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Il Decennio perduto giapponese: analisi della crisi economica

Il Decennio perduto giapponese: analisi della crisi economica

Il Decennio perduto giapponese fa riferimento al periodo storico compreso tra il 1990 e i primi anni 2000 in cui il Paese attraversò una forte crisi finanziaria innescata dallo scoppio della bolla economica e i suoi effetti collaterali visibili ancora oggi. Successivamente il termine fu adottato in economia per designare una fase di recessione e stagnazione economica attraversata da un Paese. Analizzeremo più approfonditamente le cause e le conseguenze di questo fenomeno che ancora perseguita il Giappone coi suoi fantasmi e le sfide accolte dai governi per cercare di contrastarle.

Aspetto della crisi Dettagli e analisi
Contesto temporale Dal 1990 ai primi anni 2000 (con propaggini strutturali odierne)
Origini finanziarie Accordi del Plaza (1985), rivalutazione dello yen e drastico taglio dei tassi d’interesse
Natura della bolla Speculazione incontrollata sul mercato azionario e sul mercato immobiliare (“Tochi Shinwa”)
Conseguenze economiche Accumulo di crediti inesigibili, crollo del valore immobiliare (circa 60%), fallimenti bancari e deflazione cronica
Impatto sociale Abolizione del posto fisso, precarizzazione, calo demografico, aumento dei suicidi e isolamento sociale (Hikikomori)
Strategie di ripresa Abenomics (Shinzo Abe), New Form of Capitalism (Fumio Kishida), investimenti hi-tech e automazione (Sanae Takaichi)
Il quartiere di Shinjuku, a Tokyo, nel 1988
Il quartiere di Shinjuku, a Tokyo, nel 1988 (Sconosciuto/Wikimedia.commons)

L’origine dei fatti

L’inizio della crisi si fa risalire alla risposta data dal Giappone agli Accordi del Plaza del 1985, i quali miravano a un apprezzamento controllato delle valute, tra cui lo yen, da parte dei Paesi del G5. Gli Stati Uniti, principale partner commerciale del Giappone, infatti, accumulavano un enorme deficit commerciale verso Tokyo (che nel 1987 rappresentava il 40% del totale americano), alimentato dal modello giapponese orientato alle massicce esportazioni (EOI). Per placare il forte risentimento di Washington, il Giappone accettò prima di limitare volontariamente l’export in settori chiave, come quello tessile, elettronico e infine automobilistico e poi, con gli accordi stessi, subì un’importante rivalutazione dello yen (pari al 46% entro fine 1986) volta a rendere le sue merci meno competitive.

Per evitare che il forte apprezzamento dello yen danneggiasse ulteriormente le esportazioni e l’economia interna, la Banca del Giappone portò i tassi d’interesse dal 5% al 2.5%, concedendo prestiti ad aziende e privati senza garanzie. Questi ultimi venivano investiti nel mercato azionario e soprattutto in quello immobiliare, facendo lievitare i prezzi di case e terreni più del loro valore reale, accompagnati dall’inconsapevolezza che esso sarebbe crollato da un momento all’altro. La gente comprava, infatti, solo per rivendere a un prezzo più alto, ma ciò non poteva continuare all’infinito. Nel 1989, per cercare di raffreddare l’economia e risolvere la speculazione, la Banca del Giappone questa volta aumentò il tasso d’interesse al 6%, provocando lo scoppio della bolla un anno dopo con conseguenze devastanti e ponendo fine al mito del “Tochi Shinwa”.

Lo scoppio della bolla

Allo scoppio della bolla, le conseguenze non si fecero attendere e i crediti inesigibili delle banche iniziarono ad accumularsi sempre più, poiché i clienti non potevano restituire gli interessi a causa degli affari falliti. Si stimò una perdita di valore del mercato immobiliare di circa il 60% a causa del crollo dei prezzi.

Le banche così si ritrovarono con garanzie patrimoniali, come i beni immobili, che valevano solo una piccola parte del prestito, congelando l’economia e portando al fallimento di colossi finanziari storici come la Yamaichi Shōken, il cui amministratore delegato, Shōhei Nozawa, rimase nella storia con una scena in cui pianse in diretta televisiva chiedendo scusa per il fallimento. Da qui ebbe inizio la lunga fase di recessione economica nota alla storia come Decennio perduto, caratterizzato da una stagnazione finanziaria che scoraggiava i cittadini agli acquisti, con conseguente calo dei consumi e degli investimenti. Il tutto aggravato anche da fattori esterni come la Crisi Asiatica e l’ascesa economica della Cina che mise il Giappone ancora più in secondo piano, riscontrabile dal sorpasso effettivo del 2010, relegandolo a ruolo di terza economia mondiale.

Salaryman stanchi a Tokyo
L’immagine del Salaryman è diventata quasi un’icona della crisi finanziaria giapponese: dipendenti in giacca e cravatta che tornano da lavoro stanchi, si riuniscono la sera tardi per bere coi colleghi e affogare le preoccupazioni nell’alcool (mercado2/Pixabay.com)

Le conseguenze a lungo termine e l’inizio del Decennio perduto giapponese

Lo scoppio della bolla ebbe conseguenze anche e soprattutto sulla sfera sociale. Con la dichiarazione di bancarotta di alcune aziende, altre cercavano di tappare i buchi licenziando dipendenti pur di rimanere a galla ed evitare lo stesso destino. Molte altre invece, sempre per tagliare i costi, abolirono il posto fisso per gran parte dei dipendenti, che si ritrovarono, da un giorno all’altro, a dover mantenere una famiglia con contratti part-time. Questa diffusa precarizzazione portò a un crollo dei matrimoni, a quello delle nascite (reso più grave dall’aumento della popolazione anziana), e ad un aumento fuori controllo dei suicidi a causa della depressione. Questi fattori influenzeranno in maniera decisiva la nuova generazione di giovani del Decennio perduto giapponese, portando alla nascita di fenomeni come quello degli Hikikomori e spingendo il governo ad istituire programmi nelle scuole per la prevenzione dell’ansia e della depressione. Infatti, il clima di pressione profondamente radicato nel sistema scolastico fu ulteriormente aggravato da un sentimento di profonda disillusione verso il futuro, dettato dalla consapevolezza che gli sforzi accademici non avrebbero garantito un riscatto lavorativo a causa della crisi occupazionale.

La sfida di risollevare il Paese dalla deflazione e da una condizione sempre più disperata venne accolta dal primo ministro Shinzo Abe, la cui cosiddetta “politica delle tre frecce”, la Abenomics, si poneva come obiettivi: 1) la sconfitta della deflazione attraverso nuove misure monetarie volte a portare l’inflazione al 2%; 2) l’eliminazione del disavanzo e il finanziamento per la ricostruzione post Fukushima con un aumento dell’Iva dal 5% all’8% e, infine, 3) riformare il mercato del lavoro, investire sul settore primario e migliorare le condizioni lavorative delle donne, la freccia più difficile da attuare e che effettivamente portò a scarsi risultati. Il successo, invece, si ebbe con il rilascio delle prime due frecce, che portarono un aumento dei profitti delle grandi multinazionali, facendo salire la borsa di Tokyo (il Nikkei), ed eradicarono la deflazione più profonda. Tuttavia la ricchezza accumulata dalle aziende non si è riversata, purtroppo, sui cittadini sotto forma di aumenti significativi degli stipendi, i quali rimasero grossomodo gli stessi, nonostante il tasso di occupazione alto.

Le sfide di oggi

Dopo Abe, Fumio Kishida, primo ministro dal 2021 al 2024, ha promosso la dottrina del “New Form of Capitalism”, la cui idea cardine era che la crescita economica non potesse esistere senza una redistribuzione della ricchezza, un limite, invece, della politica dell’Abenomics. Per contrastare gli effetti collaterali del Decennio perduto giapponese, Kishida ha introdotto forti incentivi fiscali per le imprese che aumentavano gli stipendi dei dipendenti, ha investito sul capitale umano, sulla digitalizzazione del Paese e sul sostegno alle startup, cercando di far ripartire i consumi interni partendo dalla classe media. Così, dopo decenni di deflazione, a partire dal 2022 l’inflazione è tornata stabilmente sopra il 2%, spingendo la Banca del Giappone nel 2024 a porre fine alla storica politica dei tassi d’interesse negativi e segnando l’inizio di una delicata transizione verso la normalità, nonostante la perdita del titolo di terza economia mondiale, conquistato dalla Germania.

Sanae Takaichi
Sanae Takaichi (内閣広報室 / Cabinet Public Affairs Office/Wikimedia.commons)

L’odierna presidente Sanae Takaichi, invece, vola più in alto, fissando obiettivi decisamente ambiziosi da raggiungere entro il 2040. Si parte da investimenti massicci in settori strategici come cybersecurity, IA, fusione nucleare e difesa, fino a quelli nell’industria alimentare interna per permettere una maggiore autosufficienza, tagliando anche l’iva sui beni alimentari per due anni e introducendo crediti d’imposta rimborsabili per aumentare il denaro netto in busta paga. Per quanto riguarda il tema dell’immigrazione, Takaichi, considerata l’erede politica di Shinzo Abe, si muove in maniera opposta rispetto a quest’ultimo, preferendo una linea più restrittiva sul lavoro straniero non qualificato. Il suo obiettivo è colmare il vuoto demografico investendo nell’adozione dell’IA e dell’automazione nei processi aziendali, affiancata dalla riqualificazione dei lavoratori a basso reddito. Anche l’industria dell’intrattenimento, compresi i film e l’animazione giapponese, sarà ampliata fino a raggiungere i 20 mila miliardi di yen all’anno entro il 2033, con l’obiettivo di portarla a un livello paragonabile al valore delle esportazioni di automobili. Una proposta audace ma che si presenta come una svolta agli obiettivi dei governi passati e una vera sfida per tirare definitivamente fuori il Paese da un periodo di secca che dura da più di trent’anni.

Fonte dell’immagine in evidenza: strohmi/pixabay.com

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