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Eroica Fenice

Erdoğan

Il trono di Erdoğan (non) vacilla

Alla notizia di un tentativo di colpo di stato in Turchia, eravamo tutti convinti che il trono di Erdoğan avesse vacillato. Ma nel giro di ventiquattro ore, quando il sole di Istanbul ha iniziato ad alzarsi dietro le fitte palazzine, lo scenario è radicalmente mutato, a tal punto che, ora, quel trono sembra divenuto ancora più saldo.

Nella la notte del 15 Luglio, i carri armati sono entrati nelle piazze di Istanbul, i militari hanno occupato entrambi i ponti sul Bosforo. L’assedio è iniziato alle 23.00 (ora italiana 22.00) quando in tutte le ambasciate Turche era arrivato il comunicato del colpo di Stato. Alla notizia, l’Europa e gli Stati Uniti hanno tremato. Hanno esitato per un po’ prima di schierarsi con il governo democraticamente eletto. Anche la Nato si è schierata con Erdoğan, appellandosi al “pieno rispetto delle istituzioni democratiche e alla costituzione turca.

Nel frattempo Erdoğan, lontano dalla capitale, si rivolgeva alla popolazione turca tramite i social, con un video-messaggio.

Tanti i dubbi sull’autenticità del golpe in Turchia, l’unica certezza è che il popolo ha difeso il suo Presidente-Sultano

Agli esperti di politica turca è sorto qualche dubbio sull’autenticità del golpe. Il leader islamico moderato Gülen, per il quale il presidente turco ha chiesto l’estradizione negli Stati Uniti, sostiene che si sia trattato di un finto colpo di stato e che il suo fallimento abbia permesso ad Erdoğan di eliminare una parte della popolazione e dell’esercito ostile al regime, così da spianarsi la strada verso una repubblica presidenziale. Secondo il segretario di Rifondazione Comunista, Paolo Ferrero, il golpe fallimentare in Turchia risulta “l’equivalente dell’incendio del palazzo del Reichstag della Germania Nazista”, in cui Hitler, accusando i membri del partito comunista e dichiarando lo stato di emergenza, rovesciò la situazione in suo favore, spingendo il vecchio Presidente Paul von Hindenburg a firmare il “Decreto dell’incendio del Reichstag” che aboliva la maggior parte dei diritti civili forniti dalla costituzione del 1919 della Repubblica di Weimar.

Ciò che non convince gli scettici è che Erdoğan sia stato lasciato a piede libero, ed è per questo che nella notte del 15 luglio ha potuto esortare la popolazione a scendere in piazza, ripetendo più volte una formula ambigua: “il governo democraticamente eletto non lascerà che i traditori la passino liscia”. Nel frattempo, gli imam nelle moschee invitavano le persone a scendere in piazza per difendere il governo, e chiunque avesse un numero di telefono turco ha ricevuto un messaggio firmato “la repubblica turca”, che esortava tutti a scendere in piazza per fermare il golpe. Così, il popolo ha difeso il suo Sultano da un colpo di stato.

Quel popolo, così tanto martoriato dallo stesso Erdoğan, è sceso in piazza per difendere la democrazia. Eppure, Amnesty International denuncia una situazione in cui la democrazia appare fortemente in pericolo: ogni anno in Turchia si registrano decine di arresti di sindacalisti e scontri violenti durante manifestazioni, che vengono osteggiate puntualmente dal governo turco; si verificano torture nei confronti dei detenuti, e se ne denunciano le pessime condizioni in cui sono tenuti all’interno delle carceri. Si registrano inoltre spostamenti e nomine di giudici e pubblici ministeri per scopi politici.

Forse l’incoscienza della massa, che non è aiutata dall’informazione, la quale è tutta nelle mani del governo, ha fatto sì che il popolo si facesse guidare in questa pronta difesa del presidente in carica.

A proposito della libertà di espressione, una delle vicende più incredibili ha riguardato Zaman, il principale quotidiano turco, che aveva raccontato in maniera molto critica gli scandali di corruzione che avevano coinvolto il governo di Erdoğan. Nel dicembre 2014 la polizia aveva arrestato il direttore di Zaman con l’accusa di voler progettare un colpo di stato; nel marzo di quest’anno le autorità hanno sequestrato l’intero giornale e hanno cominciato a pubblicare articoli filo-governativi, tra l’incredulità di giornalisti ed esperti. Come molti altri settori della società turca – magistrati, forze dell’ordine e persino membri dell’AKP – Zaman è stato accusato di essere una “organizzazione terrorista Fethullahista”, cioè vicina a Fethullah Gülen.

Erdoğan può contare anche sul sostegno della classe dirigente turca e delle potenze occidentali alleate

Attualmente la Turchia è uno dei paesi in via di sviluppo. Il presidente punta a renderlo una delle più grandi forze economiche. Esso offre un ambiente imprenditoriale vantaggioso: con una media di 6 giorni per costituire una società, contro la media superiore a 11 giorni dei paesi dell’OCSE (World Bank Doing Business Report 2014), condizioni di investimento competitive, parità di trattamento per tutti gli investitori e solida cultura industriale e dei servizi. L’imposta sulle imprese è una delle più competitive tra quelle dei paesi dell’OCSE. Naturalmente bisognerà chiedersi tale competitività imprenditoriale su quali basi si posa.

Il tentativo di costruire una nuova Turchia moderna è stato caratterizzato dalla distruzione di rovine storiche di epoca bizantina e kemalista e dalla costruzione di foreste di grattacieli in ferro e vetro, di palazzoni popolari relegati nelle periferie, sempre più centri di disagio sociale, e dallo sfratto coatto di migliaia di cittadini facenti parte di minoranze etniche o delle classi più disagiate.

Questo governo vuole una Turchia strettamente sunnita e ammansita, gestita da una classe dirigente a lui fedele che applica le politiche neo-liberiste importate dall’Occidente a proprio esclusivo vantaggio.

E proprio i nuovi costruttori miliardari, insieme alla massa di islamisti conservatori, costituiscono lo zoccolo duro dei sostenitori del regime islamista di Erdogan diventato con gli anni sempre più dispotico.

In circostanze normali, ci si sarebbe aspettato che la marcia di Erdoğan verso l’autoritarismo provocasse critiche o anche sanzioni economiche da parte della comunità internazionale. Ma da quando ha preso il potere, nel 2009, il presidente Obama ha trattato Erdoğan come un alleato e un amico. La sua amministrazione ha continuato a farlo anche dopo gli attacchi a Zaman.

Quando la Nato ha parlato di “difesa alla democrazia”, un sorriso forse sarà scappato ai giornalisti a cui è stato impedito di esprimere un’opinione liberamente. Quando Erdoğan ha parlato di governo democraticamente eletto, forse, le minoranze curde ghettizzate e ogni giorno bombardate dal “democratico” presidente, avranno sicuramente provato una strana sensazione, tra riso e pianto. La tragi-comicità dello scenario attuale, è resa ancor più evidente dalla passività del resto del mondo.

Ed è per tutta questa serie di motivi che possiamo affermare con certezza che, mentre la democrazia in Turchia vacilla da un bel pò, e forse rischia di crollare definitivamente, il trono di Erdoğan, alla fine dei conti, resta ben saldo.

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