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Eroica Fenice

Bruges

L’inquietante vita della mente: Bruges la morta e il genio di Rodenbach

Il 1892 è stato un anno a dir poco propizio per il mondo culturale di fine secolo. Un mondo in continuo rinnovo, un mondo in cui le varie forme artistiche rompono definitivamente le barriere dei cosiddetti compartimenti stagni in cui erano precedentemente rinchiuse. Un’arte antica quale quella della scrittura è finalmente in contatto con una nuovissima forma d’arte (o non-arte, volendo considerare l’aperta diatriba che imperversava proprio in quel periodo): la fotografia. Questo coniugium da molti definito imperfetto vede come celebrante Georges Rodenbach, scrittore belga. La sede di tali nozze è il romanzo che lo ha reso famoso: Bruges la morta.

Malinconico, grigio in volto, ormai privo di qualsiasi interesse se non quello della cura del reliquiario conservato nella sua grande villa. Troppo grande per lui, troppo, da quando ha perso la sua Ofelia. Protagonista del romanzo, Hugues Viane, vedovo. Con la moglie aveva visitato Bruges, cittadina fiamminga, nella quale un tempo non avrebbe mai considerato possibile rispecchiarsi. Una città ricca di rivoli d’acqua, una città riflessa. Ma dove lui non aveva trovato se stesso quando ancora poteva accarezzare la chioma folta della moglie, una chioma viva. Adesso che è solo, però, quella chioma è tornata a Bruges, conservata in una teca, come un tesoro, lunga e ben curata, nessuna avversità deve distruggerla. La teca è adesso nel reliquiario, quello che Hugues ha creato per sua moglie, nella grande villa di Bruges. Quella stessa Bruges che è diventata a suoi occhi incredibilmente simile a lui. Hugues passeggia per le sue strade, girovaga senza meta, per quei luoghi che il lettore può vedere a fronte, girando le pagine. Luoghi in bianco e nero, perché in bianco e nero è adesso la sua vita. Fino a quando, la sua amata Ofelia, defunta, sembra camminare di fronte a lui. «Un lampo, poi la notte!» direbbe Charles Baudelaire. Quella alta visione non può essere sua moglie. Ma Hugues la segue, scoprendo a mano a mano la sua identità. E all’Ofelia, morta, morta come Bruges, si affianca Jane, viva.

È difficile inserire il romanzo di Rodenbach in un genere preciso, si svincola in tutti i modi che può dalle etichette, fino a rendere necessario crearne una nuova: il fotoromanzo. Lo scorrere delle parole è affiancato da quello dell’acqua nei canali di Bruges, che sono resi visibili da fotografie dell’epoca. La fotografia ha molteplici funzioni in quest’opera densissima. A suo modo, è indipendente dal testo, è addirittura in grado di ampliarne il senso, quando ad esempio non riporta fedelmente ciò che è descritto dalle parole di fianco. Da un lato, dunque, la fotografia ci parla con la sua propria voce. Dall’altro, invece, rispecchia ciò che Rodenbach scrive, rendendo ancora più partecipe il lettore di ciò che sta avvenendo a Hugues, effettivo protagonista della storia. Le fotografie, però, fanno in modo che al protagonista umano si affianchi l’anima della città.

Bruges la morta: Bruges diventa personaggio principale della narrazione

Nel suo ventre tutto accade, la vita scorre come l’acqua nei suoi canali. La vita scorre, o si ferma. Hugues ha la sua rinascita qui, la sua crescita, un nuovo amore. Ma la sua intenzione è davvero quella di rifarsi una vita?

Il ruolo del passato e il suo perturbante cono d’ombra gettato sul presente sono alcune delle tematiche toccate da Rodenbach. Non è dunque azzardato parlare del doppio, ridondante tra le pagine del suo romanzo. Il doppio di Hugues e la città, come si è già detto. Due entità, che condividono la stessa anima. La donna si sdoppia, tra la defunta Ofelia, che il lettore impara a conoscere dalla sua lunga capigliatura, incantatrice come quella de I fiori del male di Baudelaire (fonte d’amore per il poeta francese), e Jane, viva, ma straordinariamente simile alla morta. Un doppio inquietante, perché la somiglianza sembra non essere totale tra le due. Una identità improponibile, se non nell’aspetto. Un legame doppio, insomma, amor sacro e amor profano.

L’impatto innovativo di Georges Rodenbach non termina qui. La sua opera si inserisce in un luogo letterario in ascesa in quel periodo, che vedrà pieno vigore con James Joyce e Virginia Woolf: il flusso di coscienza. Scorrono su vie parallele la vita nella sua effettività, quella che Hugues ha intorno, e nella quale è quasi impossibile per lui immergersi, e la vita della mente, usando un’espressione arendtiana. L’occhio interiore ha una percezione del reale, spesso una visione distorta, inquietante. Perché l’occhio interiore indossa delle lenti dalle gradazioni varie. Le ametropie della visione interiore sono per Hugues motivo di distruzione, di scelta di vita quasi catara, il suo vivere è un lento lasciarsi morire. O almeno, fino all’arrivo di Jane.

Bruges la morta indaga i meandri dell’animo umano, che si inoltra nella mente di un uomo turbato, sviscerandone a mano a mano i caratteri inquietanti. Una lettura scorrevole, spesso dalle tinte macabre. Un fascino mistico e misterico, che annovera lo scrittore Georges Rodenbach tra gli imperdibili della storia della letteratura straniera.