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La pazzia, la genialità, l’arte: la prima di GENIUS!

Tutti soddisfatti per il valido excursus lungo l’ospedale – tuttora funzionante – degli Incurabili, a Napoli, con la prima di “GENIUS! Costretti ad essere sani”. La pazzia, la genialità, l’arte: per la regia dell’eclettica Nina Borrelli, lo spettacolo si propone come la rivisitazione teatralizzata della presenza di alcuni artisti del primo ‘900 all’interno del manicomio di Berlino, e non solo. Il pubblico, anch’esso ospite, diventa folle tra i folli, coinvolto totalmente alla scena di un manicomio le cui difficoltà sono tangibili, incontrando alcuni personaggi del mondo dell’arte che hanno vissuto il disagio di essere considerati pazzi o di convivere con la passione creativa, più semplicemente, e pertanto condannati a una vita di reclusione.

La magia parte fin dall’inizio, con la trasformazione del pubblico in vero e proprio nucleo del percorso: ciascuno spettatore, dopo essersi munito del proprio biglietto, viene invitato a compilare un test attitudinale, proprio come se fosse un paziente, il quale caso è molto particolare e pertanto va preso in esame. Il tutto all’interno della sala principale del Museo delle Arti Sanitarie, dalla quale parte il percorso verso le scalinate del complesso, tutti rigorosamente scortati da due attentissimi dottori che non li perdono mai di vista. Una strada emozionale conclusa con l’entrata all’interno dell’ospedale degli Incurabili: location suggestiva quanto mai perfetta per quest’occasione. La presentazione è eloquente: dopo un primo breve monologo introduttivo sull’arte, gli astanti vengono tutti messi in fila e privati dei loro “colori”: a ciascuno viene consegnato un camice bianco, tipico dei reclusi in manicomio, e una pillolina color arancio. Nonostante le titubanze, essendo sopraffatti dalle insistenze delle suore astiose che nel frattempo hanno preso il posto dei dottori, mandano giù. Viene avviata così la conoscenza di personaggi come Camille Claudel, giovane amante di Rodin, Otto Dix, Ernst Kirchner, Edvard Munch, tre dei maggiori pittori della scena tedesca del primo ‘900, Goya, e infine una giovane dalla vena artistica, Maria, alienata dagli ormai troppi anni trascorsi tra quelle vere e proprie celle, allontanata dal mondo reale che avrebbe potuto invece accrescere la sua sensibilità.

Genius, chi sono i veri pazzi?

Quanta credibilità c’è, quindi, nell’immagine del manicomio? Sono davvero loro i veri pazzi? Durante il percorso lungo i reparti mi sono spesso posta queste domande, a tratti commossa dalle storie personali di questi personaggi costretti ad una vita di reclusioni e perdite insanabili. Perché? Perché la società ha sempre visto gli artisti come scomodi, come fonte di problemi. Una donna come Camille Claudel, ad esempio, non avrebbe mai potuto scolpire, perché donna. Una spiccata creatività come quella di Kirchner plagiata dagli orrori della guerra. Straziati e strazianti allo stesso modo gli animi degli stessi Goya, Munch e Dix. Un percorso emozionale, sì, ma anche e soprattutto formativo, volto ad avvicinare se non immergere lo spettatore che si trova vis-à-vis con gli attori e con il loro indicibile dolore. A concludere l’excursus, l’invito da parte delle suore e degli infermieri ad esprimere la propria creatività su pannelli posti alle pareti, accompagnati da un video di sottofondo incentrato sull’importanza dell’arte come vera e propria fonte di vita, percorso emozionale per evadere.

Indispensabile poi l’intervento della regista Nina Borrelli che, emozionatissima, invita tutti a riflettere sul senso della creatività, sulla ricerca del bello, sull’essere bambini di nuovo, sul continuare o ricominciare a disegnare, a dipingere, al fine di sensibilizzare il proprio spirito in quanto siamo tutti proiettati verso un qualcosa di oscuro, di indefinibile, dal quale però dobbiamo scappare finché siamo in tempo, anche a costo di risultare pazzi. Con la partecipazione di Aurelio De Matteis, Peppe Carosella, Diego Fornari, Mariano Iaccarino, Buket Kilnamaz, Bianca Renzi, Andrea De Rosa, Loredana Di Martino, Maria Iacomino, i due “pazzi in libertà” Antimo Nacchia e Paola Lauri e altri membri del Teatro dell’Oppresso di Napoli, e con la collaborazione dell’Associazione “Il faro d’Ippocrate” che ha guidato gli astanti in una suggestiva visita all’interno del complesso storico dedicato alla “storia della pazzia”, subito dopo l’intervento del chirurgo Gennaro Rispoli che, commosso, ha voluto introdurre la struttura, ringraziando la regista per l’opportunità di diffondere la realtà dell’ospedale, piuttosto che l’immagine nota all’esterno, caratterizzata perlopiù dal “mito” dei pazzi.

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