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Eroica Fenice

Giorgio Montanini e la coscienza storica della comicità [intervista]

Giorgio Montanini e la coscienza storica della comicità [intervista]

Grazie al Kestè la stand-up comedy continua a essere protagonista a Napoli. Sabato 4 Agosto, infatti, arriva al Largo San Giovanni Maggiore Pignatelli uno dei più celebri comedian italiani: Giorgio Montanini.
Dopo aver fatto incetta di pubblico con i suoi ultimi spettacoli in alcuni dei più importanti teatri italiani come il Brancaccio, Giorgio Montanini non si ferma e rilancia con un nuovo spettacolo che sarà presentato in anteprima nazionale al Kestè, nella saletta sotterranea.

Una location intima per permettere al pubblico di assistere e godere appieno dell’esibizione, senza alcun filtro. Perché Giorgio Montanini non lascia nulla al caso e padroneggia la sua arte comica con grande perizia e, quindi, un’atmosfera confidenziale è la migliore opportunità per assaporare un po’ di sana irriverenza.

Per l’occasione, ho avuto l’onore di intervistare il comico marchigiano. È stata subito lampante la sua consapevolezza. Conscio del valore storico e culturale della comicità, Giorgio Montanini mi ha raccontato dei suoi inizi e dei cambiamenti che ha subito quest’arte nel tempo, argomentando con grande acume e cognizione di causa.

Giorgio Montanini, l’intervista

Come hai iniziato a fare stand-up comedy, com’è nata questa passione?

Io ho iniziato come attore di teatro. Il primo contratto da professionista l’ho avuto con lo spettacolo Edipo Re per la regia di Franco Branciaroli. Sono partito con un mostro del teatro e un’opera gigantesca che mi ha formato molto. Volevo essere il nuovo Gian Maria Volonté, il miglior attore italiano in assoluto perché io non faccio mai le cose tanto per, se faccio una cosa ci metto il massimo impegno. Infatti mi sono sfondato di corsi di recitazione e workshop di tutti i tipi e posso dire che, a differenza dei nuovi comedian, io sono molto preparato dal punto di vista tecnico. Cosa che non vedo in questi nuovi virgulti rivoluzionari della comicità.

Ho fatto un paio di fiction e un film ma poi, essendo figlio di operai e non avendo santi in Paradiso, più volte quando dovevo firmare il contratto, mi dicevano che c’era un “amico” del regista e puntualmente mi veniva soffiato il posto. Quindi, sentendomi una vena comica, ho iniziato a fare il comico perché lì non si mente: puoi essere anche il figlio del Ministro, se non fai ridere non fai ridere.

Solo che non conoscevo la stand-up comedy, conoscevo soltanto Luttazzi. Poi ho scoperto che lui a sua volta si ispirava ad altri comici internazionali, anzi che copiava pari pari i monologhi. Quindi derubricai Luttazzi a mero delinquente artistico e approfondì la mia conoscenza sui comici internazionali. Poi ho avuto l’onere e l’onore di portare la stand-up comedy in Italia.

Il tuo canone artistico è composto da 7 spettacoli scritti in 7 anni. Nella scrittura di questi monologhi hai cercato di portare dei cambiamenti oppure di rimanere fedele a un certo stile comico?

Guarda, è una domanda che non ti poni. Non ti poni la domanda se devi essere coerente con uno stile oppure no. Io sono un comico italiano e quindi rispondo alla cultura della società italiana e già questo mi differenzia dai comici americani che rispondono alla cultura americana. È una questione culturale e finché non ci saranno un altro tipo di condizioni e di caratteristiche sociali per far cambiare i presupposti comici, la stand-up rimarrà con queste caratteristiche perché l’arte fa riferimento alla società del momento.

Lenny Bruce, per esempio, faceva riferimento al capitalismo non solo come fenomeno economico ma anche sociale e culturale. Il modo di lavorare, di vivere e di isolarsi sono tutti frutti del capitalismo quindi, finché ci sarà il capitalismo, il comico farà riferimento a se stesso, cioè a una vita da persone sole riconosciuta da altre persone sole. Finché non cambia la società non cambia neanche la comicità. Io mi sono adeguato a questo ma senza pensarci perché non è che ci pensi, è che tu fai quest’analisi della società.

A proposito di Lenny Bruce: è un comico americano che citi spesso, cosa puoi dirmi a riguardo?

È Gesù Cristo, per i comici è come Gesù per i cattolici. C’è un prima Lenny Bruce e un dopo Lenny Bruce: il calendario mondiale dei comici è diviso così.

Prima di Lenny Bruce, la società veniva da una grandissima guerra. Un dolore dilaniante aveva connesso le persone con una grande fratellanza ed empatia, affinché si superasse un momento disastroso per l’umanità. I comici non salivano sul palco e parlavano del Papa dato che magari c’era stata una bomba che ti aveva buttato giù casa e portato via il figlio. Insomma, chissenefrega del Papa. Lì la comicità era un momento di evasione da una tragedia reale che toccavi con mano.

Poi però, superata la guerra, la società, quell’americana prima di tutte, è cambiata e il capitalismo ha iniziato a creare un mondo fatto di individui, dove ognuno produce per conto suo. Gli uomini hanno iniziato a diventare numeri, schiavi del denaro e delle convenzioni. In quel contesto Lenny Bruce non se la sentì più di raccontare barzellette o di fare imitazioni e iniziò a parlare della sua società. Attualmente, viviamo ancora in questo tipo di società e quindi portiamo avanti l’eredità di Lenny Bruce.

È ovvio che, se vivessimo in una società comunista o in una società dove vige la shari’a, la comicità sarebbe diversa. In una società come questa, però, che si basa sulla convenzione e sullo stereotipo che servono a creare delle gabbie per far rigare dritto le persone, è ovvio che la comicità faccia notare queste contraddizioni. Ma questo avviene da più di duemila anni con la satira, non mi sono inventato niente. Solo che duemila anni fa le contraddizioni della società erano diverse. Per esempio, Aristofane individuava il potere in Cleone che aveva un potere quasi divino ed era intoccabile. Aveva un senso parlare dei politici in quel tempo, ma in una società in cui tu, in 70 anni, hai votato 50 volte e sei tu a decidere chi mandare al governo, è giusto fare satira sugli eletti o sugli elettori? Secondo me, fare satira sugli eletti è reazionario, significa fare una satira che deresponsabilizza la società e se la prende con il capro espiatorio, in questo caso il politico. Quello è stato eletto, io voglio sapere chi l’ha eletto e perché l’ha eletto. Io, Giorgio Montanini, me la prendo dunque con l’uomo medio, è lui l’obbiettivo della satira moderna perché è lui che ha il potere.

Riguardo la comicità hai anche detto che essa è figlia della tragedia, perché?

Si l’ho detto ma è come se ti dicessi il teorema di Pitagora, cioè una verità culturale oggettiva. La comicità nasce dalla tragedia perché la comicità altro non è che il racconto di un individuo, il comico, che porta sul palco le proprie tragedie e le proprie miserie, presentandole in maniera tale che il pubblico non percepisca la pesantezza delle sue disgrazie. La risata è dunque un atto catartico per superare il dolore. Ti faccio un esempio: tu sei napoletano?

Sì.

Totò e Troisi erano personaggi vincenti?

Direi proprio di no.

Io direi che erano proprio dei perdenti per eccellenza. Oppure Charlot. O anche il pagliaccio, è uno che fa ridere grazie alla sue disgrazie. Quando casca per terra, ha un sorriso disegnato ma intanto una lacrima gli solca il viso perché è un personaggio triste. Per esempio, io dico sempre che se Edipo, invece di accecarsi, avesse preso carta e calamaio e scritto un monologo comico, sarebbe stato il monologo più divertente della storia.

Prima hai accennato all’inadeguatezza dei nuovi comici, potresti entrare nel dettaglio?

Io vengo dal cabaret e il cabaret in Italia, in modo assurdo, ha resistito per 40 anni mentre in America non si faceva più, perché in America tutti e dico tutti i comici continuavano con lo stile di Lenny Bruce. In Italia no, continua l’avanspettacolo, un genere fuori dal tempo. Totò, che è un genio, se oggi salisse sul palco e facesse le stesse cose, sarebbe un ritardato perché sarebbe completamente fuori tempo ma negli anni 40-50-60 era un genio. Anche la comicità di Zelig era completamente fuori tempo ed io vengo proprio da quella comicità lì e conosco tutti i cabarettisti in Italia.

Erano tutte persone disperate, che venivano dalla strada, ne ho conosciuto anche qualcuno che è stato in galera. Erano tutti quanti, anche se fuori tempo, dei grandissimi professionisti, tutti, dal più scarso al più forte. Anche Brignano, che io detesto a livello artistico, sul palco è un gigante. Intendo a livello tecnico e di padronanza del palco. Il comico non ha niente, ha solo il suo corpo e la sua parola quindi se non è un bravo attore, ma dove va? La maggior parte dei nuovi comici, diciamo il 90%, sta giocando con la comicità invece. Sono figli di papà che non conoscono la cultura, la storia, l’arte, non conoscono proprio niente. È l’ignominia che li fa salire sul palco. Ma ci sarà un’altra generazione, quella che nascerà adesso con la stand-up comedy impressa nel codice genetico e vedrai che spazzerà via questo misto di approfittatori. Non ce l’ha fatta Hitler a distruggere la cultura bruciando i libri, pensi che ci riusciranno questi quattro pivelli che giocano a fare i comici prima di tornare a 40 anni nell’azienda di famiglia?

L’intervista si avvia alla conclusione: cosa deve aspettarsi il pubblico dal nuovo spettacolo che presenterai Sabato sera al Kestè?

Ma questo non è davvero un nuovo spettacolo. Per la prima volta dopo 7 anni non inserirò monologhi inediti ma voglio riprendere monologhi che la gente non ha mai conosciuto perché ancora non facevo tv. C’è stato un cambiamento enorme da quando sono passato in tv: da 100 persone sono passato alle 1500 del Brancaccio. Quindi voglio riproporre quei monologhi che molte persone non hanno potuto vedere dal vivo, se non da YouTube. Perché è come se qualcuno avesse sentito Albachiara di Vasco solo dal cd e non dal vivo, allora ripropongo dei miei vecchi monologhi ai quali sono molto affezionato perché dal vivo rendono sette volte meglio.

Ringrazio di cuore Vincenzo De Luca Bossa per aver permesso la realizzazione di quest’intervista e la disponibilità e la gentilezza di Giorgio Montanini!

Per info su prenotazioni e biglietti sullo spettacolo di Giorgio Montanini clicca qui. Grazie all’organizzazione Stand Up Comedy Napoli potrete continuare a seguire e a appassionarvi alla comicità dei grandi monologhisti italiani e a quella dei giovani comedian partenopei.