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Eroica Fenice

L’abito non fa il monaco, né la donna: le femministe mettono Donald Trump sotto accusa

L’abito non fa il monaco, nè la donna: le femministe mettono Trump sotto accusa

Non c’è stata prima pagina che, agli inizi del nuovo anno, abbia mancato di fare quantomeno un accenno al nuovo presidente degli Stati Uniti d’America: person of the year scelta dal Time, il plurimiliardario dall’inconfondibile ciuffo biondo, Donald J. Trump.

Donald Trump: presidente degli standard, nemico degli esclusi

I primi passi del neo-presidente muovono decisi verso la direzione prescritta nel suo programma elettorale: la chiave che apre le porte ad un’America rivoluzionata, un’America che va resa “di nuovo grandiosa”, sembra essere proprio la totale intransigenza verso chi o cosa sia potenzialmente in grado di “contaminare” il suo progetto.

Tempi duri per gli esclusi, per chi resta fuori dai confini di una categoria. Muri (metaforici e non) vengono innalzati tra un ideale e il presente: tra le criticate direttive, il sottinteso che impone alle donne di stare al proprio posto. Quale posto, allora, c’è da chiedersi. Lo scorso 20 gennaio, le telecamere da ogni parte del globo erano puntate verso Washington DC e inquadravano il giuramento del 45esimo presidente degli USA; meno di 24 ore dopo, nella medesima città, le femministe americane (e non solo) marciavano in nome dell’uguaglianza pretesa e dei diritti rivendicati. Un fiume di colore rosa straripa per le strade della capitale: è la Women’s march on Washington”. Donne famose, donne comuni, donne di ogni colore, orientamento e religione corrono la stessa maratona: la comunità LGBT, le minoranze etniche e religiose, gli abusati, gli esclusi corrono insieme per farsi ascoltare, tutt’altro che pochi uomini si mescolano a loro esibendo fieri spille e cartelloni di supporto per l’altra, altrettanto importante, metà del mondo.

#dresslikeawoman, l’urlo di risposta delle donne a Trump

Non che una delle più imponenti manifestazioni degli ultimi tempi abbia turbato Donald Trump al punto da indurlo accogliere il suggerimento di un cambiamento di rotta. Misoginia latente, maschilismo, o in qualunque modo si voglia chiamare l’atteggiamento del presidente poco femminista o, certamente, poco incline alla tutela delle pari opportunità, non tarda a manifestarsi ancora.

Ai primi di febbraio, la stampa americana diffonde una notizia che immediatamente fa il giro del mondo: mr. Trump avrebbe imposto al suo staff un dress code, un canone da rispettare nell’abbigliamento che vincola gli uomini ad indossare semplicemente una cravatta e le donne a…”vestirsi da donne”.

Esattamente queste, le parole, equivocabili ma chiare sull’ideologia di base, del presidente. La fonte di Axios, la newsletter che ha fatto trapelare le informazioni su quanto detto in merito da Trump, aggiunge che sin dalla campagna elettorale, le donne avvertivano la pressante ansia di fare al futuro presidente una buona prima impressione; basata su cosa, se non sul modo di porsi e di vestire? Entrino in aula gli stereotipi, parola alla parte lesa. Il tradizionale tubino con tacchi a spillo, imperativa norma non scritta della donna in carriera linda e pinta, genera una polemica di non indifferenti proporzioni: messa agli atti davanti ad una giuria internazionale, divampa su internet la sentenza delle donne, orgogliose, gelose delle posizioni lavorative conquistate e non ancora (se possibile un tale paradosso) accettate. Vestirsi da donna? Agli ordini, signor presidente.

Su Facebook, Twitter e Instagram spopolano le foto di donne in uniforme, lavoratrici, poliziotte e meccanici, operaie e impiegate d’ufficio, donne che si sporcano le mani e mettono la professionalità e le dure conquiste davanti ad un modello standard a loro imposto. Donne in frac, in hijab, in camice medico, in tuta da laboratorio, immagini di solidarietà e forza di volontà contrassegnate dall’hashtag #dresslikeawoman. “I’ll start dressing like a woman when he starts acting like a president”. Inizierò a vestirmi come una donna quando lui inizierà a comportarsi da presidente, scrive, accanto al post della sua foto in uniforme, Elizabeth Rooney, ufficiale di polizia di Boston. Non mancano foto dell’italiana Samantha Cristoforetti, ingegnere, scienziata, donna ma in primis persona, che ha dato l’esempio, la forza, di esigere un trattamento che vada ben oltre la galanteria di aprire la portiera dell’auto.

Tra chi fa fatica ad accettare il moto costante dei tempi (ancora difficili per chi non è nato uomo ed esige lo stesso rispetto) e chi scambia il femminismo con il superfluo, va stabilito in ogni lingua che questo è un movimento di rivendicazione, che chiede il riconoscimento dell’uguaglianza tra uomo e donna, non della superiorità dell’una sull’altro. Il femminismo viene spesso rilegato nel cassetto dei vacui lamenti di chi vuole trasformare una situazione che, però, non si cambia perché “è sempre stato così”. Le cose, le menti cambiano, crescono. A chi dà per scontata la legittimità dei luoghi comuni, a chi non dà fastidio lo stereotipo, le donne rispondono con classe e audacia non violenta. Gentil sesso sì, ma inferiore mai.

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