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Eroica Fenice

L’ultimo pediatra: bombe sull’ospedale di Aleppo

L’ultimo pediatra: bombe sull’ospedale di Aleppo

“Capitale islamica della cultura”, “simbolo delle convivenza religiosa e culturale” e “patrimonio dell’Unesco dal 1986”: ad oggi Aleppo è una città fantasma, il relitto di se stessa e il retaggio di una guerra civile che da oltre quattro anni non vuole saperne di concedere tregue. Raid aerei, esplosioni, bombe restano l’unica forma di “dialogo” tra l’esercito fedele al presidente siriano al-Assad e i ribelli: il cessate il fuoco, per ora, rimane un’utopia nell’orizzonte distopico (e dispotico) delle macerie e dei corpi degli ultimi civili che non hanno fatto in tempo o non hanno voluto abbandonare la loro città.

Ed è stata proprio la sua indomita volontà, il suo profondo senso di responsabilità e una strenua sete di giustizia ad impedire a Mohammed Wassim Moaz, pediatra siriano di 36 anni, di lasciare Aleppo e Al Quds, l’ospedale sostenuto da Medici Senza Frontiere dove lavorava. Una scelta di coraggio, dettata dall’umanità di uomo, prima ancora che di medico, di voler assistere i bambini continuamente minacciati dalle bombe, a qualunque prezzo. Lo sapeva, Mohammed, che la posta in gioco sarebbe stata alta e che quel prezzo avrebbe potuto essere la sua stessa vita. Dopotutto, nonostante il divieto categorico di tutte le convenzioni internazionali, in Siria colpire gli ospedali è diventata ormai una routine. Solo nel 2015, infatti, il Paese ha subito ben 112 attacchi alle sue strutture sanitarie e attualmente, secondo i dati di Physicians for Human Rights, ammonterebbe a circa 697 il numero delle vittime, tra medici e infermieri, degli attacchi armati a ben 240 ospedali.

Eppure, Mohammed non aveva paura di morire. Lo raccontano i suoi colleghi, tra tutti il dottor Hatem che, seppure nel dolore inconsolabile di una perdita così grave, ha affermato che il pediatra “era amichevole, gentile e, nonostante i pericoli che sapeva di correre, amava lo stesso scherzare con tutto lo staff.” Mohammed Wassim Moaz, proprio con quella vita che aveva dedicato unicamente ai suoi bambini di Al Quds ha pagato lo scotto di un’umanità e di una speranza che va spegnendosi come il fuoco sotto le rovine di Aleppo.

Costantemente contesa tra le fazioni nemiche in guerra, Aleppo continua ad essere il teatro di interminabili e sanguinose incursioni che hanno messo in fuga oltre il 70% della popolazione.

“Cosa farebbero senza di me tutti questi bambini? Chi si occuperebbe di loro?“, si chiedeva continuamente Mohammed; poi, rivolgendosi a colleghi ed amici preoccupati per la sua posizione in prima linea, “partire è fuori discussione“, concludeva serenamente, col sorriso bonario di chi sa di rischiare tanto ed è ben disposto a farlo pur di salvare altre vite. Ex studente modello, appartenente ad una famiglia molto nota in città per la professione di medici che esercitano tuttora i suoi due fratelli, Mohammed avrebbe dovuto a breve sposarsi, provare quantomeno a costruire anche per sé il futuro che stava provando a regalare ai suoi piccoli pazienti, senza prendere mai in seria considerazione l’idea di fuggire, come molti dei suoi colleghi emigrati in Turchia o, addirittura, in Europa.

Mohammed comprendeva perfettamente di essere “L’ultimo dei pediatri”, un titolo che aveva accettato nella piena consapevolezza del rischio che avrebbe comportato. E, a diversi giorni dalla sua morte, Aleppo continua ad essere nel mirino delle bombe di Assad, dei ribelli, dell’aviazione russa, mentre sui social vengono lanciati gli hashtag :#NotATarget #Bombing_hospitals_war_crime e #Save_Aleppo.

Intanto, tutto il mondo ricorda Mohamed, il suo coraggio e la sua voglia di aiutare gli altri. Non è propaganda, non è retorica. Mohammed è caduto da eroe“, ha dichiarato il dottor Ahmed Leila all’indomani della morte dell’amico e collega, quasi a volerci ricordare che, lontani da ogni vizio di forma, di eroi ce n’è ancora la semplice e cruda, disperata necessità.