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Eroica Fenice

mangiare in carcere

Galeotto fu il ristorante: mangiare in carcere

E poi, questo ve lo dico con il cuore, ci sono tante persone che vogliono cambiare vita davvero. […] Perché oggi il carcere non ha niente di “rieducativo” ma è solo un’università del male. Date a queste persone una nuova possibilità. Io sono uno di questi. Voglio pagare la mia pena ma uscire migliore e non peggiore, ritornare alla società e non odiare la società. Grazie per avermi ascoltato.

Queste le parole con cui si chiude una lunga lettera di un detenuto del carcere di Poggioreale pubblicata sul Corriere della Sera nel 2012. Parole sulle quali riflettere. Parole che potrebbero cambiare totalmente l’opinione che noi, uomini liberi, abbiamo del carcere.

Chi ha mai creduto che la detenzione in carcere generasse nel detenuto un pentimento? Chi ha mai creduto che un rigido 41bis servisse davvero ad un uomo di mafia per migliorare? Chi ha mai creduto che un regime carcerario duro potesse far sì che il detenuto, una volta fuori, non ricommettesse lo stesso reato?

In carcere non si hanno gli spazi per migliorare, non si hanno i modi per reinventare nuovi uomini, migliori. Si ha solo tempo, troppo tempo per non far niente, per pensare. Pensare a ribellarsi quando si sarà liberi. Ribellarsi ai modi con cui si è trattati. Come animali in gabbia. Perché in carcere non è concessa distrazione. Ne nasce rabbia, una rabbia verso il prossimo che taglia le ali a quella voglia di cambiare che stava per posarsi sulle coscienze.

Anche i detenuti di un carcere hanno diritto ad una seconda possibilità e solo dando un senso alla loro prigionia potranno rinascere ed essere salvati da quel baratro in cui sono precipitati.

Da questa prospettiva nascono importanti progetti che mirano al recupero e al reinserimento dei detenuti nella società attraverso la creazione di aree di ristorazione all’interno delle carceri, nelle quali i reclusi lavorano, imparano, migliorano e guadagnano.

Fare in modo che capiscano che lavorare e guadagnare il salario onestamente sia meglio che rubare. Fare in modo che imparino le buone maniere nei confronti della clientela, il rispetto degli orari e, soprattutto, un mestiere da sfruttare quando la libertà sarà raggiunta.

L’idea di aprire i cancelli di un carcere ad un ristorante è partita dallo chef britannico di origini italiane Alberto Crisci che nel 2009 ha dato vita nel Regno Unito alla catena The Clink, iniziando dal carcere di High Down per poi proseguire in quelle di Styal, Bristol e Cardiff. Nella capitale del Galles il successo è stato incredibile: a trenta detenuti ne è affidata la gestione e lavorano in modo così impeccabile – sia in cucina che in sala – che il The Clink è recensito ottimamente in internet.

Mangiare in carcere in Italia

Sulle orme inglesi, l’Italia ha dato vita ad un progetto analogo: mangiare in carcere. Un’azione che fino a qualche giorno fa avremmo giudicato possibile solo per i detenuti. O, al massimo, per le guardie carcerarie. E, invece, non occorre commettere reati per farlo: il carcere milanese di Bollate dal 26 ottobre ospita al suo interno il ristorante InGalera nel quale nove detenuti, sotto l’ausilio dello chef Ivan Manzo, originario di Caserta, saranno pronti a soddisfare i capricci dei nostri palati e a servirci a tavola. Yashmin, Abdel, Marco e gli altri sono galeotti che hanno scontato un terzo della loro condanna e, come previsto dall’articolo 21 del Codice penitenziario hanno diritto a lasciare il carcere, in ore prestabilite, per lavorare.

Seppur grande l’attenzione mediatica nei confronti di questo insolito progetto, ai più informati non sarà sfuggita la preesistenza di qualcosa di simile su territorio italiano. La fortezza Medicea di Volterra, oggi trasformata in un carcere di massima sicurezza, ospita da alcuni anni, una volta al mese e nel periodo invernale, le cosiddette cene galeotte durante le quali rinomati chef affiancano i detenuti del carcere nella preparazione di gustose pietanze in un suggestivo ambiente trasformato, per l’occasione, in un elegante ristorante. Nel carcere minorile Meucci di Firenze, invece, i giovani detenuti gestiscono un ristorante-pizzeria che, però, apre soltanto in occasioni speciali. Ma è anche un modo per confrontarsi e dibattere su temi delicati come la permanenza in un carcere e la buona condotta da adottare.

Perché oggi il carcere non ha niente di “rieducativo” ma è solo un’università del male. Date a queste persone una nuova possibilità.

Caro detenuto, forse si sta iniziando a dare importanza e senso alle tue parole.