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Eroica Fenice

Calcutta, La Folla e Il Lanificio25

Perché Calcutta fa urlare a squarciagola oltre cinquecento tra ragazzi e ragazze? Me lo sono chiesto mentre la mia voce si univa al coro: “…Io ti giuro che torno a casa e mi guardo un film…”

Il ritornello di “Frosinone” lo conosciamo tutti qui dentro e poi il resto dell’album, “Mainstream”, suonato quasi senza interruzioni, è un vero piacere ascoltarlo dal vivo. La prima parte dello spettacolo non lascia spazio a commenti, solo musica e parole. Siamo compressi e sudati nella sala concerti stretta e lunga del LANIFICIO. Guardo il palco e mi guardo in giro, mi chiedo quanti “Calcutta e Calcutte” ci sono attorno a me… L’empatia che provo nei confronti del ragazzo timido che viene da Latina, ha motivi simili a quella che provano le ragazzine a fianco a me che -tra un selfie e un video- non smettono di cantare le sue canzoni? Non lo so, loro sono infastidite da quelli che si spintonano, io mi sento quasi a mio agio assecondando il dondolio della folla. Mi disturbano i loro telefonini, la loro insofferenza.

L’incapacità di comunicare e la distanza tra i corpi, sono temi presenti nelle undici tracce dell’album, eppure questi qui cantano il loro disagio con i cellulari puntati sul palco. Ormai siamo talmente abituati a salutarci dagli schermi televisivi, a raccontarci la vita invece di viverla che non possiamo fare nient’altro che pubblicare un post per esprimere lo sgomento di guardare il “…cielo da fessure come topi dai tombini.”

Il linguaggio di Calcutta è ironico, universale, semplice nella nella musica e nelle parole

Per questo ci rende tutti simili, per questo le differenze tra di noi si assottigliano: le ragazze di fianco a me si sono arrese alla folla, io mi abituo ai telefonini che non mi fanno vedere il concerto e il disagio diventa il pretesto per divertirsi, per fare casino. Nei suoi testi c’è poco da ridere eppure la serata al lanificio è volata tra urla e pogo, sembra un concerto punk ma sul palco c’è un cantautore spettinato col bicchiere sempre pieno che introduce i brani ridendo e biascicando. Oscillando tra il concertone e il falò di fine estate, Calcutta e i suoi musicisti finiscono il concerto dopo una serie di strampalati reprise dei pezzi più amati, lasciando un microfono alla folla, facendo cantare a noi le sue notti in bianco, i suoi desideri di fuga, ridendo insieme di quel disagio che ci ha spazzato via una generazione, che ha trasformato le città in un deserto ma che forse non è ancora riuscito ad inaridirci il cuore.