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Eroica Fenice

Bullismo e cyberbullismo: io so, io vedo e agisco

Gli hanno affibbiato tanti di quei nomi che alle volte è difficile ricordare cos’è realmente, l’hanno chiamato violenza nei casi più estremi e litigi tra coetanei nei casi più assurdi. C’è addirittura chi per scrollarsi le responsabilità di dosso l’ha chiamato normale litigio tra coetanei, qualcosa di ‘fisiologico’ quindi, di cui nessuno dovrebbe preoccuparsi, poiché è con la preoccupazione che ‘il normale litigio’ diventa ‘problema’. Ma questo fenomeno ce l’ha, un nome, ed è bullismo.

Un nome brutto, che evoca immagini fastidiose, addirittura cruente, ma come possiamo sperare di combatterlo se ci ostiniamo persino a cambiargli nome? A fingere di non vedere e non sapere?

Succede quando meno te l’aspetti: sei tra coetanei, magari sei a scuola, seduto al tuo banco, e un gruppetto di persone che conosci ti avvicina, ti chiede com’è che hai messo in testa quel cappellino di lana fuori moda, tu scrolli le spalle, ti gratti il capo con un pizzico d’imbarazzo, dicendo che a te quel cappellino piace; partono allora risatine sommesse, qualche frase al gusto di scherno le correda e qualcuno ti strappa via il cappellino e lo lancia a qualcun altro. Ti succede la stessa cosa il giorno dopo e il giorno dopo ancora, fino a quando smetti di indossare il cappellino di lana che ormai detesti. Ma ti accorgi ben presto che a quel gruppo di ragazzini che divide l’aula e le giornate con te sei tu a non andare bene: e un giorno si burlano della tua voce e un altro giorno del tuo taglio di capelli e poi del tuo nome e poi del modo in cui scrivi e poi… e poi si burlano di te. L’incubo che non conoscevi si presenta, t’assorbe e ti schiavizza; non più sorrisi sul tuo giovane volto, ma solo il costante timore d’essere sbagliato, un timore che genera vergogna e paura: paura di denunciare quei soprusi, vergogna di confidarli a qualcuno. Paura e vergogna. Vergogna e paura. Non lo capisci mica, che non sei tu a essere sbagliato.

E la società delle persone perbene cosa fa dinanzi a queste storie, quando finalmente vengono allo scoperto? Ovvio, no? Si professa offesa, schifata, ma – e qui a me sfugge una bella risata – sinceramente sorpresa. Sorpresa! La società benpensante si dice sempre sorpresa quando situazioni del genere saltano fuori, quando uno tra i tanti ha il coraggio di denunciare: è sorpresa la maestra delle elementari – lei mica poteva saperlo, che un alunno della sua classe era vessato dai compagni! –, è sorpreso l’insegnante delle classi medie e liceali – è talmente assurdo pensare che in quel bagno picchiavano il suo studente! –, sono sorpresi tutti, perché è meglio dirsi sorpresi, che indifferenti.

Il bullismo è un fenomeno reale, che esiste anche se la società gli affibbia un altro nome, e a nutrirlo è proprio l’indifferenza dei tutti che circondano quei bambini e quegli adolescenti che sono schiavizzati dal mostro con troppe teste.Ed è questo che spaventa, spaventa che proprio chi avrebbe bisogno di aiuto e supporto diviene invisibile: nessuno vede, nessuno sente e, di conseguenza, nessuno agisce. Ad oggi, nell’era dei social network, anche il bullismo si è evoluto, mutando forma, ma non sostanza; lo chiamano cyberbullismo e tutti ne abbiamo sentito parlare. Il cyberbullismo popola, com’è intuibile, le piattaforme sociali interattive: dal celeberrimo Facebook all’immediato Twitter, passando per il curioso Ask.

Il dramma di questa nuova forma di violenza è nella platealità: siccome tutti sanno cosa succede sui social network, il tuo ‘sfigato’ cappellino di lana non è più ‘una vergogna’ che resta nella tua classe, è ‘una vergogna’ di dominio pubblico: grazie a quel pettegolo del web tutta la tua scuola – e magari anche chi lì dentro non ci ha mai messo piede – sa che sei tu a indossarlo. Una prospettiva terrificante se si fa lo sforzo d’immaginarsi nei panni del giovanissimo col cappello di lana. Terrificante, insostenibile per la maggior parte di noialtri adulti, routine quotidiana per moltissimi bambini e adolescenti.

Ma l’adulto in genere non compie lo sforzo d’immaginarsi nei panni del proprietario del cappellino, l’adulto preferisce minimizzare, ignorare, etichettare tutto come ‘roba da ragazzini’, fino a quando qualche tragedia non scuote l’opinione pubblica e la brava gente si sente tirata in ballo; a quel punto li vedi tutti con il naso puntato all’insù e l’espressione critica, tutti a dire ‘il bullismo va combattuto! bisogna denunciarli, i soprusi!’, tutti a dire ‘se solo avessi saputo…’  Ma quanto è bugiardo il ‘se solo avessi’? Quanto?

Mettiamo un punto al ‘se solo avessi’ e apriamo la strada al ‘io so, io vedo e agisco’. Basta con l’indifferenza, basta con la finta ignoranza, basta coll’affibbiare nomi fantasiosi a un fenomeno che, lo ripeto, ha un nome tutto suo.

Il bullismo non è fisiologico, non è normale e non è invisibile, anzi, è un mostro che va affrontato, a cui le teste possono, devono, essere mozzate, e devono essere gli adulti della buona società a farlo, iniziando dall’adulto insegnante, passando per il familiare e finendo col passante. Piangere e sbraitare dopo non ha senso alcuno, l’era del ‘se solo avessi’ è durata anche troppo, è tempo di una ventata d’aria fresca, magari al gusto di ‘io so, io vedo e agisco’. 

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