“Waiting for Palms” di Peter Ydeen, a cura di Camilla Boemio, sarà presentata dall’AOC F58 Galleria Bruno Lisi (Roma) dal 1 al 19 dicembre 2025. “Waiting for Palms” è una serie di fotografie di paesaggi urbani scattate in Marocco ed Egitto, che esplorano i punti in cui le tracce silenziose della tradizione si intersecano con l’impetuosa espansione moderna. Le immagini si soffermano sulla quotidianità, ambientate in paesaggi monumentali e costituite da momenti semplici, non eroici. Insieme, formano un arazzo di mondi immediati ed enigmatici, intimi eppure sempre sfuggenti, creando un’esperienza di perpetua interpretazione.

Scattate tra il 2016 il 2017 a Essaouira, nella zona di Tafilalet, a Fez in Marocco e dal Cairo ad Assuan in Egitto, le immagini catturano un mondo senza tempo con colori tenui, luci suggestive e geometrie delicate.
Intervista a Camilla Boemio
In occasione di tale mostra fotografica, abbiamo avuto il piacere di intervistare Camilla Boemio: una scrittrice d’arte, curatrice di ricerca la cui pratica indaga l’estetica contemporanea. Osserva il ruolo svolto dall’attivismo politico e dalle forme di socializzazione influenzate dai media e dall’immagine in movimento; è associata all’AICA (International Art Critics) e all’IKT. Con questa mostra la curatrice celebra il suo ritorno alla fotografia, dopo avere curato negli anni varie mostre di ricerca sulla fotografia in gallerie romane.

– Nel comunicato parli di “etica della visione” e di come Ydeen diventi uno spettatore silenzioso ma partecipe. Qual è stata la tua chiave curatoriale per tradurre questo approccio nel percorso espositivo?
Esigo rapportarmi sempre con lo spazio, i lavori devono interagire in modo lineare con il contesto fino a fondersi. Volevo emergesse una fruizione della mostra elegante, ma non scontata, nella quale il visitatore potesse osservare la selezione ‘perdendosi’ nei particolari delle foto, osservandone il potere della luce come confonde e si dirama sulle abitazioni, immergendosi nei passaggi e seguendo la quotidianità delle persone ritratte. Spesso, come in questo caso, la teoria diventa fondamentale struttura di pensiero, diventa una grammatica, un lessico. In questo caso ho utilizzato nuovamente la figura dell’arcipelago come insieme e nuova struttura di visione e fonte filosofica nel realizzare le scelte di una serie fotografica, cosa generi, come generi le storie, la visione urbana di un luogo e di come questo ultimo si dirami a prospettive inedite di presentazione e di discussione.
Attraverso l’eredità di Szeemann, curare una mostra è diventata la visualizzazione di idee e ossessioni personali, l’arte totale che prende il sopravvento, l’ossessione come ricorrente parametro. Queste ‘radici’, appartengono anche a Peter la cui formazione è profondamente legata all’arte; ha frequentato la Skowhegan School dedicandosi alla pittura e alla scultura, seguendo corsi tenuti da Judy Pfaff, Francesco Clemente, Martha Diamond e William Wegman.
– Hai messo in dialogo la serie con teorici come Edward Said, Debra Kapchan e Susan Sontag. In che modo queste letture hanno orientato le tue scelte nell’allestimento e nella narrazione della mostra?
Sono i teorici di riferimento che ha ‘utilizzato’ Peter nel creare il corpo di lavoro della serie. Sono stati fondamentali nella realizzazione della pubblicazione che verrà presentata nei prossimi mesi in un museo negli Stati Uniti. Se le fotografie sono messaggi, come scrive la Sontag, il messaggio è insieme trasparante e misterioso. “Una fotografia è un segreto su un segreto, osservava la Arbus. “Quando più ti dice, tanto meno tu sai”. Nonostante l’illusione di favorire la comprensione ciò che la visione fotografica realmente sollecita è il rapporto acquisito con il mondo che alimenta la consapevolezza estetica e incoraggia il distacco emotivo.

– “Waiting for Palms” è l’unica serie di Ydeen che include costantemente la figura umana. Quale significato assume, secondo te, questa presenza discreta e come incide sulla lettura del paesaggio urbano?
Peter sperimenta continuamente nelle sue serie, rimanendo comunque fedele alla sua grammatica visiva, esercitando una capacità non comune di ascoltare i luoghi, di entrare in uno stato di grazia nel quale si mette in ascolto. Per quanto possano sembrare storie antitetiche le serie precedentemente realizzate, composte da racconti urbani molto diversi; di fondo è un mettersi alla prova verso ciò che si osserva, percepire il paesaggio, le architetture e i suoi abitanti e le sue energie arrivando ad avere uno sguardo simile all’ascolto. Lasciarsi trasportare in una condizione nella quale si arriva a un tutto, a uno stato di grazia. Questa serie è una sofisticata fotografia di viaggio costruita sulla base dell’approccio dell’autore al paesaggio urbano. Le persone in queste fotografie sono parte integrante del paesaggio stesso, piuttosto che essere ritratti in modi e contesti tradizionali. Il tema centrale esplora come i paesaggi riflettano le gestalt delle comunità che li abitano, ne è l’emblema la fotografia che dà il nome al titolo, che ritrae una donna vestita di nero in modo tradizionale, in piedi accanto a un murale di palme. Questa serie, insieme al suo lavoro nello Xinjiang, è una delle poche in cui ha incluso persone nelle fotografie. Anche in questo caso, vengono presentate come parte dell’ambiente piuttosto che come soggetti isolati. La realizzazione di questa serie ha rappresentato una vera sfida nel ritrarre luoghi così estranei, in particolare nel bilanciare curiosità e responsabilità.

– L’allestimento prevede cartine geografiche e tre fotografie doppie sospese. Qual era l’obiettivo di questa scelta e che tipo di esperienza volevi generare per il visitatore?
Rendere il più possibile accessibile il viaggio affrontato da Peter, ricreandone le atmosfere. Magari cambiando l’idea iniziale che avevamo vagliato optando per un allestimento a parete.
– Nel testo fai un parallelo con Pasolini e con un modo non convenzionale di raccontare il continente africano. Cosa accomuna, a tuo avviso, lo sguardo di Ydeen a questa tradizione narrativa e quali aspetti hai voluto enfatizzare in mostra?
Spostarsi verso l’ignoto è una condizione dell’esploratore d’arte, colui che sfida i luoghi comuni; mi sembrava doveroso visto anche il momento storico e la ricorrenza dal suo assassinio, citare uno dei maggiori intellettuali Italiani, il cui pensiero è sempre attuale. Avendo curato il primo Padiglione della Nigeria alla 16° La Biennale di Architettura di Venezia, ho a lungo assimilato il modo nel quale PPP ha raccontato l’Africa tracciandone le contraddizioni, il conflitto e l’enorme bagaglio culturale. Rivedendo Appunti per un’Orestiade africana, ho ritrovato lo stesso slancio nel quale PPP e Ydeen si ritrovano; non su un piano politico, ma su un piano sociale nel quale si mettono all’ascolto riuscendo a filtrare l’ordinarietà della quotidianità di un luogo, il concetto della transitorietà, la maestosa bellezza composta da dettagli inattesi, le rivelazioni spirituali ed una freschezza che disarma a livello visivo.
Fonte immagini: Elisabetta A.Villa

