Seguici e condividi:

Eroica Fenice

Candelora

Candelora 2016: la devozione ai tempi di Facebook

Candelora 2016, il nostro racconto –

Giornata meteorologicamente strana e preoccupante quella della Candelora 2016. Un sole caldo, troppo caldo, sovrastava la piazza antistante il santuario di Montevergine, in provincia di Avellino, lo scorso 2 Febbraio. La folla accorsa per salutare Mamma Schiavona, decisamente entusiasta del bel tempo, per un giorno intero ha finto che fosse solo una bella giornata e non le conseguenze disastrose di un mondo che stiamo distruggendo. Il clima ce lo sta dicendo in tutti i modi possibili. Ma la gioia era nell’aria, le tammorre suonavano, le bocche cantavano, i piedi ballavano.
Il 2 Febbraio, per la Chiesa cattolica, coincide con la presentazione al Tempio di Gesù, chiamata anche Candelora dal momento che, in questo giorno, vengono benedette le candele, simbolo di luce. Al santuario di Montevergine, ad Ospedaletto, ogni anno, per la Candelora, migliaia di fedeli e non, fin dalle prime luci dell’alba, si recano per portare il loro omaggio a Mamma Schiavona che tutto concede e tutto perdona, per chiederle grazie, per renderle grazie. Tra di loro, anche i musicanti e i ballatori della tradizione del sud Italia, specialmente della Campania. Armati di tammorre, siscarielli, chitarre e vino, intonano canti e ballano: per devozione, per riscaldarsi, per pregare.
Ma i veri protagonisti sono loro, i femminielli: tutta la comunità LGBT (lesbiche, gay, bisessuali, transgender) ha indicato mamma schiavona (la madonna nera) come loro protettrice.

Candelora 2016: tra leggenda e nuove tecnologiche usanze

La leggenda racconta, infatti, che nel 1256, fu proprio Mamma Schiavona a salvare una coppia omosessuale che, avendo dato scandalo, fu legata ad un albero e abbandonata agli stenti. Questo miracolo fu visto come un segno, un braccio teso alla tolleranza, un voler sottolineare la nostra uguaglianza.
Eppure, ogni devozione ha la sua era. E il 2016, anche nella spiritualità, si dimostra essere l’era di Facebook. La piazza del santuario si divide tra gente che balla e suona e gente che, telefonini alla mano, fotografa e condivide. Niente di strano. L’atmosfera è così gioiosa e colorata, divertente e rilassante che un ricordo di quella giornata è giusto conservarlo.

Candelora 2016 e le messe 2.0


Ma c’è davvero da storcere il naso quando lo stesso scenario si ritrova in Chiesa, nel santuario, durante la messa. Un tappeto di cellulari accesi, come accendini ad un concerto, per filmare la cerimonia delle candele o i canti a mamma schiavona. Fotografare o filmare cosa, non si è capito davvero. E chi è lì con l’attrezzatura giusta, il motivo giusto, per un reportage professionale, per lasciare alle generazioni che verranno materiali tramite i quali informarsi, chi ha la conoscenza di una professione che con discrezione assimila e racconta con immagini e video, qualche giorno fa si è visto costretto a spegnere le macchine da ripresa, relegato all’angolo da chi con avidità e spintoni doveva riprendere con uno smartphone uno stralcio di testimonianza sbiadita, mossa e insensata. Un trofeo ecclesiastico da condividere con amici virtuali.

Sembra proprio che non ci sia limite al dover mostrare testimonianza dell’esserci stati, anche se questo significa dover ignorare il diritto di esserci, esserci davvero. Chi scrive ne sa poco di acqua santa, preghiere sussurrate e banchi di chiesa. Ma si ha la netta sensazione che quest’anno Mamma Schiavona abbia imparato a memoria le marche dei vostri intelligintissimi e costosissimi telefoni. Per vedere i vostri volti rivolti in profonda intimità a lei, sembra proprio che dovrà aspettare l’anno prossimo. Sempre se la tecnologia non avrà permesso, per allora, di mandarle i nostri ologrammi. Se così fosse, ci vedrà in 3d mentre saremo nel caldo dei nostri letti a portare avanti le nostre lotte facebookiane per salvare il mondo.

Roberta Magliocca