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Eroica Fenice

Blue Whale Challenge: quando il suicidio diventa social

Che cosa spinge l’essere umano a commettere atti irrimediabili? Davanti a eventi tragici la prima domanda è questa.

La natura dell’uomo è violenta e violente possono essere le azioni che compie. Viviamo in un momento storico difficile, ma non è stato l’unico. Le nostre giornate sono accompagnate da episodi di violenza, per lo più raccontateci dai media e da internet; i nostri collegamenti sul mondo raccontano per la maggior parte notizie terribili e questo è avvilente.

L’unica cosa a cui non c’è rimedio è la morte” Quanto è vera questa frase.

157: questa cifra oggi sicuramente vi dirà molto. Centocinquantasette sono le vittime contate, le morti della Blue Whale Challenge.

Il nome Blue Whale Challenge ha origine dal fenomeno dello spiaggiamento dei cetacei: arenati sul bagnasciuga, si lasciano morire. Questa è l’ennesima sfida che gira sui social e che impegna ragazzi, per lo più adolescenti, a commettere atti pericolosi e autolesionisti come i selfie scattati in situazioni pericolose, il darsi fuoco davanti ad amici oppure scolarsi una bottiglia intera di super alcolico. Tutte situazioni paradossali alle quali tanti ragazzi si sottopongono.

Ma come nascono queste idee? A chi verrebbe in mente di infliggersi così tanto dolore?

É una domanda alla quale non si riesce a trovar risposta.

Tornando alla Blue Whale Challenge, essa nasce in Russia intorno al 2013 sul Vk (il Facebook russo).

Si tratta di profili falsi che invitano giovani a giocare con loro, sottoponendoli a delle sfide sempre più dolorose e difficili. Al di là delle regole che girano e sulle quali non si ha certezza assoluta che siano vere sapere che la conclusione è quella di gettarsi giù dal palazzo più alto della città è eloquente.

Domenica 14 maggio è stato mandato in onda il servizio de Le Iene sulla Blue Whale Challenge: trenta minuti di strazianti immagini, madri in lacrime e ragazzini che si buttano giù.

La cosa che lascia più perplessi è la facilità con cui ci si lasci andare al vuoto, senza possibilità di risalire. C’è da chiedersi: è davvero così facile compiere atti così estremi? Cosa ha spinto 157 ragazzini a porre fine alla loro breve vita?

In vari articoli si è parlato di istigazione al suicidio, disperata ricerca della popolarità e desiderio di essere idolatrati. Ma davvero siamo arrivati a questo?

Philipp Budeikin, ex studente di psicologia, è stato arrestato qualche giorno fa con l’accusa di istigazione al suicidio. A lui si attribuiscono le morti di 16 ragazze poiché questo giovanotto di 22 anni faceva parte del gruppo dei “curatori”, ovvero tutor che seguono i partecipanti del gioco fino alla cinquantesima regola. A quanto si evince da Google questi non si sarebbe sentito colpevole di tali morti in nessun modo: per lui si tratta solo di ripulire la società dagli inetti. Ci ricorda qualcosa?

Quanto ancora dovremo sentir parlare di personalità che credono di poter decidere della vita altrui?

Questo “gioco” induce al suicidio facendo leva sulle qualità psicofisiche di un soggetto definibile come influenzabile e debole e le regole imposte hanno come risultato quello di rendere il partecipante una sorta di “zombie” disposto a fare tutto, spesso anche perché ricattato, e tutto questo senza che i parenti se ne accorgano e davanti al silenzio degli amici.

Ma ciò che è ancora più terrificante è la facilità con cui si può incontrare un fenomeno di questa portata, ovvero attraverso un portale comune e diffuso come quello dei social network, Zuckerberg & Co. 

Questo è l’ennesimo episodio di violenza, di cyberbullismo: quante vittime dovranno esserci ancora prima di agire?

Ogni giorno c’è chi lotta per la vita e chi la perde per scelta e non. Sulla scelta di mettere fine alla vita l’Essere Umano oggi più che mai si interroga.

Naomi Mangiapia

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