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Eroica Fenice

Eutanasia: la vita tra obbligo e diritto

«Vita è la donna che ti ama, il vento tra i capelli, il sole sul viso, la passeggiata notturna con un amico. Vita è anche la donna che ti lascia, una giornata di pioggia, l’amico che ti delude.»

(dalla lettera aperta di Piergiorgio Welby al Presidente della Repubblica Italiana Giorgio Napolitano, 21 settembre 2006)

Vi siete mai chiesti cosa sia davvero la vita? E cosa significhi vivere?

La prima volta che mi posi queste domande era il 7 gennaio del 2005. Allora mi risposi che vivere significava sentirsi bene nei propri abiti, nei propri pensieri, nella propria mente tanto da accettare di buon animo dolori e sofferenze. Quando, poco più di un anno dopo, il caso Welby mi costrinse a pormi di nuovo le stesse domande, la risposta che mi diedi fu pressappoco la stessa, con l’aggiunta di una variante: la vita è essere liberi di sentirsi bene in se stessi.

Negli ultimi anni la bioetica e, oserei dire, le coscienze umane si trovano ad un impasse che, per essere superato, ha bisogno di essere preso sul serio da chiunque si trovi nella condizione di sentirsi un cittadino con l’iniziale maiuscola. Lo stallo sta nel fatto che molti di noi fanno fatica ad accettare l’idea che la vita sia, per certi versi, sinonimo di libertà, ovvero di quella facoltà, propria del raziocinio, di scegliere la cosa che si ritiene più adeguata per se stessi. Certo, ciò non significa che la scelta compiuta sia la più giusta, ma di sicuro va accettata e rispettata in quanto deliberata e autonoma. Non c’è bisogno di scomodare gli antichi scrittori e filosofi per accorgersi che tra le scelte che un essere umano può compiere, c’è anche quella di morire, di uscire di scena quando lo si ritiene più opportuno. Ora, per una facile equazione, se la vita è uguale alla libertà e la libertà è uguale alla facoltà di scegliere, e se tra le opzioni tra cui scegliere c’è il darsi la morte, allora quest’ultima è uguale alla vita stessa.

Non si possono giudicare i casi di eutanasia o suicidio assistito, alla sola luce della fede religiosa perché anche chi crede fermamente in un’entità ultraterrena che regoli il suo destino può vacillare di fronte al fatto che le sue gambe, le sue braccia, le sue mani e i suoi piedi, sfuggono al controllo della mente. Pensate ad una persona che ami passeggiare, magari immerso nella natura; poi pensate di toglierle l’uso delle gambe. Sarà come togliere la coda alla lucertola: la vita continua, solo con un pezzo in meno. Ora, immaginate che quella stessa persona si senta sommergere, a poco a poco, da uno stato di torpore e immobilità progressiva in cui, l’unico organo ancora capace di funzionare sia il cervello. Cosa direste, voi, ad uno che vorrebbe poter scappare via, ma che può solo immaginare di farlo? Cosa direste, voi, ad un bambino costretto da una rara malattia genetica a trasformarsi in una sorta di cyborg metà uomo, metà sedia a rotelle? Cosa direste, voi, ad un malato terminale che sente il corpo spaccarsi in due ad ogni respiro?

«Ritengo che vivere sia un diritto, non un obbligo» diceva Ramòn Sampedro, attivista per il riconoscimento legale del diritto all’eutanasia in Spagna.

Non so quanto di caritatevole ci sia nel prolungare artificialmente una vita che, secondo natura, sarebbe terminata da un pezzo. Non si tratta di rinnegare la tecnologia che permette la sopravvivenza in casi limite, piuttosto si deve constatare che, pur avendo la possibilità di farlo, l’essere umano non vuole diventare immortale se le sue funzioni vitali sono ridotte a zero. L’eutanasia non è il capriccio superbo dei titani che sfidano gli dèi. Spesso le persone affette da malattie degenerative non trovano altra consolazione che progettare, dal momento in cui scoprono di essere malati, il giorno della loro morte, con la fede più profonda di cui sono capaci nel fatto che, un giorno, ad una certa ora, una mano esprimerà la propria carità ponendo fine a quel perenne stato di frustrazione ed angoscia. 

Chi muore finisce sulla terra; chi resta, chi sopravvive, chi stacca la macchina, mette da parte la propria idea e diventa le braccia e le gambe di chi non può più muoversi; si fa esecutore materiale di una volontà ragionevolmente espressa, nonostante la limitazione fisica.

Chi ha visto soffrire qualcuno, sa che avrebbe dato un rene per fermare quella sofferenza; chi ha visto soffrire qualcuno, sa che non sono più le proprie idee la priorità; chi ha visto soffrire qualcuno sa che non si può costringere in gabbia chi non sopporta più le sbarre.

 -Titolo articolo – Eutanasia: la vita tra obbligo e diritto –

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