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Eroica Fenice

lavorare in un call center

Lavorare in un call center: l’impiego che non paga e non appaga

Lavorare in un call center, è davvero l’ultima spiaggia?

«Molti giovani non trovano lavoro perché stanno bene a casa».

In questi termini il presidente di casa Fiat, John Elkann, si rivolgeva agli studenti di una scuola di Sondrio lo scorso febbraio, scatenando una giustificata disapprovazione sui social. Ma si sa, dall’alto delle poltrone comode e dell’ingente conto in banca si fa presto a blaterare. Ma i dati dell’Istat mettono da soli a tacere chiacchiere di tal fatta: tasso di disoccupazione giovanile al 12,9% e non perché ai giovani piace stare a casa. E mentre qualcuno da Twitter promette tempi migliori con la Jobs act, sono tanti i giovani che si adoperano alla ricerca di un impiego, moltissimi quelli spesso costretti a ripiegare presso aziende o enti che gestiscono call center. Telefonare va di moda e non perché piaccia.

Buongiorno signora chiamo da “…”: cominciano così le telefonate che quotidianamente riceviamo a casa dai call center. Tre i potenziali epiloghi topici della conversazione:                                                                                             

1 – Nella migliore delle ipotesi, se l’offerta è vantaggiosa e l’operatore dotato di innate capacità persuasive, la telefonata va a buon fine con l’utente che decide di stipulare un contratto;

2. L’utente è abbastanza gentile da lasciarti parlare, anche a lungo, ma la vostra conversazione si conclude con un “non sono interessato”;

3. Se lavori anche tu in un call center sii pronto a preparati al peggio se l’utente, scocciato dalle continue telefonate e dalla poco credibilità dell’offerta, ti dice di essere stanco e quasi certamente riattacca con un cortese “Vai a quel paese”.

Lavorare in un call center è l’ultima speranza per i giovani?

Le categorie costrette a ripiegare sul settore in questione e, che quindi finiscono col lavorare in un call center, sono varie; in genere si tratta di giovanissimi, neo laureati e non alla ricerca di un impiego e di un’indipendenza economica nell’Italia che forma bene e paga male, o non paga affatto. Tuttavia i giovani non sono gli unici a finire col lavorare in un call center, visto che, tra i colleghi di cuffia di questa maggioranza rientrano uomini e donne di età più matura, uomini e donne che hanno perso il lavoro o, che per altre ragioni, stentano ad arrivare a fine mese.

L’iter che accompagna la scelta di questo impiego è più o meno il seguente. Ci si presenta ad un normale colloquio di lavoro (il più delle volte va a buon fine) cui fa seguito un periodo di prova (la durata è in media pari a 10 giorni circa) e un corso di formazione in cui ad istruirti è il “team leader”, composto dai responsabili che si occupano di controllare e coordinare il lavoro degli operatori. Nei dieci giorni di prova lavori “per la pace nel mondo”: se le tue doti persuasive sono andate a buon fine, vieni assunto dalla presunta azienda. Il contratto, in un call center, prevede in media 5/8 ore di lavoro, in genere un sabato libero per ogni mese; il compenso varia a seconda delle aziende/enti: si oscilla tra i 200 e 400 euro mensili. Per ogni contratto stipulato una percentuale di bonus si addiziona al compenso base. C’è chi, nei casi migliori, racimola in questo modo anche 800 euro. Durante le sei/otto ore di telefonate sperimenti l’alienazione: indossi un bel paio di cuffie, il computer digita per te i numeri telefonici e la tua resistenza psico-fisica è messa a dura prova.

Stando alle esperienze più frustranti di alcuni, se l’azienda registra un’utenza scarsa, spesso dovuta alla poca credibilità della stessa, diventi il bersaglio dei datori, che spiegano l insuccesso dell’offerta con l’incapacità dei suoi dipendenti. Insomma, dietro le telefonate del call center che ci infastidiscono quotidianamente si celano storie di padri o di madri che hanno perso il lavoro e di figli che ancora lo stanno cercando, i volti di chi non ha ancora rinunciato alla propria dignità, o quasi, di chi diventa, senza volerlo, il rompiscatole di turno e torna a casa con un portafogli colmo di insoddisfazione e demotivazione.

Ridursi a lavorare in un call center, a queste condizioni, è solo uno dei riflessi drammatici di un paese dimentico dei giovani e non solo, una corsia preferenziale obbligata per quanti, in Italia, si vedono costretti dal bisogno ad un lavoro che non rispecchia né le attitudini né il percorso di studi intrapreso, ad un lavoro che, in sostanza, non paga e non appaga.

Lavorare in un call center? No, grazie!

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