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Camorra, indifferenza e omertà

È mezzanotte nel rione Berlingieri. Il quartiere dorme. La camorra torna a sparare. Domenico ha solo ventiquattro anni ma una fedina penale già imbrattata da spaccio di droga e da una rapina in gioielleria. Dagli inquirenti è ritenuto un affiliato della camorra: è sotto le redini del clan della Vanella Grassi di Secondigliano. È con suo fratello Mariano, incensurato, nel silenzio di una notte qualsiasi. Insieme scorrazzano nei meandri del quartiere in sella ai loro scooter. Si fermano in Via Monte Faito. Qualcuno gli si avvicina e apre il fuoco. Non si è mai troppo al sicuro quando la camorra è la propria casa. I colpi uccidono Domenico e feriscono Mariano. Ma non svegliano il quartiere. Mariano raggiunge l’ospedale più vicino convinto che di lì a poco Domenico lo avrebbe raggiunto, ferito anche lui. Ma suo fratello è morto. E lui non lo sa ancora. Lo scoprirà solo tre ore dopo quando, ritornato in Via Monte Faito con gli inquirenti, vedrà il suo corpo insanguinato sull’asfalto. Ancora lì. Perché nessuno ha chiamato le forze dell’ordine. In fondo tutti dormivano a mezzanotte. Di sabato sera. Nel rione Berlingieri.

La camorra ha educato in modo impeccabile i sudditi: non guardate, non ascoltate, non riferite. Siate schiavi dell’indifferenza, dell’omertà. Altrimenti guai a voi e ai vostri parenti. Scene già viste nella Napoli della camorra. Ma non nei film, non nelle fiction. Scene di vita quotidiana, riprese dalle telecamere di videosorveglianza. Scene maledettamente realistiche. Dove il morto non conta niente. Conta solo mettersi al sicuro, fuggire e fare finta di niente.

La camorra genera indifferenza

Era l’11 maggio 2009. La camorra quel giorno scelse come obiettivo Mariano Bacioterracino. È all’esterno di un bar molto frequentato, nel quartiere Sanità. Il killer spara, uccide e si allontana a piedi, in tutta tranquillità. La tranquillità del mestiere. Il corpo esanime di Mariano giace a terra. La zona è affollata, non è mezzanotte. Alcune persone rientrano nel bar, impaurite. Un uomo prende in braccio la figlia e fugge. C’è chi passa, dà uno sguardo e va via. Una donna scavalca il cadavere. Smuove il corpo tirandogli la camicia bianca che indossa, lo guarda in faccia e grida qualcosa. Lo scavalca di nuovo e si allontana. Chiamare un’ambulanza è fuori discussione. Chiamare la polizia è inopportuno.

Il 26 maggio dello stesso anno la camorra sottopone la città ad un’altra prova. Questa volta siamo nella Pignasecca. Un comando formato da quattro motociclette apre il fuoco verso un bersaglio del clan avversario, quello dei Mariano dei Quartieri Spagnoli. E anche questa volta la camorra uccide. Ma non il suo bersaglio. A morire è Petru Birlandeanedu, un innocente. Dopo essere stato colpito, Petru fugge all’interno della stazione della Cumana, porta la moglie al sicuro da altri spari impazziti e si accascia a terra, vicino alla macchina obliteratrice dei titoli di viaggio. La gente in preda al panico fugge. Vede Petru sanguinante e sente la moglie gridare aiuto. Ma preferisce obliterare il biglietto, scattare qualche fotografia, allontanarsi. E lasciare morire Petru. Nessuno contribuì alle indagini, eppure le persone che transitavano per Via Pignasecca a quell’ora hanno guardato i killer negli occhi. E nessuna di loro si propose di trasportare Petru al vicinissimo ospedale Pellegrini, per tentare di salvargli la vita.

Nessun cliente all’interno del bar nella Sanità riferì la fisionomia del killer di Bacioterracino agli inquirenti. Si preferì scavalcare il cadavere e fuggire. Dimenticare.

La camorra uccide ma i napoletani fanno in modo che ciò accada in silenzio. Probabilmente Via Monte Faito non stava veramente dormendo quando la camorra ha deciso di entrare in azione sabato notte. Ma avrebbe preferito farlo per non essere costretta ad udire le grida e i colpi dell’ennesimo agguato mortale. E il successivo silenzio, più rumoroso di quei colpi e di quelle grida. Ha assistito inerme ai fatti e ha affidato all’indifferenza il destino di una città martoriata dalle guerre di camorra. Per la paura di pagarne le conseguenze. Una città che la maggior parte dei napoletani dice di voler cambiare, di voler migliorare. Ma un mondo differente non può essere costruito da persone indifferenti . E se si è avuto il coraggio di lasciare un cadavere abbandonato in strada per tre ore, il cadavere di un ragazzo di ventiquattro anni,  forse a Napoli le cose difficilmente cambieranno e miglioreranno.

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