei banlieusards in città,  nelle banlieues la rabbia del futuro negato cresce nell’abiezione mortificante del passato e del presente.