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Eroica Fenice

IENE DA PALCOSCENICO

Iene da palcoscenico, intervista ad Antonella Fortunato

“Iene da palcoscenico” è una compagnia teatrale di giovani che dallo scorso anno porta davanti ai riflettori la propria creatività, il proprio impegno e la propria crescita. Si tratta di ragazzi accesi dallo stesso ardore che hanno fatto squadra per recitare la loro parte.

Le Iene porteranno in scena “Alice.” il 29 e il 30 settembre al teatro Il Piccolo di Napoli e, per l’occasione, abbiamo avuto il piacere di chiacchierare con la sceneggiatrice di questa compagnia, Antonella Fortunato. Un’appassionata cacciatrice di anime mondane da ricamare addosso ai suoi amici attori.

L’intervista alla sceneggiatrice di “Iene da palcoscenico”, Antonella Fortunato

Un’ossessione viscerale per le parole è ciò che sicuramente ti distingue da ogni altra forma di vita sulla terra, tant’è che scrivi da sempre per conto tuo. Una sceneggiatura, invece, presuppone un lavoro di gruppo.
Come hai vissuto questo passaggio alla coralità in quello che era il tuo solitario mondo della scrittura?

La scrittura, per me, rappresenta da sempre un luogo più che una pratica, un’azione o una semplice forma d’arte. 

È un rifugio entro il quale rintanarmi per mettere a fuoco idee, emozioni e situazioni. Una sorta di stanza di vetro che isola e (se necessario) protegge dal mondo, senza però interrompere con esso la comunicazione. Anzi, la potenzia.

Chi si rifugia nella stanza-scrittura sa di poterne inchiostrare le pareti trasparenti con parole che dall’esterno saranno leggibili solo per chi verso quello spazio di vetro indirizzerà lo sguardo, interessato o semplicemente curioso.

Condividere il mio posto speciale con altre venti persone è stata un’esperienza sicuramente forte, che ha segnato un profondo cambiamento nel modo stesso di approcciarmi a carta e penna.

Scrivere un articolo di giornale, un racconto o un saggio implica il doversi rapportare a un lettore, che con il testo verrà in contatto in un secondo momento e, al massimo, finirà per maledire l’acquisto del giornale o del romanzo non gradito.

Scrivere uno spettacolo teatrale, invece, vuol dire dover fare i conti con lo spettatore. Quest’ultimo si materializzerà davanti agli attori e potrà decidere se incoraggiarli con un applauso o metterli a disagio con un fischio.

Uno sceneggiatore deve tenere sempre conto del suo esigente pubblico. Ha il compito di calibrare battute e scene per tenere sempre alta la sua attenzione e non annoiarlo mai.

Io ho la fortuna di essere guidata nella stesura dei copioni dal regista della mia compagnia, Niko del Priore, che supervisiona ogni fase di elaborazione del testo. Perché il teatro è cooperazione, prima di tutto, e la scrittura deve sapersi vestire di presentabilità scenica. I suoi -Anto taglia corto, non stai scrivendo un romanzo!- sono stati una scialuppa di salvataggio contro la possibilità di beccarci qualche denuncia per sequestro di persona, a fine spettacolo.

 

In una compagnia teatrale, dunque, non si è da soli. Grazie alle “Iene da palcoscenico” ti sei ritrovata ad avere una seconda famiglia dalle personalità eterogenee, la cui progenitrice è la stessa identica passione.

Quanto e perchè è importante mettersi alla prova in un contesto del genere?

Una compagnia teatrale, se animata da vero e condiviso interesse, ci mette davvero poco a diventare una squadra. Posso persino osare la definizione “setta”. È necessario, in realtà, averne una visione simile.

La prima regola è: guardare tutti nella stessa direzione, ovvero la riuscita dello spettacolo.

Ognuno deve fare del suo meglio, ma mai solo in vista del proprio interesse. Devono sparire gli “ego” in cerca di vana gloria, per far spazio ai “noi che siamo”, “noi che facciamo”.

Bisogna imparare a crescere insieme, con tutte le difficoltà che l’agire in un gruppo sociale comporta. Si sviluppano abilità sempre più introvabili nella società odierna come l’ascolto, la predisposizione ad accettare critiche costruttive e farne tesoro, l’umiltà di mettersi in gioco senza farsi inibire da paure e ansie.

Soprattutto, si capisce quanto sia importante imparare a esprimere il proprio pensiero senza creare fraintendimenti e senza urtare le sensibilità altrui, perché la serenità della compagnia non venga mai compromessa.

 

“Iene da palcoscenico” è una compagnia costituita da soli giovani, per lo più universitari. Parlami di quest’avventura.

 Sì, “Iene da Palcoscenico” è una compagnia di soli ragazzi. Siamo per lo più universitari, ma abbiamo anche due giovanissime e validissime iene ancora liceali!

La nostra avventura è iniziata un anno e mezzo fa.

Ad unirci: la comune voglia di sperimentare la disciplina teatrale, per focalizzare i punti di forza da potenziare e quelli di debolezza da superare o imparare ad accettare.

Oltre al costante impegno per crescere a livello attoriale, ognuno porta il suo contributo in base alle proprie predisposizioni, passioni e competenze.

Il nostro regista ha alle spalle dieci anni di teatro e un corso di regia. Lo scenografo è laureando in architettura. Il tesoriere e gestore dell’aspetto marketing è laureato in economia. Io, che sono entusiasta e ancora incredula di ricoprire il ruolo di sceneggiatrice, sono laureanda in filologia moderna. Il gruppo operativo che si occupa dei social è composto da studenti di beni culturali, architettura e lingue. Abbiamo anche dei doppiatori e tra essi proprio i sopracitati liceali.

“Iene da Palcoscenico” è un progetto in cui crediamo tanto e che nel nostro piccolo stiamo cercando di far crescere a piccoli, ma saldi passi.

 

Gli spettacoli di “Iene da palcoscenico” sono inediti.

Cosa ci tenete a dire alla gente?

I nostri spettacoli sono inediti perché se dobbiamo metterci in gioco vogliamo farlo a tutto tondo, con qualcosa che sia nostro dall’inizio alla fine. In fondo il teatro è, da sempre, uno dei mezzi di comunicazione più efficaci con i quali arrivare alle masse.

Al nostro pubblico vogliamo parlare di tematiche che ci stanno a cuore come l’accettazione di sé (trattata lo scorso anno nella rivisitazione inedita del musical di Peter Pan – nelle forme della rassegnazione bonaria all’invecchiamento – e, quest’anno, in “Alice.” come impegno verso l’acquisizione di consapevolezza della propria diversità), la follia nelle sue connotazioni più disparate e non necessariamente negative, il tempo che scorre inesorabile e la virtù di tenergli il passo senza farsi prendere dal panico, come invece capita al dottore di Alice.

E poi, a dirla tutta, io sono assolutamente a favore degli inediti perché, altrimenti, cosa se ne fanno le Iene di una sceneggiatrice?

 

“Alice.” è una rappresentazione della follia a tutto tondo.

Come mai le “Iene da palcoscenico” hanno scelto questo tema?

Cosa dobbiamo aspettarci dallo spettacolo che verrà portato in scena il 29 e il 30 settembre al Teatro Il Piccolo?

La follia è in “Alice.” un’ambiziosa lente d’ingrandimento su una realtà sociale che ieri  (la storia è ambientata nel secondo dopoguerra ) come oggi guarda al pensiero non omologato come una nota stonata da riportare all’ordine di una sinfonia dettata dall’alto.

La follia è dunque una stonatura che rompe qualcosa, costringendo a cambiare musica. È il diverso che si fa notare e pretende attenzione.

Il 29 e il 30 settembre dovete aspettarvi di vivere con Alice un viaggio a ritroso. Liberandovi di ogni pregiudizio e trasformandovi in cacciatori di emozioni, per catturare la malinconia che si nasconde dietro una battuta di spirito e la comicità celata dal cinismo più disturbante.

 

Una citazione che hai a cuore?

“Alla fine uno si sente incompleto ed è soltanto giovane” di Italo Calvino.

Questa citazione mi protegge da un po’ di anni dalla fretta che mi mette il mondo di correre verso i suoi traguardi. Allo stesso tempo, però, mi ricorda che devo rendere la mia giovinezza terreno fertile nel quale far germogliare le piante di domani che, spero, porteranno frutti.

 

Teatro: hobby o stile di vita?

Direi che più che ogni altra cosa, il teatro è proprio una palestra di vita.

Grazie ad Antonella Fortunato!